22 marzo 2016, Bruxelles è sotto attacco: due esplosioni all’aeroporto, un’altra in metropolitana, nella stazione di Maelbeek, vicino alle sedi delle istituzioni UE. Il bilancio supera i 30 morti in totale. A Zaventem almeno una delle due esplosioni è avvenuta per mano di un kamikaze. È stato ritrovato, inoltre, un Kalashnikov nella sala partenze, lo ha riferito l’emittente Rtbf.

L’attentato è stato rivendicato dallo Stato Islamico che ha promesso di attuare altre stragi nell’immediato futuro in Europa. Il motivo di quest’orrore disumano? È semplice: la jihad sembra volersi vendicare dell’arresto di Salah Abdeslam, l’ultimo terrorista degli attentati di Parigi datati 13 novembre 2015 avvenuto il 18 marzo a Molenbeek, in Belgio. “Intervistato stamani dalla rete televisiva pubblica RTBF, André Jacob, ex responsabile belga del servizio anti-terrorismo della sicurezza dello Stato, ha imputato gli attacchi agli arresti degli ultimi giorni, spiegando che presumibilmente sono una risposta dell’estremismo islamico. Venerdì scorso, Abdeslam, 26 anni, è stato arrestato nel quartiere bruxellese di Molenbeek”, spiegava Sole 24 Ore ieri, in seguito agli attentati nella capitale belga.

Lo stato di allerta della città di Bruxelles è al massimo livello, il trasporto pubblico è stato bloccato, il premier belga ha consigliato alla popolazione della capitale di non effettuare spostamenti: per scampare potenziali imminenti pericoli ognuno deve rimanere dove si trova. Sul web c’è chi grida al complotto da parte dei leader occidentali: avrebbero messo in atto una strategia al fine di creare il casus belli per accendere una nuova conflagrazione mondiale. C’e chi invoca come salvatore delle genti e sole che sorge da Est l’elegante stratega e presidente russo Vladimir Putin, l’unico che per combattere il terrorismo jihadista occupò le regioni siriane dello Stato Islamico. “Il 30 settembre 2015 i cacciabombardieri russi cominciarono a colpire le postazioni dei ribelli anti-Saddad e, in minore misura, quelle dell’Isis. Putin lasciò di stucco le cancellerie di tutto l’Occidente, e spiazzò clamorosamente la Casa Bianca. Il copione si è ripetuto la sera del 14 marzo 2016, con l’annuncio del ritiro (seppur parziale) delle sue truppe, salvo mantenere la rafforzata base navale di Tartus e quella aerea Kmeimin, vicino Latakia, nuovo caposaldo di Mosca nel Medio Oriente e nel Mediterraneo”, spiega Il Fatto Quotidiano, “La Russia non riconosce il ritiro dalla Siria come una sconfitta. Ma come una vittoria:’Stimolerà il processo di pace’. Putin non è quel guerrafondaio dipinto dall’Occidente, ma uno che sa guardare avanti, e agire quando è necessario.”

La massa s’indigna per l’accaduto. In rete circolano gli hashtag #Bruxelles e #Preyforbelgium, ad accomunare sul palcoscenico virtuale sia spettatori che attori partecipanti alla tragedia che riporta un copione già scritto e già visto alle prove generali nella redazione di Charlie e al Bataklan, seguite dai pomposi #Jesuischarlie e #Prayforparis di massa. L’Europa è in subbuglio, si temono attentati anche nello Stivale. Nella giornata di ieri: “allerta a Fiumicino e Ciampino: cancellati voli per la capitale belga”, esordiva Il Messaggero. Su Twitter, invece, dilagava anche l’antagonismo nei confronti delle forze politiche europee servendosi di trend topic quali: “Bruxelles brucia” e “Bruxelles provincia islamica”.

Trascorsa qualche ora dalle stragi, mentre la città di Bruxelles versava nel massimo stato di allerta e le autorità invitavano la popolazione alla paralisi, al “restate dove siete”, si contavano già a decine, come allarmi laconici e ridondanti che riecheggiavano uno in seguito all’altro, le dichiarazioni dei politici europeisti, tutti unanimemente d’accordo sul fatto che “Ci vuole più Europa”. Che cosa significa? Secondo Michel Charles, il premier belga: “Quello che temevamo si è avverato”. Lo segue il premier francese Manuel Valls: “Siamo in guerra”.

In Italia, invece, non poteva mancare l’opinione di Matteo Salvini, leader della Lega Nord. Il politico più chiacchierato del Bel Paese per commentare il tragico accaduto pubblicò una foto che lo ritraeva fuori dall’aeroporto della capitale Belga, aggiungendovi una didascalia nel suo consueto stile, demagogico e lapidario: “E qualcuno continua a dire che non ci hanno dichiarato guerra… Sveglia! Le preghiere non bastano più.#Bruxelles”. Un comunicato del genere, insieme agli altre immagini da lui condivise in rete che nella giornata di ieri lo ritraevano nei luoghi degli attentati a Bruxelles, a molti è apparso come un’opera di sciacallaggio e speculazione sui quasi 40 morti contati nelle stragi della capitale Belga.

Le dichiarazioni dei volti pubblici italiani proseguono con la sindacalista Renata Polverini: “A Bruxelles l’attacco al cuore dell’Europa colpisce la nostra democrazia! Difendiamola con l’esercito europeo”. Anche Lara Comi, membro della Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori e della Delegazione per le relazioni con gli Stati Uniti, sembra essere d’accordo con quanto sostenuto dalla Polverini, e ci va giù ancora più pesante: “Dobbiamo cedere sovranità a favore di un esercito comune”.

Nel marasma generale dello sconforto per i sanguinosi risvolti della tanto osannata lotta dell’occidente all’ISIS è chiara una cosa: l’esercito europeo deve scendere in campo. D’altro canto, non risulta altrettanto chiaro che volto abbia, in sostanza, l’avversario. Questa corsa alle armi e l’avanzata dello schieramento europeo vogliono forse lasciar trapelare l’imminenza di una terza guerra mondiale? In conclusione, ogni certezza vacilla. Alle 17 del 22 marzo 2016 nella sala partenze di Zaventem fu ritrovata una terza bomba inesplosa, in seguito neutralizzata dalla polizia belga. Dopo gli attentati di ieri, anche nella giornata di oggi l’aeroporto di Bruxelles rimarrà chiuso, a comunicarlo è il CEO Arnaud Feist.