A poco più di una settimana dal voto del 19 aprile che coinvolgerà i contendenti alle nomination presidenziale dei due principali partiti statunitensi nello Stato di New York, l’attesa è già alle stelle. Per la prima volta dopo numerose tornate, la strada per Washington passerà obbligatoriamente per la Grande Mela, a causa del ruolo capitale che giocherà lo Stato in cui si trova la principale città degli USA nel decidere le condizioni con cui il Partito Democratico e il Partito Repubblicano arriveranno alle loro convention estive, nelle quali dovranno ufficializzare i candidati per le elezioni di novembre, tra i quali numerosi esponenti sono proprio strettamente legati alla città di New York. Di quest’ultima sono infatti nativi i due personaggi politici che maggiormente hanno fatto parlare di sé, sebbene per ragioni tra loro completamente antitetiche, nei primi mesi delle primarie, ovverosia il democratico Bernie Sanders e il repubblicano Donald Trump, mentre Hillary Clinton ha rappresentato lo Stato come senatrice tra il 2001 e il 2009. È dal 1945, anno della morte di Franklin Delano Roosevelt, che lo Stato di New York non risultava tanto coinvolto nella campagna per l’elezione dell’inquilino della Casa Bianca, e da ciò ne consegue un ulteriore incremento di significatività per l’imminente voto delle primarie. Il posizionamento tradizionale del caucus newyorkese lo ha reso, in numerosi casi, ininfluente ai fini del risultato finale della contesa interpartitica. In questo frangente, al contrario, esso potrà fornire indicazioni preziose tanto per comprendere i nomi degli sfidanti di novembre quanto per analizzare la distribuzione dei rapporti di forza tra le diverse correnti e le varie formazioni.

Sul fronte democratico bisognerà tastare l’effettivo impatto dello slancio che in queste ultime settimane ha caratterizzato l’arzillo Bernie Sanders, uscito vincitore in ben sei tornate su sette a partire dal 22 marzo, e la tenuta del candidato maggiormente progressista della corsa presidenziale dinnanzi all’elettorato liberal dello Stato di New York, tradizionale roccaforte dei Clinton il cui elettorato è composto in misura considerevole da individui appartenenti a fasce della popolazione che altrove hanno dimostrato maggior feeling con Sanders; inoltre, il caucus newyorkese sarà la vera e propria prova del nove per la futura campagna del Partito Democratico in vista di novembre: l’appoggio popolare all’ascesa di Sanders sta spostando notevolmente l’equilibrio interno del partito e, anche nel caso in cui la Convention Democratica di luglio votasse a maggioranza per la candidatura della Clinton, esso potrebbe risultare decisiva per l’impostazione di un programma partitico maggiormente progressista, al cui interno posizioni largamente propagandate da Sanders come la necessità di una copertura sanitaria universale e di una radicale riforma di Wall Street potrebbero rientrare a pieno diritto. Se New York esprimerà un giudizio favorevole a Sanders, permettendogli di erodere ulteriormente il vantaggio della Clinton, è possibile che queste proposte, presupposto per l’edificazione di un Future to belive in, come recita lo slogan della campagna di Sanders, risulteranno investite di un’autorevolezza ancora maggiore. Questo sarà il senso principale della campagna del Senatore del Vermont nelle prossime settimane: egli infatti ha già vinto la sua sfida personale, riuscendo a dimostrare l’effettiva costruibilità di una piattaforma politica realmente riformista in uno dei grandi partiti statunitensi, ora si tratta di costruire architetture stabili al di sopra delle fondamenta gettate. In ogni caso il divario tra Sanders e la Clinton resta consistente, anche alla luce del divario conseguito tra Sanders e l’ex first lady nelle preferenze dei membri del Comitato Nazionale Democratico: i componenti di quest’organo, di cui fanno parte anche i governatori e i membri della Camera dei Rappresentanti e del Senato espressi dal Partito Democratico, hanno sino ad ora espresso 472 preferenze per la Clinton contro le sole 32 raccolte da Sanders. Da ciò ne consegue quanto sia di capitale importanza per l’ala progressista conseguire un successo importante in uno Stato chiave come New York per poter rilanciare ulteriormente le proprie ambizioni.

