In politica, in diplomazia, nell’arte militare il tempismo è decisivo. Un’operazione si può dichiarare vincente solo se per la sua realizzazione sono stati previste e rispettate dovute e ponderate scadenze temporali; e se questo vale per la messa in esecuzione di una determinata azione, è ancor più vero per quanto concerne la sua conclusione. Solo eccellenti doti di tempismo, infatti, permettono ai leader di capire quando sia il momento giusto per voltar pagina, per capitalizzare al massimo i risultati della loro azione. Questo discorso è emblematicamente esemplificato dalla decisione presa da Vladimir Putin riguardo il progressivo rientro delle forze aeree e del personale militare russo dalla Siria; dopo cinque mesi di raid a supporto delle forze armate fedeli al regime di Damasco, la Russia compie un passo di lato dal punto di vista militare per assumere le redini del delicatissimo processo diplomatico di pace. I risultati concreti conseguiti parlano chiaro: il governo legittimo è stato saldamente puntellato, l’avanzata dei gruppi islamisti più radicali e del sedicente Califfato arginata e volta in rotta, i mezzi dispiegati hanno operato in maniera egregia con una proficua ottimizzazione delle risorse. Non poteva esserci momento migliore per dichiarare compiuta una missione che è col tempo andata ben oltre gli obiettivi per cui era stata programmata.

I numeri riguardanti i cinque mesi di intensa operatività delle forze aeree e missilistiche russe nello scenario siriano parlano a tal proposito in modo più che chiaro: la VVS ha effettuato oltre 9000 sortite, in media oltre 60 al giorno, divise tra operazioni di supporto aereo ravvicinato all’esercito di Assad, attacchi ai centri nevralgici ed infrastrutturali di Al Nusra e ISIS e bombardamenti su concentramenti di truppe in zone distanti dal fronte. Gli stendardi neri dell’autoproclamato Stato Islamico sono stati ammainati da decine di località in tutta la Siria; la regione di Latakia, la città di Aleppo, la base aerea di Kuweires: numerose località di capitale importanza sono tornate sotto il controllo del governo di Damasco, che nei cinque mesi di impegno russo ha in definitiva occupato 4000 località e 10.000 chilometri quadrati di territorio. Putin ha dunque rafforzato la posizione del suo principale alleato regionale, e donato nuova linfa a un apparato militare stremato dopo cinque anni di guerra civile che lo avevano letteralmente dissanguato e reso decisamente meno efficiente di fronte all’incalzare dei suoi nemici. Dal punto di vista politico-diplomatico, la discesa in campo di Putin ha prodotto un braccio di ferro sempre più serrato tra il leader del Cremlino e il presidente turco Erdogan. Avendo con la sua azione prevenuto la caduta di Assad e mandato in frantumi il progetto neo-ottomano del governo di Ankara, la Russia ha trovato nella Turchia un oppositore di primo piano e ha più volte dovuto guardarsi dagli inconsulti colpi di mano di Erdogan, il più clamoroso dei quali è stato l’abbattimento del Su-24 russo ad opera delle forze aeree turche nello scorso mese di novembre. Tale azione, definita dal professor Aldo Giannuli un vero e proprio atto di “pirateria internazionale”, ha seguito di pochi giorni l’avvio dei raid russi sulle installazioni petrolifere controllate dal sedicente Califfato, per diversi mesi punto di partenza di continue carovane di camion diretti verso il confine turco. Mettendo nell’angolo Erdogan svelando al mondo le ambiguità del suo governo e il doppio gioco nei rapporti con l’ISIS, Putin ha conseguito un ulteriore, rilevante successo che i governi occidentali si ostinano ciecamente a non riconoscere.

Il continuo declino dell’ISIS come forza combattente in grado di influenzare i destini futuri della Siria, l’avvicinamento costante dell’esercito di Damasco alle roccaforti degli uomini di Al Baghdadi e alla stessa “capitale” Raqqa, l’accerchiamento di Palmyra e la prossima fine del calvario dell’antico regno di Zenobia: tutti i segnali pervenuti dalla Siria in questi giorni testimoniano l’esattezza delle dichiarazioni di Putin. La missione originaria delle forze armate russe sarebbe dovuta essere destinata al contenimento, alla difesa di Damasco dagli assalti furiosi che i nemici del regime parevano essere decisi a compiere; sul terreno, invece, esso ha capovolto la situazione; la decisione di allentare la portata del coinvolgimento russo nel teatro bellico, senza tuttavia azzerarlo completamente, rende testimonianza di come le forze di Assad siano ora libere di camminare con le proprie gambe, forti della riorganizzazione e dei successi conseguiti in questi mesi. Come ricorda Alberto Negri, tuttavia, quella in Siria è una guerra che nessun contendente potrà mai vincere completamente: troppo variabile la geometria delle alleanze, troppo mutevole il fronte, troppo elevato il coinvolgimento di numerosi attori di primo piano dello scacchiere internazionale, troppi in definitiva i fattori che alla lunga impedirebbero a una parte di sopravanzare totalmente le altre senza provocare un’estensione del conflitto sino a dimensioni ancora più spaventose al di fuori dei confini della Siria. La decisione di Putin è dunque una chiara scelta di realpolitik: essa crea le premesse per l’apertura di canali diplomatici e trattative ben più consistenti di quelle condotte sinora. La Siria ha un bisogno vitale di pace, e per conseguirla lo Stato deve essere restaurato nelle sue funzionalità complete: in tal senso, dimostrando che in futuro sarà in grado di cavarsela da solo Assad potrebbe dunque aumentare il suo potere negoziale nelle trattative. La decisione di Putin lo responsabilizza e lo mette nelle condizioni di poter trarre ampi benefici dagli sviluppi futuri: tuttavia, egli dovrà dimostrarsi capace di giocare in maniera opportuna le sue carte.

In definitiva, l’operazione russa diretta in prima persona dal leader del Cremlino giorno dopo giorno è stata un successo tanto sul piano tattico quanto sul piano strategico. Essa risalta rispetto ai numerosi interventi più o meno “umanitari” compiuti in diversi scenari dalle forze USA e NATO tanto per l’ottimizzazione dei costi quanto per la ragionevolezza dei suoi programmi. L’azione della Russia non nasceva per durare indefinitamente, ma mirava a essere limitata in una finestra temporale il più possibile contenuta in modo tale da evitare i fisiologici malcontenti nell’opinione pubblica dovuti al prolungarsi di ogni missione militare e il lievitare dei costi, che sono stati mantenuti su livelli accettabili per l’economia russa (le stime sulle spese sostenute dal Cremlino per la campagna variano dai 2,3 ai 4 milioni di dollari al giorno, per un ammontare complessivo non superiore al 4% del budget militare del paese). Una volta di più, dunque, l’Occidente si trova a dover prendere lezioni di geopolitica da un paese che consolida giorno dopo giorno la realtà del multipolarismo e da un leader che, specialista da anni nella scelta dei tempi per le sue azioni, incrementa il suo prestigio internazionale.