La campagna presidenziale statunitense del 2016 rappresenta, sin dall’avvio della lunga corsa verso la Casa Bianca con i primi caucus delle primarie partitiche in Iowa a febbraio, un caso a sé nella storia elettorale americana. Mai infatti era accaduto che la dialettica interna ai partiti e, in seguito alla conclusione delle primarie, il confronto tra i due principali candidati arrivassero a coinvolgere una gamma tanto ampia e disparata di elementi, creando di fatto una confusione tra le tematiche di interesse nazionale e le questioni più spicciole di attualità. La competizione a distanza tra Hillary Clinton e Donald Trump, in particolare, non sta vertendo su specifiche tematiche destinate a risultare cruciali per la determinazione dell’esito finale della corsa alla presidenza ma si sta piuttosto caratterizzando come una gara di immagine, una sfida di popolarità alla quale i candidati hanno imposto una forte personalizzazione mirando a curare dettagliatamente ogni mossa che possa risultare proficua davanti all’elettorato. Allo stesso tempo, i principali commentatori hanno contribuito a questa tendenza dominante non concentrandosi tanto sulle prospettive politiche dei candidati quanto sui dibattiti sulla loro persona, sul loro carattere e sulla loro adesione al physique du role ritenuto ottimale per un presidente.

Così facendo, interessanti avvenimenti rischiano di essere letti in maniera riduttiva o parziale, e il loro peso reale nell’equilibrio della campagna sottovalutato o malamente compreso. È il caso, ad esempio, della recente visita-lampo di Donald Trump in Messico, compiuta su invito del presidente Enrique Peña Nieto nella giornata di mercoledì 31 agosto e trasformatasi nell’ennesima vetrina per il tycoon newyorkese. I principali mezzi d’informazione statunitensi ed internazionali hanno riconosciuto il successo “pubblicitario” della scelta del candidato repubblicano, che presentandosi alla residenza presidenziale di Los Pinos ha compiuto una mossa a sorpresa in un momento di impasse della sua campagna elettorale e mostrato di aver ricucito lo strappo con un leader alleato degli USA che solo pochi mesi fa lo aveva paragonato a Hitler e Mussolini per le sue dure esternazioni contro gli immigrati messicani. Molti commentatori hanno storto il naso, ritenendo inconciliabili le dichiarazioni di Trump a Città del Messico, esprimenti rispetto nei confronti dei milioni di lavoratori messicani residenti negli USA, con il proposito di perseguire una linea dura nei confronti dell’immigrazione clandestina, che rappresenta uno dei cavalli di battaglia del programma elettorale del candidato repubblicano.
Tuttavia, esaurire il commento su questa polarizzazione significherebbe restringere in maniera eccessiva il campo d’analisi. La visita di Trump in Messico offre numerose altre chiavi di lettura e apre la scena a più ampie considerazioni sul futuro della candidatura del miliardario newyorkese e sulle possibili prime mosse di un’eventuale presidenza Trump.
In primo luogo, rispondendo all’invito di Peña Nieto Trump ha potuto rafforzare la sua immagine “presidenziale” agendo sul terreno tradizionalmente a lui meno congegnale, quello della politica estera a lungo rimasta marginale nel suo programma. Negli ultimi mesi, Trump ha avuto modo di esprimere in maniera più dettagliata le sue idee riguardanti gli scenari internazionali in una serie di discorsi culminati nell’intervento conclusivo alla convention repubblicana di luglio a Cleveland, Ohio, in cui è stato possibile cogliere gli elementi maggiormente significativi della geopolitica “made in Trump”; la visita in Messico segna un’ulteriore salto di qualità della strategia di Trump, dato che per la prima volta il candidato repubblicano ha avuto modo di muoversi concretamente sul terreno della diplomazia, rispondendo all’invito di un capo di Stato straniero interessato a incontrarlo prima della sua sfidante Hillary Clinton. L’ex First Lady è stata ampiamente spiazzata dalla mossa di Trump, che con tempismo ha avuto modo di giocare in anticipo nei suoi confronti, organizzando e perfezionando la visita in Messico in un frangente in cui non si può ancora sapere quando la candidata democratica risponderà all’invito analogamente rivoltole da Peña Nieto.
