Il 6 settembre scorso migliaia di persone si sono radunate a Chișinău, capitale della Moldavia, per protestare contro la corruzione e lo strapotere degli oligarchi che dominano il paese. I manifestanti al grido di «vergogna» e «ladri» hanno scandito slogan contro l’esecutivo guidato da Valeriu Streleț – appoggiato da una coalizione di partiti europeisti (liberali, democratici e liberal-democratici) – e hanno invocato le dimissioni del Presidente della Repubblica Nicolae Timofti e nuove elezioni. Pare che la scintilla che abbia fatto esplodere la rivolta sia stata la sparizione dalle casse dei tre principali istituti di credito, di circa un miliardo di euro che per il paese, uno dei più economicamente arretrati d’Europa, rappresenta circa il 10% del PIL nazionale. Ciò ha comportato una pesante svalutazione del leu, la valuta corrente del paese, nonché un’ondata di indignazione da parte dell’opinione pubblica. A causa di questo incidente inoltre il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno annunciato che avrebbero smesso di finanziare l’economia dell’ex Repubblica sovietica. Il movimento di protesta è guidato l’avvocato Stanislav Pavlovschi leader di Piattaforma civica dignità e verità (DA), un eterogeneo conglomerato politico formato da comunisti, liberali, membri della società civile, attivisti anti-corruzione ma anche vecchi politici riciclati che sta cercando di trasformarsi in un partito classico, per sfruttare il capitale elettorale di cittadini indignati e ridotti alla miseria. Una «Maidan» moldava il cui esito geopolitico potrebbe essere tuttavia diametralmente opposto rispetto a quello ucraino. Infatti l’opposizione filo-russa si sta coagulando attorno al nuovo soggetto politico di Pavloschi cercando – nel caso di nuove elezioni – di riportare il paese nell’orbita del Cremlino.

La Moldavia infatti è il teatro di una contesa fra Europa e Russia. Il tutto ha inizio nel 2001 quando Chișinău ha deciso di entrare a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio, nella speranza di poter concludere degli accordi di cooperazione economica vantaggiosi con i paesi dell’Unione. Tuttavia siccome tale decisione avrebbe comportato una diminuzione dell’esportazioni verso la Federazione Russa, ciò ha suscitato la reazione ostile da parte di Mosca la quale ha deciso nel 2006 di porre un embargo sulla produzione di vino del paese. Tale decisione ha avuto ricadute disastrose sulla fragile economia moldava privandola dell’80% delle proprie esportazioni. Inoltre a seguito della ratifica dell’Accordo di associazione con la UE siglato nella primavera del 2014 i russi hanno risposto decretando una limitazione nelle esportazioni di carne, adducendo come motivazione ufficiale che fosse stata ravvisata nella carne moldava dei rischi di febbre suina. A venire incontro alle difficoltà del paese è stata proprio l’UE, la quale attraverso la Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo, ha finanziato la costruzione di un porto commerciale che si affaccia sul Danubio. Questo nuovo porto dovrebbe permettere all’industria alimentare moldava di riprendersi dal crollo delle esportazioni registrato durante i primi mesi di quest’anno.

Approfittando della crisi della credibilità da parte dell’attuale esecutivo l’opposizione filo-russa, rappresentata dai partiti comunista e socialista, sta cercando di cavalcare le proteste di piazza. Il Partito Comunista è guidato da Vladimir Voronin, che ha ricoperto la carica di Presidente della Repubblica dal 2001 al 2009, distinguendosi quale «uomo di Mosca» mantenendo tuttavia un certo margine di autonomia in particolare riguardo alla questione della Transnistria (enclave russa non riconosciuta dall’ONU sul territorio moldavo). Anzi l’allora Presidente moldavo antepose gli interessi nazionali alla fedeltà verso la Russia, facendo saltare il tavolo delle trattative con il Cremlino dopo essere venuto a conoscenza della decisione delle autorità della repubblica separatista di proibire l’insegnamento della lingua romena sul loro territorio. Quello di Voronin può essere descritto come una forma di «comunismo nazionalista» equidistante sia dalle posizioni europeiste dell’attuale esecutivo che da un eccessivo avvicinamento verso la Russia. Diverso è l’atteggiamento del leader del Partito Socialista guidato da Igor Dodon, già membro del Partito Comunista, il quale, oltre a farsi raffigurare insieme a Putin nei cartelloni elettorali, ha espresso chiaramente la volontà di recidere ogni tipo di accordo con l’Unione Europea per far rientrare il paese all’interno della sfera di influenza russa. Ed è proprio lui e il suo partito che spingono verso nuove elezioni convinti che la sconfitta del premier Valeriu Streleț possa portare al riavvicinamento fra Chișinău e Mosca.