Nel Grand Old Party continua invece, più caotica che mai, la grande bagarre tra gli sfidanti che aspirano alla nomination di una formazione ogni giorno sempre più divisa, scombussolata dal passaggio del ciclone Trump, la cui ascesa ha portato i vertici tradizionali del partito a cercare più volte un candidato capace di arginare la corsa del magnate newyorkese. Fallita ignominiosamente la campagna di Jeb Bush e tramutatasi in un nulla di fatto anche quella di Marco Rubio, oramai l’establishment repubblicano ha iniziato a giocare di rimessa, puntando al massimo risultato che i suoi rappresentanti possono permettersi di raggiungere da qui all’estate, ovverosia impedire a Trump di conquistare la maggioranza assoluta dei delegati. L’istrionico outsider tramutatosi in frontrunner ha sino ad ora raccolto nella sua corsa alla nomination 749 delegati su 1237 necessari per centrare la maggioranza assoluta, e nel contempo il suo principale sfidante Ted Cruz è stato investito del ruolo di “argine” contro il dilagare impetuoso di Trump. Sebbene siano tramontate oramai le sue chances di sopravanzare in ultima istanza il suo avversario, Cruz sta ricevendo negli ultimi giorni il sostegno da diversi membri del Grand Old Party, evidentemente ansiosi di mantenere la sua nave il più possibile in linea di galleggiamento, impedendole di colare a picco di fronte ai colpi inferti da Donald Trump, che riesce a prevalere su Cruz tanto dal punto di vista della pervasività delle sue posizioni quanto nella sfida retorica a distanza che quotidianamente si manifesta attraverso comizi, interviste e conferenze stampa trasmesse in diretta televisiva. Cruz è riuscito a superare Trump nel recente caucus del Wyoming, e ora un suo successo a New York sarebbe decisamente funzionale agli obiettivi degli oppositori del tycoon, desiderosi di vedere il Partito Repubblicano arrivare alla sua Convention in una situazione di incertezza e stallo, con una maggioranza di delegati non definita, al fine di poter imporre un candidato “di unità” che saldi tra loro tutti i rappresentanti del partito ostili a Trump. La figura in questione, dopo il declino dell’ex sindaco di New York Bloomberg, potrebbe essere scelto attraverso la “via istituzionale” dell’investitura di Paul Ryan, attualmente presidente della Camera dei Rappresentanti.

Il piano degli oppositori di Trump è tuttavia quantomeno rischioso: esso si basa sul presupposto, tutto da dimostrare, che al momento della verità la “disciplina di partito” imponga a tutti i delegati della Convention non favorevoli a quest’ultimo di convergere verso un’unità di intenti che oggigiorno è a dir poco ottimistico vagheggiare come possibile. La frattura tra le numerose anime del Grand Old Party ha rappresentato infatti una causa dell’ascesa di Trump, non un suo effetto: e l’idea di curare la malattia dell’organismo celandone forzatamente il sintomo appare in partenza a dir poco peregrina. Il gioco è decisamente rischioso, e le conseguenze per il Grand Old Party potrebbero essere disastrose se, ad esempio, un Trump messo in minoranza decidesse di correre ugualmente per la Casa Bianca da candidato indipendente, portando di conseguenza a un’emorragia di suffragi per il Partito Repubblicano. New York è investita dunque del ruolo di campo di battaglia decisivo per constatare l’effettiva attuabilità di tale stratagemma. Il caucus repubblicano del 19 aprile promette scintille, e potrebbe rivelarsi un vero e proprio punto di svolta per i destini del partito in prospettiva delle elezioni presidenziali di novembre. La più grande e simbolica città degli USA sarà a breve investita di un significato politico di importanza paragonabile alla decisiva influenza esercitata da quest’ultima e dal suo Stato sulla vita dell’intera nazione. Sebbene dopo l’appuntamento del 19 aprile restino ancora numerosi caucus di primaria importanza (fra cui quello californiano, che assegnerà il maggior numero di delegati), è chiaro che le implicazioni politiche e sociali del voto newyorkese sarà passibile di influenzare il futuro delle primarie: tutti i programmi dei candidati presidenti presuppongono per la loro realizzazione un risultato positivo in questo cruciale appuntamento. La strada per la Casa Bianca passa obbligatoriamente dalla Grande Mela, in corrispondenza della quale si intravede una chiara strettoia: solo chi riuscirà a passare indenne dalle Forche Caudine del voto dello Stato di New York potrà ragionevolmente pensare di poter ancora ambire alla massima carica della nazione americana.