Troppe parole si sono spese nella condanna unanime ed ipocrita del tragico gesto terrorista occorso a Bruxelles lunedì scorso, del quale si susseguono opinioni contrastanti senza che nessuno ammetta la colpa che negli anni è maturata, cioè quella di stendere tappeti rossi ai nostri “friends with benefits”, che hanno inondato di denaro le casse dei governi europei per finanziare la diffusione di un indottrinamento islamista che, in buona parte dei casi e nella peggiore delle ipotesi, è degenerato nello scontro di civiltà che oggi ci segrega in una condizione di prigionieri in casa nostra.

Le lacrime del Capo della diplomazia europea fanno pensare a quelle di un coccodrillo, ingrassato dalla olezzosa pecunia dei paesi arabi, che oggi piange atterrita le vittime di un attentato al cuore dell’Europa. La questione che indigna, più che altro, è l’ossequioso trattamento sempre riservato ai capi di questi stati, in prima linea nel finanziamento del terrorismo e ultimi della classe nel rispetto dei diritti umani. Abbiamo venduto loro le armi con cui intraprendono la sfida alla “civiltà” occidentale, salvo poi salvarci la coscienza regalando miliardi a quei governi che dovrebbero aiutarci a fermare i migranti che noi stessi abbiamo indotto a fuggire, con le nostre bombe. Ci sediamo al tavolo con i nostri detrattori, per poi essere smentiti dai fatti. La diplomazia europea fa due pesi e due misure sul trattamento dei propri interlocutori: avvicina l’Arabia Saudita e la Turchia, che ci remano contro e contribuiscono ad esasperare la crisi mediorientale e al contempo allontana ed ostacola la Russia che invece, paradossalmente, opera per ristabilirvi un equilibrio.

Il 18 marzo, in occasione del secondo anniversario dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa in seguito al referendum popolare del 2014, la Commissione Esteri dell’UE ha emesso una nota in cui si esortano i Paesi membri delle Nazioni Unite ad adottare delle misure sanzionatorie contro il Cremlino, in ossequio alla suicida linea politica portata avanti in queste due anni dalle potenze occidentali. L’Europa è disposta a compiere un altro deleterio passo nel deterioramento delle relazioni con Mosca, pur consapevole di danneggiare se stessa, per sostenere una linea su cui gli Stati Uniti insistono e assistono da lontano, mentre tacciono ineffabilmente sulle rappresaglie sociali che attualmente affliggono il Vecchio Continente. Gli stessi vertici politici ucraini, all’indomani dei fatti di Bruxelles, si sono spesi in un’idiota (altro modo non si può trovare) invettiva nei confronti della Russia, accusandola di essere coinvolta negli attentati della capitale belga, come prosecuzione della guerra ibrida portata avanti da Mosca.

Sono questi dunque, gli interessi che difendiamo: petrodollari macchiati di sangue e governi composti nelle segrete stanze. L’Europa preferisce tenersi stretti i propri nemici, con i quali banchetta e strizza l’occhio, mentre lascia alla porta gli amici per capricci per conto terzi. Tutto ciò si traduce in un paradigma semplice e grottesco: non abbiamo la forza di scegliere e di imporre la nostra volontà. Sembrano assurde alcune delle dichiarazioni ascoltate e lette in questi giorni, che paragonano l’Europa ad Israele, costretti a convivere, come siamo, con la paura della morte dietro le spalle, senonché, inoltre, non siamo in grado di difenderci. È solo il Belgio fallito, o l’Europa vede il cartello del capolinea in fondo alla via?