I rapporti sul nucleare iraniano dei servizi segreti israeliani e sudafricani, rilasciati in questi giorni dall’emittente araba “al-Jazeera” e dal quotidiano britannico “the Guardian”, hanno appurato che nel 2012 il premier israeliano mentì spudoratamente quando, all’Assemblea delle Nazioni Unite, mostrò il celebre disegno che metteva in guardia il mondo dall’imminente sviluppo della bomba atomica da parte dell’Iran. Il Paese degli ayatollah non stava quindi sviluppando nessuna bomba, anzi; stando alle dichiarazioni, filtrate, dell’intelligence con la stella di David, non c’era alcun pericolo imminente. Come si è poi dimostrato nella realtà, del resto.

Queste rivelazioni, apparentemente solo l’ennesima bugia del premier israeliano, demoliscono in realtà anni di menzogne contro Teheran; che non solo hanno avuto un impatto catastrofico sul Paese, ma che sono state anche fonte di inquietanti risvolti. Dopo il teatrino di Netanyahu, infatti, buona parte del mondo abboccò come abbocca uno stolto (o talora, ancor peggio, ingoiò amaro per “voleri superiori” pur conoscendo la verità) e si bevve d’un sol fiato la clamorosa balla; da allora, l’Iran sopporta pesanti sanzioni imposte dall’Occidente che hanno messo in crisi la sua economia, e, ancor più grave, ha patito l’assassinio di cinque suoi scienziati legati allo sviluppo del programma nucleare. Le morti, avvenute con attentati mirati e senza lasciare mai nulla al caso, sono sempre sembrate portare la firma israeliana o, semmai, americana. La “pistola fumante” non è mai emersa, ma sinistre coincidenze, dichiarazioni allusive, logica e interessi in palio hanno, giocoforza, ricondotto ai nemici storici, e pressoché unici, dell’Iran.

Anche a causa di questo “imminente pericolo”, si rese necessario dare vita al “5+1” – un round di incontri tra i membri permanenti del CdS dell’ONU e la Germania volto a raggiungere, quantomeno, la struttura di un accordo che soddisfacesse le parti. E che sancisse, da un lato il sacrosanto diritto dell’Iran a sfruttare l’energia nucleare per scopi pacifici – come lo è per qualunque altro Stato sovrano – e, dall’altro, a chetare le acque che ribollivano in seno alla Repubblica Islamica per la frustrazione ed il risentimento causati dall’isolamento di cui era vittima; con conseguenze che avrebbero potuto portare ad una pericolosa escalation temuta in America e soprattutto in seno agli alleati regionali: Israele, Arabia, Qatar, ecc. Poiché, dopo i primi progressi, l’appuntamento di novembre aveva portato ad un nulla di fatto, ora si aspetta una risposta importante entro la fine di marzo. In mezzo, ci sarà la visita di Netanyahu negli Stati Uniti volta, immaginiamo, anche a diffidare il suo principale sponsor dallo scendere a patti con Teheran.

Nel mentre, l’Iran continua a pagare lo scotto delle dicerie seminate in giro per il mondo dalla propaganda sionista. “Propaganda sionista”, attenzione, nel senso più stretto e non come generico sinonimo di “israeliano” in accezione “complottista”: si tratta della propaganda causata proprio dalla corrente più radicale della destra religiosa e razzista, in seno ad Israele, che basa la sua esistenza sull’agitare spettri inesistenti, sul fare leva sulla paura e sul trascinare lo stato ebraico in un clima di guerra perenne; e che purtroppo sovrasta quella parte di società aperta e tollerante che invoca la riappacificazione sia con l’Iran che con i palestinesi. Il peso di questa componente è così forte da influenzare le decisioni israeliane e di riflesso quelle di politica estera di Washington – che nonostante le rimostranze di facciata, vedi sugli insediamenti, non si discosta mai di un millimetro dallo storico sodalizio – che a loro volta ricadono come dogmi sugli alleati-vassalli degli Stati Uniti: ridotta all’osso, la questione è così.

Ancora, a causa delle menzogne di Netanyahu e dei suoi “falchi”, il mondo, oltre a puntare ciecamente il dito contro i nemici di Israele, chiude un occhio sui crimini commessi dallo stato ebraico. Solo questa settimana, le ultime notizie dalla Palestina ci dicono che il 2014 è stato l’anno record per le costruzioni di nuovi insediamenti nei territori occupati dal 1967 (West Bank e e Gerusalemme Est), con un 40% in più rispetto al 2013; ci dicono che a Gerusalemme è stata bruciata una moschea e due giorni dopo è stato dato alle fiamme anche un seminario greco-ortodosso; ci dicono che un altro palestinese è stato ucciso in Cisgiordania dalle forze di Tsahal; ci dicono che l’Israel Electric Corporation ha deciso di togliere l’elettricità agli abitanti arabi della Cisgiordania (il West Bank).

Tra poco più di un mese in Israele si vota, e Netanyahu non sembra avere altri argomenti che soffiare sul fuoco della tensione e dell’antisemitismo. Giocare la carta del terrore e della paura sembra purtroppo intercettare, almeno in Israele, i voti dei più, evidentemente. In questo senso s’inseriscono anche le richieste agli ebrei europei di tornare nella “terra promessa”: per metterli dove? Nei territori occupati, ovviamente, dove già vivono più di 500.000 israeliti in modo del tutto illegittimo. Con “Bibi” che pensa bene di rimpolparli con nuovi coloni riducendo sempre più la terra legittima della popolazione araba ad un fazzolettino, fomentando così un’ininterrotta spirale di rancore e violenza. Quando si condannerà l’”affettuoso Bibi” con lo stesso pugno di ferro che l’Occidente dimostra di saper usare in altre circostanze? Quando si riderà di lui e delle sue clamorose balle? A quando le sanzioni contro Israele?