Il gran Premio di Mosul sta per partire; in Iraq adesso è corsa contro il tempo, dopo sostanzialmente due anni interi di totale immobilismo tanto delle forze irachene quanto di quelle a guida USA, per riprendere la terza città del paese sia per grandezza e dimensioni, così come per importanza culturale custodendo al suo interno alcune delle grandi bellezze dell’antica Ninive (in parte distrutte dalla furia barbarica dei miliziani dell’ISIS) ed essendo da sempre ponte tra la cultura curda e quella propriamente araba.

La cattura di Mosul nel giugno 2014, con il califfo al Baghdadi che dalla moschea più grande della città ha proclamato la nascita del califfato, segna una delle tappe più importanti della recente storia irachena e dell’intero medio oriente: con la terza città irachena in mano ai miliziani estremisti, il mondo si rende conto dell’ISIS, delle sue oscene atrocità e del suo regno del terrore, ma al tempo stesso dimentica finanziatori ed alleati ufficiali ed ufficiosi di quel che da quel momento in poi viene chiamato ‘Stato Islamico’. Adesso la situazione sul campo sembra favorire tanto i peshmerga curdi quanto l’esercito iracheno, umiliato a Mosul nel 2014 ma rinvigorito adesso dai successi ottenuti nella provincia dell’Al Anbar, dove ha ripreso Ramadi e Falluja, e prossimo ad avvicinarsi alla battaglia finale per la terza città del paese. C’è chi addirittura, basandosi su alcune parole pronunciate dal presidente turco Erdogan durante un incontro con suoi connazionali emigrati negli USA, azzarda una data precisa già stabilita a Washington per l’inizio ufficiale delle ostilità: il prossimo 19 ottobre.

Anche se negli ultimi anni Baghdad ha dimostrato di essere politicamente sempre più distante dagli USA, grazie ad un governo filo sciita molto legato a Teheran ed a Damasco, militarmente però il suo esercito è lautamente foraggiato dagli Stati Uniti ed aiutato tramite bombardamenti della coalizione guidata dai generali nordamericani; ben si comprende quindi il motivo per cui i tempi e le modalità delle battaglie siano decisi oltreoceano e non dagli stessi iracheni e sarebbero proprio i vertici USA a spingere per un inizio della battaglia per la data di ottobre sopra citata, su input anche del presidente Barack Obama. Non è detto che quanto fatto trapelare da Erdogan corrisponda a verità, pur tuttavia dichiarazione arriva in un momento in cui diverse circostanze dimostrano come sia forte la volontà americana di arrivare quanto prima a Mosul; in particolare, emerge come questa battaglia sia prioritaria per la leadership democratica e per gli esponenti neo conservatori che appoggiano Hillary Clinton, i quali sperano di esibire le immagini della presa di Mosul come trofeo e come dimostrazione della bontà dell’azione americana in funzione anti ISIS.

In un momento di forte scontro con la Russia sulla questione siriana, a pochi giorni dal bombardamento di aerei occidentali contro soldati siriani e nel pieno di una decisiva campagna elettorale in cui tra i temi esposti vi è anche la lotta al terrorismo, Washington si libererebbe in un sol colpo di imbarazzi e polemiche e potrebbe far apparire la sua azione come l’unica in grado di far indietreggiare l’ISIS; gli USA, con la presa di Mosul, avrebbero anche una carta in più da giocare in ambito internazionale, ma il nodo principale rimane comunque l’obiettivo di convincere il pubblico americano che in fin dei conti la politica americana in medio oriente sta dando i suoi frutti. I calcoli, sia i generali iracheni che americani, li hanno fatti e rifatti nei giorni scorsi: se tutto va come a Falluja e Ramadi, l’ISIS non verrà sconfitto definitivamente ma verrà allontanato dal centro di Mosul in poco tempo, forse anche solo due settimane e se davvero si parte il 19 ottobre, si arriva in tempo per l’apertura delle urne per le presidenziali. In poche parole, la battaglia di liberazione della terza città irachena sarebbe solo uno spot: l’ISIS si ritira in periferia e nel deserto circostante e non verrebbe annientato, ma tanto basta però per vedere Mosul senza bandiere nere ed i politici a Washington festanti ed esultanti per la ‘missione’ compiuta.

I movimenti sul campo, sembrano segnalare un’accelerazione dei combattimenti attorno la città: diversi villaggi nelle scorse ore sono stati ripresi dall’esercito iracheno, persino i media sempre funzionanti del califfato sono andati in difficoltà sulla notizia di un avvelenamento di Al Baghdadi diffusa nella giornata di lunedì e mai smentita dai suoi miliziani, segno che tra voci e dicerie spesso non confermate ad ogni modo la situazione è però in costante evoluzione. Ci si prepari quindi all’avanzata – spot verso Mosul; al di là dei proclami che verranno fatti ed esternati, gli effetti dell’azione occidentale si potranno in realtà verificare soltanto in seguito alla cacciata del califfato, quando un paese come l’Iraq, le cui forze armate sono tenute unite solo dalla comune lotta ai terroristi, dovrà affrontare problemi politici non indifferenti: dal rischio implosione dovuto alle rivendicazioni etniche e territoriali, fino al collocamento di Baghdad lungo lo scacchiere geopolitico mediorientale, le sfide per il dopo califfato sono enormi e mentre l’occidente brinda ed aspetta i risultati delle elezioni americane, i problemi nella regione potrebbero solo aumentare.