A differenza di quello che in Europa sembra dato per scontato – ossia che Mosca soffra l’isolamento internazionale in seguito alla crisi ucraina -, mai la politica estera del Cremlino riscuote più successi di ora. Certo, sui nostri Media, non si fa altro che paventare l’aggressività russa nei confronti dei vicini dell’est, la sua alleanza con Assad e l’annessione della Crimea, che da sola basta per mantenere le (suicide) sanzioni; eppure a uno sguardo approfondito i fatti dimostrano l’esatto contrario.

Certo, l’Occidente, dove l’unica chiave di lettura è puramente economica, può legittimamente contare sul peso delle principali istituzioni sovranazionali – tra cui l’FMI, la Banca Mondiale, l’Osce e il G8 -, oltre alle svariate fondazioni e al peso che gli Stati Uniti hanno in seno all’Onu, facendo pressioni perché molti Paesi votino secondo i desiderata di Washington; eppure, come ha anche recentemente fatto notare Lavrov, l’ottanta percento della popolazione mondiale vive in degli Stati che se proprio non sono alleati della Russia, ne condividono però l’approccio diplomatico e sono sempre più critici nei confronti del modo sprezzante con il quale la Casa Bianca “governa” il mondo in sfregio al Diritto internazionale.

Il fatto è che a furia di sentirci raccontare che noi occidentali viviamo nel cosiddetto “mondo libero” – come se poi nel resto del Mondo vigesse ancora la schiavitù, – e il nostro modello è il migliore e quindi occorre esportarlo e, nel caso imporlo, anche con la forza per il bene dell’umanità, a un certo punto abbiamo perso di vista che la stragrande maggioranza del resto del mondo forse non la pensa esattamente in questo modo.   Protetti e rassicurati dai mezzi d’informazione sorvoliamo sui ricatti che imponiamo a governi stranieri, forti della superiorità del comparto economico-militare; eppure su quanti alleati fidati possiamo contare?

Mentre la Russia, fin dalla guerra con la Georgia, ha ben compreso come ormai sia l’informazione stessa a essere un’arma e ha intessuto una vasta rete di alleanze regionali e strategiche, oltre ad avere sviluppato anche una capillare rete di controinformazione; l’America ha invece proseguito imperterrita con il suo imperialismo patriarcale a senso unico. Muovendosi spesso in punta di piedi, senza cedere alle provocazioni e sfruttando ogni situazione che potesse favorirla senza mai esporsi troppo, Mosca è riuscita a parare la crisi ucraina e a ritornare a essere grande potenza agli occhi del mondo con il deciso intervento in Siria. Così facendo ha ribadito quello che storicamente è sempre stata una suo modus vivendi, ossia il non abbandonare mai gli alleati in difficoltà. Una carta di non poco conto nel turbolento e instabile ordine globale.

Il riavvicinamento con Pechino – difficile anche solo da immaginare pochi anni fa -; la stretta intesa con gli altri Brics e i solidi legami con i “vecchi compagni” bielorussi, kazaki, serbi e cubani, da soli basterebbero a far capire quanto poco sia isolato Putin. Ma sono i rapporti instaurati con l’Iran e con l’Irak (che ha appena comprato svariati aerei Sukhoi), con l’Egitto di Al Sisi (che si vocifera che con il suo ordine di 46 Mig 29 salvi l’azienda dal fallimento); con lo stesso Israele, deluso dalla recente politica estera a stelle e strisce e, pragmaticamente, con la stessa Turchia; a dare l’idea di quanto attiva e multipolare sia la diplomazia russa. Se a questo si aggiunge l’inaspettata intesa energetica e politica con il Giappone e la ventilata apertura della Gran Bretagna di questi giorni, si sfiora il capolavoro. Certo, trattare con partner così distanti, non garantisce la solidità d’intese che spesso sono solo di comodo, ma è un impressionante sfoggio di realpolitik.

All’estremo opposto però la stretta rete di alleanze (e basi militari) che gli Stati Uniti hanno sparse nel globo inizia a mostrare numerose crepe: le frizioni con i partner della Nato – spesso costretti obtorto collo a supportare fallimentari iniziative belliche e il riarmo imposto -; la quasi rottura con la Turchia post-golpe, il comportamento infido dell’Arabia Saudita e della monarchie del Golfo, le insofferenze manifestate a fasi alterne dai Giapponesi e, per ultima, la sfuriata di ieri del presidente filippino contro Obama, dovrebbero far venire più di qualche dubbio sull’affidabilità di certi partner dati per scontati.

Così nel mondo sempre più multipolare che si sta venendo a configurare, di quanti alleati fidati può contare veramente l’Occidente?