di Marcello Berera

Quando – nell’estate del 2015 – l’Ungheria innalzò un reticolato di filo spinato lungo i 175 chilometri di confine con la Serbia, tanto fiato e tanta carta vennero sprecati per commentare la decisione del parlamento magiaro. È però inutile ricordare oggi quanto è stato detto allora, perché gli eventi hanno presto dato ragione all’Ungheria e al suo presidente Viktor Orbán. A quasi un anno di distanza, infatti, anche chi professava l’accoglienza senza riserve ha dovuto rivedere le sue posizioni, mentre la maggior parte degli Stati europei ha adottato soluzioni simili a quella ungherese per contrastare l’ondata migratoria. I profughi che – via terra e via mare – si stanno riversando sul nostro continente, fuggono da quelle guerre che noi stessi abbiamo contribuito a far scoppiare, trascinati dai deliri di onnipotenza dei nostri alleati d’oltreoceano. Ma l’incapacità strategica dell’Unione europea si riconferma nell’imbarazzante gestione della crisi dei migranti, che ha ormai assunto le dimensioni di una vera e propria minaccia per la sopravvivenza dell’Europa e dei suoi popoli. Siamo sempre più vecchi e non facciamo più figli, ma la ricetta del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale non è dare incentivi alle giovani coppie e alle famiglie numerose, bensì importare nuovi immigrati per risolvere i nostri problemi economici e demografici. Per l’establishment liberal-progressista, i migranti rappresentano infatti l’«avanguardia della globalizzazione». Sono individui sradicati senza più origine né destino, che si muovono – al pari delle merci e dei capitali – in funzione dei mercati e della convenienza di chi può disporne a suo piacimento. Il loro è «uno stile di vita che presto sarà uno stile di vita molto diffuso per tutti noi» (Laura Boldrini). L’attacco è diretto contro i popoli europei. «Questa moltitudine […] che sgorga costantemente da una radicale unità e in essa riconfluisce» (José Ortega y Gasset) è tradizionalmente irriducibile all’egualitarismo piatto e senza increspature. La pluralità delle nazioni e il comune destino di Civiltà sono incompatibili col progetto globalista e per questo devono essere cancellati dalla Storia.

Il muro diventa così un freno alla globalizzazione, l’argine allo scorrere di uomini, merci e capitali secondo le leggi della domanda e dell’offerta. Il muro è la prima difesa dei confini entro i quali è possibile fare politica e affermare il diritto. Per i Romani il limes era il limite dove finiva la civiltà. Al di là del limes non vi era la pax perché gli uomini non facevano valere lo ius. «La nostra cultura millenaria ci dà il diritto inappellabile di difendere i nostri confini, [la nostra sovranità], i nostri cittadini, [il nostro stile di vita] e la nostra cultura. Abbiamo il diritto di determinare chi può entrare nel nostro paese e chi non lo può fare. È nostro dovere stabilire che chiunque arrivi rispetti le nostre leggi» (Viktor Orbán). Il ricordo di quella ferita aperta nel cuore dell’Europa che fu il muro di Berlino è però troppo recente e il presidente magiaro lo sa bene: «Dobbiamo ripristinare l’unità politica dell’Europa. Noi popoli europei non possiamo essere liberi da soli, possiamo invece esserlo se siamo uniti, se ci sosterremo a vicenda saremo vittoriosi. Uniti siamo forti, divisi siamo deboli». La crisi dei migranti non può esser risolta ognuno per sé. Parigi e Vienna si difendono a Lampedusa, non a Ventimiglia o al Brennero; Berlino, Colonia e Budapest si difendono a Kos e a Lesbo. La nuova strategia di Orbán va proprio in questa direzione: protezione delle frontiere esterne, preservando la libera circolazione all’interno dell’Unione, e creazione di hotspot all’esterno dei confini comunitari. La sicurezza dell’Europa passa infatti attraverso la stabilità del Mediterraneo. Da Tripoli a Damasco, non possiamo più accettare le condizioni del sultano Erogano e le ingerenze di potenze extra-europee che hanno gettato nel caos Medio Oriente e Nord Africa. «Il futuro dell’Europa è a un bivio: vogliamo essere schiavi o uomini liberi? È una domanda, rispondetemi!»