In questi ultimi giorni due gravi attacchi contro immigrati si sono svolti nella civilissima Svezia e nell’accogliente Germania; entrambi, secondo gli inquirenti, opera di gruppi di neonazisti probabilmente collegati con frange estremiste di gruppi di ultras. A Stoccolma un vero e proprio raid punitivo di 50 – 100 persone a volto coperto ha preso di mira le persone di origine straniera. In Germania invece una bomba a mano – fortunatamente non esplosa – è stata lanciata contro un centro di accoglienza a Villingen-Schwenningen nella Foresta Nera. Nonostante solo questi due casi abbiano ricevuto un’ampia copertura mediatica, in entrambi i Paesi sono solo la punta dell’iceberg di una ben più vasta campagna intimidatoria contro i migranti: in Germania lo scorso anno si sono verificati almeno 163 attacchi gravi, mentre in Svezia solo da inizio anno si sono verificati già 3 attacchi incendiari contro moschee e luoghi di aggregazione islamici. Entrambi i Paesi sono non a caso quelli che hanno accolto più rifugiati: il paese scandinavo applica da lungo tempo generose politiche d’accoglienza, mentre la Merkel ha deciso di mostrare il suo volto buono più recentemente, dopo avere sfoderato il pugno di ferro nei confronti dei greci. Entrambi i governi però ora corrono ai ripari; spinti dagli eventi, pressati dagli alleati di governo che temono di perdere il consenso e incalzati dai sondaggi che vedono i partiti identitari in rapida ascesa, adesso corrono ai ripari annunciando rimpatri forzati e controlli alle frontiere. Insomma il solito e affannoso tentativo di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.

Proprio sull’immigrazione era caduto il governo a settembre e sullo stesso argomento è scivolato l’attuale premier socialdemocratico Lofven, quando la legge sul budget non è passata, costringendolo a elezioni anticipate. Il 22 marzo, infatti, dalle urne si attende un ulteriore balzo in avanti dei Democratici Svedesi che dal 13% sono attestati al 18%. Il partito di Bjorn Soder definito dai più di estrema destra (per altri diretto erede di formazioni neonaziste) è già riuscito a mettere in scacco l’esecutivo e a costringerlo a rivedere le sue posizioni in materia d’immigrazione. Analogo discorso vale per la Germania, dove le prossime elezioni amministrative sono un test decisivo per la Cancelliera in vista del 2017 e che vede il partito Pegida in rapida ascesa. Una sua possibile alleanza con l’euroscettico Alternativa per la Germania potrebbe facilmente fargli superare la doppia cifra; chiara indicazione che il vento sta cambiando anche al nord. Eppure c’è qualcosa che non torna nelle classiche spiegazioni che gli intellettuali di Sistema forniscono al fenomeno: innanzitutto ci avevano abituato a considerare il neonazismo come un fenomeno tipicamente dei lander orientali, rigurgito che covava sotto le ceneri della DDR; mentre l’imponente manifestazione di Colonia e gli stessi attacchi nella Foresta Nera e in Baviera dimostrano che la realtà è ben diversa. In secondo luogo mettono in crisi la teoria secondo cui i partiti populisti crescono a causa della recessione e dell’austerità; né i tedeschi né gli svedesi hanno subito questo trattamento. Possibile che il Paese simbolo dell’integrazione e quello motore dell’economia europea si stiano trasformando in un preoccupante covo di neonazisti?

Eppure c’è poi un Paese dove i neonazisti non solo sono ben accetti, ma addirittura al governo. Un Paese il cui ambasciatore in Italia ha pubblicamente elogiato come eroe un collaborazionista (Stepan Bandera) che si è macchiato di gravi crimini contro l’umanità, senza che nessuno si scandalizzasse. Un governo che ha ufficializzato i simboli nazisti, che utilizza i gruppi neonazisti per operazioni di “antiterrorismo” per bruciare chiese, massacrare pacifici dimostranti, associazioni sindacali e giornalisti. Un governo che ha creato un ministero dell’Informazione che sovraintende ogni frase o immagine pubblicata e che sta riscrivendo la Storia del proprio Paese in chiave anti-russa. Non avete ancora capito qual è? La sua capitale è Kiev.