Inoltre, è bene precisare che il blitz di Trump in Messico non si è caratterizzato affatto come una semplice visita di cortesia, ma ha rappresentato l’occasione per un dialogo a lungo raggio tra il candidato repubblicano e il presidente messicano, nel quale sono stati toccati diversi argomenti e che ha rappresentato per Trump l’occasione per delineare ulteriormente il suo progetto geopolitico. Trump ha voluto infatti individuare assieme a Peña Nieto cinque punti attorno a cui, a suo parere, la collaborazione tra USA e Messico dovrebbe svilupparsi. Controllo dell’immigrazione clandestina e difesa del confine sono stati presentati come obiettivi comuni, alla stessa stregua della lotta al narcotraffico e di due progetti di natura economica: il rafforzamento del NAFTA e il contrasto alla delocalizzazione delle industrie manifatturiera dai paesi ad esso aderenti. Proprio queste due ultime questioni meritano attenta analisi, poiché ripropongono importanti tematiche a lungo oggetto di aspri dibattiti nel mondo del conservatorismo americano. La “grandezza” a cui Trump fa riferimento nel suo slogan elettorale, Make America Great Again, è in primo luogo di natura economica. Secondo il tycoon newyorkese, la riscossa degli USA potrà avvenire solo per mezzo di un deciso contrasto all’ascesa della Cina, ritenuta l’avversaria economica per eccellenza, da attuarsi attraverso il rilancio del settore dell’economia statunitense (e occidentale in generale) maggiormente provato negli ultimi anni dalla delocalizzazione imposta dalla globalizzazione e dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale: il settore manifatturiero. In tal senso, un rafforzamento dell’accordo di libero scambio nordamericano tra USA, Canada e Messico potrebbe essere funzionale al rilancio di questo importante comparto dell’economia, e questo spiega il trattamento privilegiato riservato da Trump al NAFTA rispetto a ulteriori iniziative di liberalizzazione dei mercati, primo fra tutti il TTIP, contro cui egli ha avuto modo di scagliarsi a più riprese. L’isolazionismo di Trump si è ora sviluppato, e nei suoi progetti macroeconomici egli preferisce ora ipotizzare una salda alleanza commerciale nordamericana che consenta di far fronte a tutti i concorrenti internazionali.

Come visto, dunque, la visita di Trump in Messico ha rappresentato un momento di primaria importanza della campagna elettorale USA. Dal punto di vista dell’immagine personale, essa ha rappresentato un successo per il leader repubblicano, che ha saputo dimostrare, come scritto da Federico Rampini su “Repubblica”, la sua capacità negoziale, in passato a lui molto utile in campo affaristico, e soprattutto la volontà decisa di sfatare le ripetute affermazioni della Clinton sull’impresentabilità di Trump a livello internazionale. Sul piano pragmatico, Trump ha ulteriormente delineato alcune sue prese di posizioni, ma sulle sue scelte in tema di affari internazionali permangono ancora molti dubbi. La volontà stessa di aggiornare e ampliare il NAFTA, ad esempio, rappresenta una presa di posizione sostanzialmente in continuità con le linee delle ultime amministrazioni statunitensi tanto criticate da Trump per le loro politiche economiche e favorevole al rafforzamento di un trattato rivelatosi finora decisamente più vantaggioso per gli interessi delle grandi multinazionali che per quelli dei cittadini dei paesi membri. Lo sviluppo del NAFTA potrebbe in particolar modo risultare causa di ulteriori aumenti della già insostenibile disuguaglianza sociale in Messico, e di conseguenza produrre un effetto a cascata sull’immigrazione clandestina che porterebbe a negare i presupposti dell’azione comune auspicata da Trump e Peña Nieto, senza risultare al tempo stesso un boomerang dal punto di vista produttivo ed occupazionale per l’economia statunitense.
Messico e nuvole per Trump, dunque: la sintonia con Peña Nieto e impressioni positive che non mancheranno di riflettersi in termini di consensi elettorali da un lato, un programma su cui permangono ancora molti dubbi dall’altro. In ogni caso, la visita a Città del Messico attesta il definitivo superamento del Trump “tribuno” e la discesa in campo di un candidato “presidenziale”, pronto a dare battaglia a Hillary Clinton, data per favorita dai sondaggi, su ogni terreno. Da qui a novembre si fa veramente sul serio: ogni mossa, ogni azione, ogni presa di posizione dovrà essere attentamente valutata da ciascuno dei candidati in quanto potenzialmente decisiva: nella corsa presidenziale più imprevedibile degli ultimi decenni, mosse imprevedibili o dettagli apparentemente secondari potrebbero, alla prova dei fatti, risultare decisivi.