Molto spesso, lì dove vi sono toni aspri ed urla, si nasconde il vuoto sia di contenuti che di sostanza: è il caso tanto delle imminenti elezioni olandesi, quanto dello scontro apparentemente molto duro tra L’Aja ed Ankara, in cui da un lato il governo di Rutte non concede il via libera per lo svolgimento dei comizi dei ministri turchi in vista del referendum sulla costituzione di Ankara, dall’altro Erdogan senza mezzi termini accusa l’esecutivo olandese di nazismo. In realtà, una situazione del genere è solo figlia dell’intreccio di due delicate campagne elettorali: da un lato, per l’appunto, le legislative olandesi e dall’altro il referendum turco. La legge turca, è bene ricordarlo, consente ai cittadini turchi all’estero di votare: nei Paesi Bassi, vi sono 400.000 cittadini turchi, 650.000 in Francia, ben tre milioni in Germania, ecco perché per ogni campagna elettorale Erdogan ed i suoi corrono in Europa a tenere comizi. I turchi all’estero sono uno zoccolo duro dell’elettorato dell’AKP, i loro voti nelle ultime legislative hanno contribuito a consegnare al partito del presidente la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento e la possibilità quindi di introdurre le riforme costituzionali oggetto di quesito referendario.

Nei Paesi Bassi invece, come detto, si vota per rinnovare la Camera Bassa composta da 150 deputati ed anche queste consultazioni appaiono cruciali, pur se non decisive visto l’elevato livello di frammentazione del sistema politico olandese che renderà necessarie delle coalizioni per formare un nuovo esecutivo; in corsa, tra gli altri, vi è il premier uscente Mark Rutte, il quale aspira al suo terzo mandato consecutivo: per l’attuale leader olandese, è fondamentale che il suo partito, il VVD, ottenga la maggioranza relativa dei seggi, in modo da poter essere a capo di una nuova coalizione assieme a Cristiano Democratici e Laburisti. Ad insidiare il primato del partito di Rutte è Greet Wilders, a capo dell’euroscettico PVV. Il leader populista ha attirato in questi anni il suo consenso anche grazie alla retorica anti-Islam, oltre che a favore di una ritrovata sovranità ed è su questi temi che Rutte adesso vuol cercare di incalzarlo per prendersi una parte di elettorato attualmente orientato verso Wilders.

Rutte - Wilders

Rutte – Wilders

A dispetto di quanto fatto apparire dai media, VVD e PVV non sono così distanti ed i due partiti hanno anche composto nel 2010 una coalizione (anche se Wilders dava solo appoggio esterno) che ha permesso a Rutte di formare il suo primo governo; entrambi gli schieramenti si definiscono liberali, sui temici economici vi è un’importante comunanza di vedute, la differenza principale consiste nel fatto che il PVV paventa un percorso sullo stile della Brexit per i Paesi Bassi ed il pugno duro contro Islam ed immigrazione, su posizioni più conservatrici e moderate si ritrova invece il VVD del premier uscente. L’alzare i toni contro Ankara, per il governo di Rutte vuol dire quindi cercare all’ultimo minuto di riguadagnare le simpatie degli elettori liberali più titubanti, un tentativo della vigilia per assottigliare il consenso alla formazione di Wilders; alla base dunque, non ci sono repentini cambiamenti della politica olandese e né tanto meno dell’Unione Europea nei confronti della Turchia. Si tratta di un mero calcolo elettorale, che scadrà il minuto successivo alla chiusura dei seggi nei Paesi Bassi; del resto, il governo de L’Aja non si è mai spinto a decisioni così dure e drastiche contro Ankara quando Erdogan ha iniziato il giro di vite anti curdo, quando ha raso al suolo diversi villaggi curdi in funzione anti PKK, oppure ancora quando era risaputo che il leader turco stava armando i terroristi islamisti in Siria e palesava mire espansionistiche ad Aleppo e nel nord del paese, saccheggiando industrie e quant’altro nell’estate del 2012.

Sostenitori di Erdogan a Rotterdam

Sostenitori di Erdogan a Rotterdam

Un atteggiamento contraddittorio, quello del governo olandese, da considerare come frutto di mera ipocrisia esercitata seguendo la retorica dei diritti umani, gli stessi che spesso, per tornaconti economici e politici, sia dai Paesi Bassi che dall’Europa non sono stati presi in considerazione nella definizione dei rapporti con Ankara quando Erdogan li violava a più riprese in passato; terminate le consultazioni, tutto tornerà come prima e questo per diverse ragioni: da un lato, come detto, i turchi rappresentano quasi mezzo milione di cittadini residenti nei Paesi Bassi e qualsiasi esecutivo futuro non può permettersi di convivere con una comunità turca indispettita ed irritata, dall’altro sia L’Aja che, più in generale, Bruxelles non sembrano avere una schiena sufficientemente dritta da tenere testa ai ricatti di Erdogan, il quale in qualsiasi momento può sguinzagliare in Europa milioni di rifugiati siriani e del medio oriente attualmente trattenuti in Turchia in cambio del pagamento di tre miliardi di Euro, per non parlare poi dei legami commerciali inscindibili e solidi che obbligano le parti a cercare costanti punti di mediazione.

Le urla ed i toni forti, celano solo il calcolo elettorale e l’opportunismo di ambe le parti destinato a tramontare dopo le consultazioni; non ci sono all’orizzonte drastici cambiamenti e né repentine pericolose ripercussioni. Lo stesso discorso va, in un certo senso, effettuato anche per le stesse elezioni olandesi; descritte come ‘decisive’ da più parti, esse appaiono invece poco incisive per il futuro dell’Europa: chiunque vinca, non avrà che al massimo 24 o 27 seggi su 150, l’unico elemento significativo potrà essere rappresentato dalla maggioranza relativa assegnata al PVV, ma sarebbe soltanto un qualcosa più di simbolico che di concreto visto che, alla luce della frammentazione sopra accennata, non sarà difficile mettere assieme tutti i vari partiti pro Europa.