Non è proprio un bel momento per Erdogan, del resto il presidente turco dalle sue azioni non lascia trasparire il massimo della serenità e della lucidità, elementi cardini per guidare un paese nei meandri della politica internazionale. La decisione di diversi giorni fa di inviare truppe nella zona di Mosul, rischia di essere un altro boomerang per Ankara, non paga evidentemente del grave gesto dell’abbattimento del jet russo ai confini siriani, il quale sta adesso costando parecchio all’economia turca. Quello che è seguito all’invio di truppe turche nel nord dell’Iraq, è andato diametralmente opposto rispetto a quanto pronosticato o sperato da Erdogan. I piani del nuovo sultano, così scrupolosamente e meticolosamente messi in piazza dal 2011 in poi, per quanto riguarda il medio oriente stanno tutto naufragando; l’obiettivo conclamato di Erdogan, è quello di ridare alla Turchia quel pezzo di medio oriente che ha perso un secolo fa e soltanto la liquidazione di Siria ed Iraq possano in tal senso far realizzare i sogni del leader turco. Non quindi solo la capitolazione di Assad a Damasco, bensì lo smembramento dei due stati sopra citati ed una balcanizzazione che permette la nascita di un Kurdistan indipendente in cui spedire i curdi che ha in casa (vera e forse unica opposizione adesso anche parlamentare in seno ai suoi confini), la creazione di piccoli stati confessionali in cui poter estendere l’influenza di Ankara ed in questo senso Erdogan ha sempre saputo che questi piani sono anche quelli di Arabia Saudita, Israele, USA e petromonarchie varie, intende a spezzare l’asse sciita che va da Teheran a Beirut.

Ma adesso questo sembra in gran parte svanire; quantunque in difficoltà, Siria ed Iraq sono due stati ancora a galla, con le istituzioni ancora esistenti e con i rispettivi eserciti tutt’altro che liquefatti. Ne ha dato dimostrazione proprio il governo di Baghdad a seguito dell’ondata di soldati turchi entrati a nord e sopraggiunti nelle campagne di Mosul, terza città irachena e dopo la prossima caduta di Ramadi ultima grande città del paese ancora in mano all’ISIS. Probabilmente Erdogan si aspettava un governo ormai logorato dalla guerra interna, dalle battaglie contro l’ISIS e quindi rassegnato alla sua spartizione su basi etniche e confessionali; ed invece da Baghdad l’intero governo si è rivolto prima all’ONU e poi alla Lega Araba, minacciando anche di rivedere gli accordi con gli USA e la NATO. I diplomatici di Baghdad, lungi e lontani dalla convinzione di rappresentare uno Stato morto o morente, hanno scompaginato il polverone del deserto per chiedere il rispetto della sovranità del paese; ed Ankara ha dovuto, se non proprio ritirarsi, quanto meno ridimensionare le sue aspettative. Se i comandi dell’esercito turco parlano infatti di semplice ridi spiegamento a nord delle proprie unità operative, le quali avrebbero sulla carta l’ordine di proteggere i propri uomini che procedono all’addestramento dei curdi iracheni, nei fatti ed a livello politico per Ankara la sconfitta è evidente; la NATO non ha difeso quelle che Erdogan ha chiamato ‘manovre anti terrorismo’, l’occidente non ha messo un dito sulla vicenda, il governo iracheno ha potuto far fare dietrofront alla Turchia, ancora presente in Iraq ma con meno velleità di qualche settimana fa. L’intento del governo di Ankara appare chiaro: ‘presenziare’ alla cerimonia di liberazione di Mosul e far apparire importante il suo intervento, tale da far intuire a tutti gli attori in campo che la Turchia da quel momento in poi avrebbe considerato il nord dell’Iraq come zona di sua influenza. Da questo punto di vista, la batosta morale datale da Baghdad assume contorni molto importanti; l’Iraq non ha ceduto, il governo iracheno non si considera sconfitto ed anzi intenderà difendere il proprio territorio e farne rispettare gli originali confini.

Nessuna liquidazione dell’Iraq, nessuna resa alla prospettiva di essere ridotto ad una sorta di ‘Sciistan’ da Baghdad a Bassora; del resto, le operazioni dell’esercito procedono piuttosto bene: come detto, Ramadi è quasi del tutto liberata e quella che appariva come l’inespugnabile roccaforte dell’ISIS nella grande provincia sunnita dell’Al Anbar, è adesso ad un passo dalla capitolazione e dalla definitiva riconquista da parte delle forze irachene. La stessa provincia di Al Anbar è stata conquistata per l’80%, mancano qui ancora Falluja ed i valichi di confine con la Siria, per il resto la pressione dei miliziani Daesh su Baghdad è solo triste ricordo; ci si prepara alla presa di Mosul e lì si gioca una fetta importante per il futuro dell’intero paese. Prima o poi questa antica e bella città cadrà ed anche da lì il califfato svanirà; ma sarà alquanto decisivo capire chi per primo piazzerà la bandiera a Mosul: se saranno le milizie popolari sciite, Baghdad ne uscirà ancora più rafforzata, se saranno i curdi la nascita di un nuovo stato a nord di Tikrit sarà molto vicino ad essere realtà, con i turchi pronti a far scorrere i propri carri armati nel cuore della città.

L’intervento russo in Siria, ha pregiudicato già questo tipo di strategia turca in quel paese; Ankara dal 2012 considerava ormai i monti turcomanni, la provincia di Idlib ed il nord di Aleppo come giardino di casa grazie al controllo dei gruppi takfiri da lei finanziati ad armati, adesso tutto questo sta svanendo con l’avanzata di Damasco a nord di Latakia e verso il confine con la Turchia. Il tentativo disperato di far desistere la Russia dal bombardare questo confine, culminato con l’abbattimento del jet di Mosca, ha solo dato il via ad una più massiccia campagna aerea dei russi e di terra dei siriani, che ha fatto naufragare il progetto di Ankara di procedere con la spartizione del nord della Siria. Ha provato adesso a stroncare questo tentativo in Iraq, lì dove non vi sono russi che bombardano e dove il presidente curdo Barzani è stretto collaboratore del governo di Davutoglu. Ma adesso, anche in questo caso, Erdogan deve ingoiare il boccone amaro e persuadersi che non ha a che fare con due stati consegnati ai libri di storia; Siria ed Iraq ci sono, sono ancora presenti e vivi e combattono per la loro integrità territoriale. Il verdetto adesso passa ai campi di battaglia: Ramadi e Mosul prossimi obiettivi da liberare per gli iracheni, il deserto attorno Raqqa e Palmira invece le mete ambite dall’esercito siriano; le battaglie sono ancora in bilico, ma di certo né Damasco e né Baghdad sono governi domati e ‘liquidati’, con buona pace di Erdogan e delle sue mire neo ottomane.