Il 29 Maggio scorso Muhammadu Buhari è stato eletto, un po’ a sorpresa, nuovo presidente nigeriano. Come era stato previsto, le elezioni non si sono svolte in modo pacifico: Boko Haram, formazione paramilitare jihadista, ha in tutti i modi cercato di far desistere le persone dall’andare a votare attraverso decapitazioni, esecuzioni di massa e stupri. Nonostante il grosso pericolo che correvano, molte persone sono comunque andate a votare sfidando il volere dei tagliagole di Boko Haram. Il risultato è stata la vittoria di Buhari, trionfo sofferto ma ampiamente meritato. Buhari ora ha una grandissima responsabilità, dal momento che è il primo presidente eletto in Nigeria di un partito che non sia il Pdp (People’s Democratic Party). Da quando la Nigeria ha adottato il sistema democratico mai un presidente esterno al Pdp aveva vinto un’elezione. Si potrebbe dire inoltre che questo è il primo vero successo politico di Buhari, forse un po’ tardivo (Buhari ha 72 anni). Infatti prima di queste elezioni era stato sempre etichettato come “l’eterno secondo”: oltre ad un passato turbolento risalente agli ultimi anni ’70, quando partecipò ad un colpo di stato, divenne poi presidente dal 1983 al 1985 senza troppo successo. Il suo governo infatti fu rovesciato dopo appena due anni. Dal 1985 in poi incasserà solo sconfitte: la prima nel 2003, la seconda nel 2007 e la più schiacciante nel 2011, in cui il divario tra Pdp e il partito di Buhari, l’Apc (All Progressives Congress), fu di ben 10 milioni di voti.

Oggi però la tanto agognata vittoria è arrivata con un distacco di 2 milioni di voti (15 milioni a 13). Durante la campagna elettorale, per cercare di ripulire la sua immagine di eterno perdente e di sobillatore, il neo- presidente si era definito un “democratico riformato”. Ciò non ha impedito agli esponenti del Pdp, specialmente il presidente uscente Goodluck Jonathan, di scagliarsi contro di lui definendolo un terrorista che, qualora avesse vinto, avrebbe aperto le porte alla ferocia e alla violenza di Boko Haram. Gli elettori nigeriani però non sono caduti nel tranello propagandistico e hanno colto le incoerenze nelle parole di Jonathan: il popolo nigeriano, eleggendo il suo avversario musulmano, ha voluto rimproverargli l’eccessiva leggerezza con cui ha affrontato la questione legata a Boko Haram che, sotto il suo mandato, ha devastato gran parte del nord del paese, storicamente a maggioranza musulmana. Perciò, già prima delle elezioni, era chiaro a tutti che nella regione settentrionale ci sarebbe stata una netta vittoria di Buhari, ma quello che nessuno si aspettava, tanto meno Jonathan, era che anche al sud (fortemente cristiano) l’esponente dell’Apc potesse racimolare parecchi voti. Probabilmente anche gli elettori cristiani, terrorizzati dai continui attentati di cui devono essere sempre più spesso vittime, hanno sentito il bisogno di cambiare. Questo è il messaggio di maggiore speranza che queste elezioni hanno lasciato: i cristiani nigeriani che si affidano ad un presidente musulmano per eliminare Boko Haram e ripartire economicamente. C’è altro da aggiungere?

Ma adesso arriva per tutti il momento più difficile e temuto. In primo luogo si temono le violenze dei sostenitori più accaniti del Pdp, violenze che hanno portato morte e distruzione in Nigeria dopo ogni singola elezione negli anni precedenti. In secondo luogo Buhari dovrà essere capace ad esaudire tutte le promesse fatte in campagna elettorale: 720 mila nuovi impieghi pubblici, un rilancio del settore agricolo attraverso il rilascio di prestiti a tasso agevolato per i piccoli imprenditori, la preparazione di una road map per lo sviluppo della parità di genere (proposta grazie alla quale ha ottenuto moltissimi voti femminili), la produzione di 20 mila megawatt di energia elettrica in quattro anni, per superare l’attuale livello di consumo, attestato intorno ai 15 mila mw e una lotta “senza quartiere” contro la corruzione. Progetti di certo non facili da gestire che, se condotti approssimativamente, potrebbero portare alla decadenza del governo Buhari molto prima della sua fine naturale. D’altra parte però, se le promesse fatte in campagna elettorale dovessero avverarsi, ciò consacrerebbe la figura del neo-presidente a condottiero della Nigeria, paese che da ormai troppo tempo avrebbe le risorse per divenire la nazione più ricca d’Africa ma che fatica a fare il salto di qualità. Questo è ciò che si augura Buhari e la Nigeria tutta: che l’eterno secondo possa divenire eternamente primo.