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Fin dalla campagna elettorale per le primarie repubblicane Donald Trump si è speso per un cambio di strategia, in politica estera, della potenza statunitense. Non più “guardiani del mondo” ma osservatori dai propri confini e fautori di un sostegno agli alleati regionali nei focolai mondiali. Se le prime mosse (ampliamento del muro al confine con il Messico, blocco temporaneo agli ingressi per persone provenienti da sette nazioni a maggioranza musulmana e fuoriuscita dal Tpp, il Trattato di libero scambio Trans-Pacifico) dimostrano come Trump voglia tener fede al proprio programma elettorale, è lecito pensare che una posizione isolazionista vada a scongiurare la ripresa della dottrina Monroe volta, invece, ad un’intromissione nelle politiche dei singoli stati dell’America Latina. A fare da contraltare a queste posizioni è Rex Tillerson, nominato Segretario di Stato da Trump e la cui nomina è anche già passata per il voto del Senato (56 i favorevoli contro i 43 contrari). Tillerson, classe 1952, sembrerebbe essere stato scelto principalmente per gli ottimi rapporti con la Russia e il Presidente Vladimir Putin, dal quale, nel 2013, è stato insignito dell’Ordine dell’Amicizia, una delle più alte onorificenze russe.

Rex Tillerson e Vladimir Putin insieme. Si ritiene che sia l'uomo di Trump nei rapporti con la Russia

Rex Tillerson e Vladimir Putin insieme. Si ritiene che sia l’uomo di Trump nei rapporti con la Russia

Se sul versante dei rapporti con la Russia il nuovo segretario di Stato risulta sulla stessa linea di Trump è a proposito del suo passato nell’azienda ExxonMobil che si aprono scenari colmi di punti interrogativi, principalmente verso il Sudamerica. Entrato nella compagnia petrolifera nel 1975 come ingegnere di produzione, Tillerson ne ha scalato le posizioni interne fino alla nomina a presidente e amministratore delegato (Ceo, Chief Executive Officer) nel 2006. Accettando la nomina fatta da The Donald, il neo segretario di Stato dovrà rinunciare a lavorare nel settore del petrolio e del gas per i prossimi dieci anni e vendere le 600 mila azioni di cui è proprietario. La liquidazione, per i quarantuno anni di lavoro in azienda, pari a 180 milioni di dollari gli verrà versata, a rate, nel corso dei prossimi dieci anni. La Exxon, divenuta ExxonMobil dopo la fusione del 1999, è una delle principali compagnie petroliferi statunitensi ed è conosciuta in Europa con il marchio Esso. In quanto a profitti e capitalizzazioni di borsa la ExxonMobil risulta il secondo più grande ente privato al mondo dopo la Shell, fatturando 269 miliardi di dollari nel solo 2015. Il rapporto di questo colosso mondiale con l’America Latina è lungo e, in alcuni casi, molto più che conflittuale. In Colombia, avamposto neoliberista del continente, la società petrolifera risulta, dal 2014, una tra le quindici più grandi compagnie per fatturato annuo. In Brasile, dopo la svolta in campo economico del governo Temer, ExxonMobil si sta interessando alle privatizzazioni delle imprese pubbliche che dovrebbero riguardare anche l’azienda di Stato petrolifera Petrobras. L’azienda è presente anche in Messico e in Argentina, dove si occupa dell’estrazione del petrolio di scisto dal giacimento di Vaca Muerta.

“la Brexit e il protezionismo di Trump hanno seppellito quella globalizzazione che era solo servita a provocare crisi economiche, climatiche e alimentari in tutto il mondo”

E’ con il Venezuela chavista che, a partire dal 2007, la compagnia texana ha iniziato una serie di arbitrati internazionali che la vedono dibattere ancora con lo Stato oggi retto da Nicolas Maduro. In principio fu la nazionalizzazione operata da Hugo Chavez ad incrinarne i rapporti. L’offerta di una “compensazione”, che altri giganti petroliferi accettarono, venne respinta e diede il via alla battaglia legale che portò, per un certo periodo, anche al congelamento degli utili generati all’estero dalla Pdvsa (Petroleo de Venezuela S.A). Le contese, tra il paese bolivariano e il colosso del greggio, sono aumentate sotto la presidenza del successore chavista Maduro in seguito all’esplosione del caso Esequibo. Si tratta di una zona di 160 mila chilometri quadrati al confine con la Guyana rivendicata dal 1897 dal Venezuela, la cui controversia è approdata, secondo quanto stabilito dall’Accordo di Ginevra, al Segretario Generale dell’Onu. Incurante del caso la ExxonMobil, avuto il permesso dal governo della Guyana, ha dato inizio alle perforazioni del sottosuolo. Per via delle sue politiche di nazionalizzazioni il Venezuela si ritrova ad essere, con ben 38 cause, il secondo Stato al mondo, dopo l’Argentina, per numero di controversie presso i tribunali internazionali. Più del 55% di esse risultano avviate da compagnie petrolifere, tra cui ovviamente ExxonMobil.

Nel momento in cui Trump sembra occuparsi solo del confinante Messico, in America Latina si sono fatte strada tutte le posizioni possibili verso il nuovo inquilino della Casa Bianca. Suoi sostenitori sono presenti in Colombia dove Maria Claudia Lacouture, ministro del Commercio, spera che l’applicazione di dazi verso la Cina e la volontà di rinegoziare il Nafta (North American Free Trade Agreement- Accordo nordamericano per il libero scambio) con il Messico possa rappresentare un’opportunità per i prodotti colombiani di inserirsi nel mercato statunitense. Una posizione intermedia è stata presa da due dei principali leader populisti del continente. Maduro ha, infatti, sostenuto come non vi sia, da parte sua, alcuna volontà di accodarsi alla denigrazione di un uomo che non potrà mai fare peggio di Obama. E’ necessario ricordare come l’ormai ex inquilino democratico della Casa Bianca abbia rinnovato, tra gli ultimi atti di governo, per un anno il decreto che definisce “Il Venezuela una minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza degli Usa”.

Non più “guardiani del mondo” ma osservatori dai propri confini e fautori di un sostegno agli alleati regionali nei focolai mondiali.

Termini completamente fuori da ogni logica se si pensa che, nonostante l’apertura e l’ampliamento dei rapporti di questi ultimi anni con i giganti dell’Estremo Oriente, il Venezuela esporti 600 000 barili di greggio al giorno verso la nazione a stelle e strisce. Nel futuro del commercio dell’oro nero tra Usa e Venezuela incideranno sicuramente i rapporti degli yankee con l’Iran, altro paese tra i più grandi produttori di petrolio, che Trump e buona parte del Congresso vorrebbero inasprire, e il molto più che probabile aumento del fracking, misura condivisa da Trump e Tillerson, al fine di rendere il più autarchica possibile la politica energetica statunitense. Il secondo è il presidente della Bolivia Evo Morales che in un primo momento aveva dato atto del valore della vittoria del magnate newyorkese sostenendo che “la Brexit e il protezionismo di Trump hanno seppellito quella globalizzazione che era solo servita a provocare crisi economiche, climatiche e alimentari in tutto il mondo”, per poi criticare i primi provvedimenti definendoli “politiche di discriminazione e razzismo”. Più preoccupati dall’ascesa di Trump risultano Raul Castro, che teme la fine del disgelo iniziato con Obama, e l’uscente Rafael Correa in Ecuador che ha esortato l’America Latina ad un discorso consolidato e frontale davanti alle politiche intraprese in materia di immigrazione nei primi giorni di governo da Trump.