I primi sintomi dell’insofferenza mediorientale alla presenza e all’ingerenza militare statunitense nell’area iniziano a rendersi manifesti. La commissione Sicurezza e Difesa del Parlamento iracheno ha dichiarato di voler rivedere o, addirittura, annullare, l’accordo sulla sicurezza nazionale siglato in passato con Washington. Sputnik riporta la voce di alcuni componenti dell’organo legislativo iracheno, che a gran voce domanda la revisione, per giunta l’annullamento, di un accordo che determina la presenza di militari americani sul suolo tra il Tigri e l’Eufrate che perdura oramai da oltre un decennio. Il motivo è più che evidente: le autorità irachene, primo tra tutti il Premier Haider Abadi, sottolineano come non vi sia stata una corretta implementazione del piano di sicurezza portato avanti dagli Stati Uniti, a capo della coalizione internazionale che ha prima abbattuto il regime di Saddam Hussein, per poi condurre le inefficienti operazioni di nation-building cui tutti oggi noi assistiamo critici. Il motivo di tale rigetto della presenza americana è presto intuibile: l’operazione militare portata avanti dalla NATO fino ad oggi ha condotto ai pietosi risultati cui oggi assistiamo: orde di ribelli jihadisti che rivendicano la propria superiorità sui governi sciiti (il governo iracheno è sciita, ndr), oltre che professare la lotta religiosa sulla base dell’impudicizia dilagante in Occidente. Una disastrosa campagna che ha privato i popoli dell’area mediorientale di risorse e infrastrutture, senza che vi fosse un consistente motivo per sollevare le polveri di deserti ricchi di risorse da sfruttare più di quanto già non si facesse.

Al governo iracheno sta anche scomodo il dispiegamento di truppe turche nell’area di Mosul, in prossimità di uno degli avamposti di Daesh in Iraq. Il sentimento nazionale, accompagnato da motivi religiosi e culturali, spinge l’Iraq a rivendicare la propria sovranità territoriale nei confronti di Erdogan, che non gode di legittimazione alcuna per condurre delle unità militari senza il consenso del governo in carica. Se la Turchia non ritirerà le sue truppe entro 48 ore, il governo iracheno si rivarrà sul Consiglio di Sicurezza dell’ONU, portando nel consesso internazionale le ragioni della tensione tra i due Paesi. Il punto chiave della questione risiede anche nella possibilità di invocare l’intervento dell’aviazione militare russa come supporto nella lotta al terrorismo islamista entro i confini dell’Iraq. Dunque si fa scomoda la posizione degli agenti NATO rispetto ai dettami del Diritto Internazionale da loro strenuamente difesi in occasione della crisi ucraina, definendo illegale l’intervento russo a difesa dei russi etnici della Crimea. In questa circostanza il governo di Baghdad ha letteralmente sbattuto la porta in faccia a presenze militari non gradite entro i propri confini, liquidando come deludente il piano militare approntato dalla Casa Bianca (che smacco!) e come illegale lo strenuo tentativo da parte di Erdogan di proteggere i propri interessi – altrettanto illegali – in un territorio fuori dalla sua competenza, oltretutto, senza il consenso del governo sovrano.

Non si può ignorare come rapidamente siano mutati gli equilibri e le influenze in Medio Oriente, cui accordi come il nucleare iraniano e la lotta al terrorismo intrapresa dalla Russia hanno aperto la strada. Il canto del cigno – o anche dell’aquila – americano nell’area mette alla berlina una politica da sempre definita da tutti deludente ed inconcludente. La confusionaria e scoordinata azione di Erdogan esterna le serie difficolta in cui il presidentissimo turco sta inciampando nel tentativo disperato di difendere i suoi affari nella regione. La differenza dell’approccio tra Russia e Occidente sulla questione mediorientale risiede nella coerenza delle strategie intavolate finalizzate all’egemonia della regione. La questione religiosa poco interessa alle potenze coinvolte, bensì il raggiungimento di un obiettivo politico e geopolitico chiaro nel caso di Mosca, confuso e arrabattato per quanto riguarda Washington e dintorni. Ci si augura che il pragmatismo e l’apparente efficacia della “cura Putin” riescano a debellare il cancro jihadista, così da portare un disegno equilibrato al tavolo cui siederanno i diretti interessati.