Il Regno Unito ha votato “leave” e si avvia ad iniziare il processo per l’uscita definitiva dall’Unione Europea. A poche ore dalla chiusura dei seggi, il dato che giunge da Albione è un testa a testa all’ultimo voto che vede, alla fine, trionfare il cosiddetto Brexit. L’elettorato del Regno non solo è spaccato, ma mette già in luce tutte quelle dinamiche che di quei in avanti muoveranno la politica interna e non solo estera di Londra e metteranno a nudo i problemi atavici deli sudditi della Corona, con ricadute molto incerte sulla tenuta del sistema geopolitico che fa capo al Regno.

Innanzitutto, la Scozia, come preventivabile, ha votato in maggioranza per rimanere. C’era da aspettarselo. Chi ha seguiti il referendum scozzese sa bene che nelle piazze che si riempivano di indipendentisti nei giorni caldi della campagna per la secessione, le bandiere della UE spesso facevano capolino fra quelle di Scozia, e prefiguravano un filone ideologico già da tempo chiaro in Europa: i secessionisti sono filoeuropeisti. L’Europa rappresentava una garanzia di riconoscimento dei diritti ed una casa comune dove andare subito, e di corsa, appena usciti dal Regno. Ed infatti a Glasgow ed Edimburgo il dato è inequivocabile, e si è votato per il Remain. I nazionalisti scozzesi, subito dopo il voto del Brexit, hanno annunciato di sentirsi prima di tutto europei e hanno chiesto di voler mantenere i rapporti privilegiati con Bruxelles, anche a costo di un altro referendum indipendentista: questa volta, forse, con un risultato nettamente diverso.

Si è votato per il remain anche a Londra, a Cambridge e ad Oxford, le vere locomotive del sentimento europeista in Inghilterra. Da tempo imbevute dell’essenza Erasmus, di giovani immigrati provenienti da tutto il continente, si può dire che le città simbolo dell’Inghilterra siano in realtà le città meno realmente inglesi di tutte oramai. Votate ad un cosmopolitismo e ad un’apertura all’Europa, il “Bremain” per loro non è solo una necessità vitale economica, ma anche una necessità di pensiero, che non potevano rinnegare dopo decenni di forzato melting-pot. Si è votato per il “leave” in Galles, dove i seggi del dragone si sono confermati i più duri e puri nella mentalità anglosassone non solo isolana ma anche isolazionista, rappresentando quel sentimento puro e forse ancora più tipicamente britannico, che ci si aspettava (o si temeva) e che poi si rivelato veritiero, convogliano il Regno Unito nel ritorno all’essere isola che guarda il continente.

Dato interessante, da non sottovalutare nelle dinamiche di politica estera futura: Gibilterra ha votato al 96% per rimanere in Europa. Come tutti sappiamo, Gibilterra non è un semplice scoglio sulle Colonne d’Ercole. Ma è ancora oggi uno dei più grandi punti d’attrito tra Regno Unito e Spagna. I cittadini della piccola roccaforte inglese sulla punta dell’Andalusia temono un contraccolpo economico e politico sensibile. Addirittura il loro Primo Ministro ha paventato lo spettro dell’invasione spagnola. Ma tra barriere doganali altissime e proprietà inglesi nel cuore della Spagna, la preoccupazione rimane soprattutto per i transfrontalieri. In Irlanda del Nord, lo Sinn Fein cavalca la tigre referendaria e si schiera in modo inequivocabile: ora che siamo usciti dall’Europa, chiediamo la riunificazione d’Irlanda. Parole pesanti, che scaldano gli animi di un popolo che ancora oggi, a fronte di secoli di occupazione inglese, chiede a gran voce di riunire gli stendardi di Irlanda e una casa madre che riunisca Dublino e Belfast. Matin McGuinness ha parlato chiaro, affermando che il voto del Brexit mette a repentaglio la vita economica degli irlandesi e che è necessario votare per affermare un’altra volta il diritto ad un’Irlanda veramente libera dal giogo di Londra. Insomma, Brexit non è soltanto l’uscita dall’Unione Europea, ma potrebbe essere il vaso di pandora finalmente aperto di tutti i problemi che il Regno Unito, in Europa, non avrebbe mai avuto. Se nulla sarà più come prima in Europa, tantomeno lo sarà nel Regno (non più tanto) Unito che si affaccia di nuovo al mondo “completamente” indipendente.