Come nella più breve e nota tragedia shakespeariana anche il destino della Turchia è nelle mani di un folle tiranno assetato di potere. Il Paese ormai sconvolto da attentati, manifestazioni e operazioni di polizia vive in un costante stato di tensione che, però, non sembra turbare più di tanto il suo sovrano assoluto. Erdogan, nel suo delirio di potenza, prosegue incessantemente il suo progetto politico d’islamizzazione della società e delle istituzioni turche; puntando alla modifica della Costituzione che gli permetterebbe di restare al potere e poco importa se la sua strada è fatta di tradimenti e sospetti.  Il neo-sultanato ottomano sembra la Scozia di Macbeth e, quotidianamente, si allunga la lista di nemici (interni ed esterni) da eliminare. Il presidente ormai è l’uomo solo al comando che vede complotti e avversari ovunque; specialmente tra i suoi più stretti collaboratori. Così se la prima illustre vittima è stata proprio l’alleato Fethullah Gulen, artefice dei primi successi elettorali, ora in esilio negli Stati Uniti, accusato di terrorismo, violazione della Costituzione e truffa aggravata; l’ultima è stata proprio il fedele e docile primo ministro Davutoglu, volto rassicurante del regime turco. Regime a tutti gli effetti perché nel Paese la libertà di stampa è sotto controllo statale, i giornalisti “ostili” sono processati e gettati in carcere e i quotidiani commissariati.

Eppure il sultano non è mai appagato dalla sua costante lotta interna contro i Curdi e gli oppositori e ha cercato in tutti i modi di estendere la sua influenza oltre confine, trasformando l’Anatolia nell’autostrada dello jihadismo internazionale con il preciso scopo di abbattere Assad e ingraziarsi i nuovi alleati delle petromonarchie arabe. Ma, se la Siria è sempre stata un fiero avversario regionale, negli ultimi anni l’aggressività turca ha ampliato il fronte dei nemici, restringendo pure il campo degli alleati affidabili; così se la rottura con Israele in seguito all’incidente della Freedom Flottilia era compensata dall’attivismo filo-sunnita; l’abbattimento del caccia russo ha mandato in fumo i progetti energetici e rapporti diplomatici con il potente vicino, mentre l’atteggiamento ondivago nel concedere la base aerea di Incirlik ha irritato perfino gli americani. Difficile dimenticare le immagini dei carri armati turchi, fermi a guardare l’assedio di Kobane e i profughi utilizzati come merce di scambio per ottenere denaro dall’Unione Europea. Difficile pure scordarsi delle evidenti implicazioni nel lucrare sul petrolio contrabbandato dagli uomini del Califfo; smascherato da Putin di fronte all’Onu, Erdogan ha deciso di proseguire imperterrito nel fornire armi (ora anche anti-aeree) e supporto ai “ribelli” siriani.  Così il sultano è riuscito a isolare il suo Paese, facendolo scivolare in uno stato di conflitto permanente e paranoico; oggetto di attentati di matrice curda (diretti contro militari e forze dell’ordine), di attacchi della sinistra extraparlamentare (verso giudici e funzionari statali) e ora anche di stragi perpetrate dall’Isis (contro cittadini e turisti).

Solo nella sua torre d’avorio il sultano non perde occasione dei tuonare contro gli Europei, rei di non avere fatto abbastanza per i migranti; contro il Papa e la Germania che hanno riconosciuto il genocidio degli Armeni. Erdogan governa il suo regno con il pugno di ferro, facendo sconfinare i suoi caccia in Iraq e sui cieli della Grecia; facendo votare al parlamento l’immunità per i soldati impiegati nelle operazioni contro il PKK. Consapevole del fallimento di tutte le sue “avventure” oltre confine: dall’appoggio alla Fratellanza Mussulmana in Egitto, a quello alle Coorti Islamiche a Tripoli e, ovviamente, alla guerra siriana, ora Erdogan cerca frettolosamente di fare marcia indietro e ristabilire i precedenti rapporti diplomatici. Così vola a Roma per riallacciare frettolosamente i rapporti con lo Stato ebraico e invia una timida lettera di scuse a Putin. Disperato tentativo di fare marcia indietro, scontentando però i suoi più recenti alleati del Golfo e i tagliagole di Al Baghdadi; che non perdonano l’ennesimo volta faccia. Guardato ormai anche malamente dagli alleati della Nato, il suo sogno neo-ottomano inizia a sgretolarsi, facendo presagire l’inizio della resa dei conti finale.