Che le tradizioni siano metalessiche e regressive; che abbiano spesso un’origine piuttosto recente e talvolta siano inventate di sana pianta [1]; che leader carismatici costruiscano le proprie politiche di consenso ricorrendo alla manipolazione degli assi crono-spaziali, utili strumenti di controllo indiretto delle famigerate liberal-democrazie, insieme con il ricorso ai precetti ideologici passati aderenti a paradigmi retoricamente patriottici e conservatori; che la riconfigurazione dello scacchiere internazionale passi attraverso l’eterna rievocazione di un’epoca ormai trascorsa e nostalgicamente desiderata; che pur di vincere le primarie ci si appelli all’uso improprio di adagi politicamente connotati, solo per sollevare adesioni e analogie senza tempo; che ci si avvalga altresì delle “tecnologie del potere” per mettere in scena politiche esclusiviste ed eterni scontri di civiltà, sono solo alcuni degli escamotage comunicativi che di fatto legittimano l’operato dei molteplici soggetti al potere in questa famigerata società della “rappresentazione”.

Emblematiche in tal senso, le recenti dichiarazioni del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il quale celebrando la commemorazione dell’ex premier Yitzhak Shamir, avvenuta domenica scorsa, ma anche in occasione dell’incontro con l’omologo bulgaro Bokyo Borissov, con toni perentori, esplica nuovamente la sua competenza comunicativa degna di un leader neutrale ed obiettivo. Ed ecco che la comunità internazionale assiste a quel che potrebbe in prima istanza apparire come l’ennesimo processo di revisionismo storico; ma “gli uomini fanno la storia e non lo sanno”. È necessario piuttosto comprendere, che pur di legittimare alleanze e portare avanti approcci dicotomici ed eternamente conflittuali, gli attori della politica estera non si precludono alcuna possibilità di “invenzione”.

Tre le novità presentate dal premier: l’attestazione di “allegria” e “felicità” per la tregua in Siria, ed al contempo la dichiarazione di condanna nei confronti dell’annuncio attribuito all’ambasciatore dell’Iran in Libano, Mohammad Fateh Ali, relativo alle politiche assistenzialistiche attuate dal governo iraniano nei confronti dei palestinesi vittime di attacchi, che ovviamente turbano la quiete degli stati religiosi; ed infine, il ricorso alla Guerra dei Sei giorni ed alle politiche di conquista delle Alture del Golan da parte dello stato ebraico, unilateralmente espropriate e riconosciute – ufficiosamente – come territorio annesso nel 1981 (utile ricordare la recente richiesta di annessione ufficiale fatta dal premier al Presidente Obama); ed altresì gli eccessivi interventismi post- embargo ed accordi nucleari da parte dello storico nemico iraniano in quei, così ingiustamente apostrofati, “territori occupati”. Ma nello specifico, di cosa si tratta? Perché rievocare conflitti anacronistici e casualmente dichiarare che l’Iran è il creatore del terrorismo? Perché la Siria è divenuta adesso fonte di preoccupazione per il Premier israeliano? Qual è il senso delle critiche che Israele muove ai media internazionali ed occidentali a proposito dei processi di costruzione della notizia: “gli attacchi terroristici non arrivano a causa della frustrazione dei palestinesi – come racconta il sistema mediatico occidentale ndr – per la costruzione realizzata negli insediamenti in Cisgiordania ad opera di Israele, bensì per la loro incapacità di distruggere (e non già di costruire)”.

Coltelli, razzi e politiche di conquista

Secondo i media filo-israeliani, le determinanti del conflitto arabo-israeliano e le cause della lotta contro il terrorismo di matrice “filo-iraniana e palestinese” sono dunque rintracciabili nelle politiche interventiste che il governo iraniano realizza in territori “palestinesi”. Ma vediamo nel dettaglio. L’ambasciatore iraniano in Libano ha annunciato che Teheran intenderebbe finanziare le famiglie palestinesi “responsabili di attacchi” (secondo i media israeliani, ndr) o le cui case sono state distrutte in “conseguenza delle loro azioni”.

Ed ecco la critica presentata dal premier: “questo dimostra che l’Iran anche dopo l’accordo sul nucleare, sta continuando ad aiutare il terrorismo, incluso quello palestinese, quello di Hezbollah e l’assistenza ad Hamas”. Inoltre, procede il primo ministro israeliano: “ Noi ci rallegriamo degli sforzi commessi in campo per avviare al cessate il fuoco stabile, a lungo termine e affidabile in Siria” (piccola nota temporale, ndr) ma, continua: “è importante che le cose siano chiare, ogni accordo con la Siria deve comprendere la fine dell’aggressione iraniana contro Israele, a partire dal territorio siriano […] Noi non accetteremo la fornitura di armi sofisticate a Hezbollah a partire dalla Siria o da Libano, noi non accetteremo la creazione di un secondo fronte terroristico sulle Alture del Golan”. Il premier, dunque, critica l’Autorità Palestinese e spiega l’invenzione del terrorismo palestinese ricorrendo all’analogia temporale del 1930. Al- Hussein (leader musulmano palestinese) come la causa primordiale dei conflitti etnici/religiosi in quel dello Stato ebraico. Per comprendere le determinanti della questione basta ricorrere alle notizie pubblicate in questi giorni dai media filo-israeliani.

A tenore dei quali, non solo l’Iran non ha perso occasione per fomentare i gruppi di ribelli in Libano, Yemen, Bahrain; ma avrebbe stretto alleanze, non più con Hamas, bensì con altri gruppi filo-palestinesi il cui obiettivo è cancellare i confini dello Stato Ebraico. È forse il caso di ricordare che la Siria, l’Egitto, la Cisgiordania, furono/sono sostanzialmente privati dei loro territori? È forse il caso di ricordare che la nascita di “Stati” recentemente dichiarati, legittimi la propria identità partendo proprio da determinanti di natura religiosa e territoriale? È forse il caso di ricordare che terze guerre ed i oltelli insieme con i razzi, non determinano i confini del campo politico?Quando il popolo è da sempre vittima di politiche egemoniche e belligeranti urge l’intervento della tradizione inventata, che come ricordano Hobsbawm e Ranger rappresenta: «un insieme di pratiche,in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità con il passato [2] ». Sarà forse questo il motivo per il quale il Premier Netanyahu ha recentemente dichiarato (a fronte delle critiche relative alla gestione della politica estera israeliana) che invece Israele è l’unica realtà plurale in cui gli arabi ricevano “orpelli” che altrove non hanno?

[1] E.J. Hobsbawm, T.Ranger, 2002, L’invenzione della tradizione. Piccola Biblioteca Einaudi.

[2] Ivi, p. 4.