C’è chi parlava di instabilità, di situazione esplosiva e di rischio ingovernabilità del Regno Unito dopo l’esito favorevole alla Brexit uscito fuori dal referendum dello scorso 23 giugno; non è passato nemmeno un mese ed il quadro invece appare più chiaro che mai: ancora poche ore e Theresa May varcherà l’uscio dell’abitazione del numero 10 di Downing Street come primo ministro.

Dopo la Tatcher, la May è la seconda donna a guidare il Regno Unito; il suo passato politico e la sua esperienza tra i Conservatori, hanno fatto in modo che sia stata individuata proprio in lei quella figura di perfetto equilibrio all’interno dei ‘Tory’ per traghettare il paese all’indomani della decisione di uscire dall’Unione Europea. Esce fuori fischiettando David Cameron, il quale ha lasciato molto prima di quanto da lui stesso previsto dopo la Brexit; niente ottobre od autunno, l’oramai ex primo ministro ha deciso di lasciare subito, visto che all’interno del suo partito è apparsa molto forte l’intenzione di arrivare entro pochi giorni all’investitura di Theresa May.

David Cameron ha governato la Gran Bretagna in un momento molto delicato; prima il referendum scozzese, poi quello sulla permanenza nell’Unione Europea, l’esito a lui sfavorevole di quest’ultima consultazione ha avviato la chiusura di un ciclo politico che l’ex leader conservatore aveva iniziato nel 2010, con la vittoria nelle elezioni parlamentari e la formazione di un suo primo governo assieme ai Liberali. David Cameron è stato sulla cresta dell’onda già da prima, per la precisione dall’estate del 2005, altro momento delicato per il paese per via degli attentati di Londra; all’epoca Tony Blair era a fine ciclo, i Laburisti si apprestavano a cambiare vertice favorendo l’ascesa dell’impopolare Gordon Brown, Cameron è riuscito a piazzarsi in questa fase di transizione ‘studiando’ le mosse mediatiche di Blair e proponendosi come nuovo uomo ideale per guidare prima i Conservatori e poi il paese. Forse in quell’estate Cameron non ha pensato minimamente di ritrovarsi in un contesto più complicato del previsto, in cui comunque vada il Regno Unito ha di fatto già cambiato pelle ed aspetto.

Cameron è un ‘Londoner’, la May invece no; questo non è un dettaglio di poco conto vedendo l’esito del referendum del 23 giugno scorso: la capitale ha votato compatta per rimanere nell’Unione Europea, la provincia inglese ha fatto altrettanto ma per uscire dall’orbita di Bruxelles. Theresa May proviene dalle coste del sud dell’Inghilterra, precisamente da Eastbourne nel Sussex, curiosamente il luogo preferito da Friedrich Engels, tanto che il collaboratore più vicino a Marx ha voluto che le sue ceneri fossero cosparse proprio in questa località.

Theresa May proviene quindi dalla provincia, pur se anche lei ha poi compiuto gli studi presso prestigiosi istituti inglesi e da tempo è stabilita a Londra; l’approccio alla politica del nuovo primo ministro, è totalmente diverso da quello del suo predecessore: Cameron, come detto sopra, ha studiato da Tony Blair, ha contribuito a rendere molto più al centro i Tory (allo stesso modo di come, da sinistra, ha fatto Blair con il New Labour), stili e toni sono stati quasi sempre in un contesto di ‘politically correct’. Theresa May invece ha sempre avuto un linguaggio molto più diretto ed anche il suo rapporto con l’elettorato è stato incentrato sul ‘face to face’; nell’ultima campagna referendaria, è stata a favore del ‘Remain’, ma al contempo ha sempre usato toni molto duri contro l’Unione Europea. Ecco il motivo per il quale la May rappresenta un connubio ideale per tutto il partito Conservatore: da un lato, una posizione da sempre critica nei confronti di Bruxelles, tanto da dichiararsi contraria ad esempio alla legge britannica sui diritti umani derivata dalla convenzione europea sui diritti dell’uomo, dall’altra però favorevole (ma non troppo) al Remain.

La sua figura quindi non spacca il partito e dà espressione di ‘compromesso ideale’ tanto all’interno quanto all’esterno del Regno Unito; l’impressione è che la scelta di Theresa May non solo sia stata condivisa dai conservatori a Londra, ma anche a Bruxelles: le dichiarazioni rese dal neo premier britannico circa la velocità con la quale si procederà verso l’uscita dall’UE, sembrerebbero rassicurare le istituzioni europee, le quali da subito hanno chiesto chiarezza ai vertici britannici.

Le sfide del nuovo primo ministro, saranno proprio quelle inerenti l’applicazione dell’articolo 50 del trattato di Lisbona; bisognerà vedere quando il nuovo governo lo chiederà ufficialmente, facendo quindi iniziare quel processo voluto dalla maggioranza dei cittadini di Oltremanica. La Gran Bretagna quindi ha iniziato il suo nuovo corso: nuovo per il cambiamento di esecutivo, nuovo per il cambiamento dei rapporti con Bruxelles, nuovo anche per lo stile di Theresa May e per la strada intrapresa dal Partito conservatore.

Dopo l’incarico formale che la Regina Elisabetta darà al nuovo leader, l’epoca che si aprirà sarà ricca di novità anche per l’Europa: Londra se ne andrà, dalla City della capitale britannica spariranno molti istituti finanziari, in altre capitali invece inizierà a balenare a molti l’idea che è possibile chiedere al proprio elettorato di staccarsi dall’UE emulando gli inglesi. L’investitura di Theresa May ha quindi tutta l’aria di essere un evento importante non solo per il Regno Unito, ma anche per l’intero vecchio continente.