Sembra quasi una coincidenza: le forze fedeli al governo del presidente Assad avanzano e, contemporaneamente, i mass media europei ed occidentali in generale si accorgono che in Siria ogni giorno si muore, ogni giorno cadono bombe ed ogni giorno il paese viene sempre più depredato e saccheggiato. E’ accaduta la stessa cosa nel settembre 2013; Damasco, dopo aver resistito agli assedi della stessa capitale e di altre città importanti perpetuati nell’estate del 2012, in quel mese sembra avere la vittoria saldamente in pugno: improvvisamente però, presso la stampa occidentale, spuntano le immagini di un presunto bombardamento con armi chimiche effettuato in un sobborgo di Damasco, ‘forse’ effettuato dalle forze facenti capo ad Assad. Oggi, a distanza di due anni e mezzo, ‘forse’ un bombardamento russo ha causato una strage di civili in alcuni ospedali della zona di Idlib; non è sicuro, è un grosso se e nessuno ha prove di chi sia la paternità dell’attacco, però oggi un po’ in tutti i main streaming si parla di ‘Siria sotto attacco’ e ‘civili imprigionati tra le macerie’ e la colpa ovviamente ricade sull’intervento russo. Poco o nulla si conosce della matrice del bombardamento killer su Idlib, provincia in mano ribelle (anzi, chiamando le cose con il proprio nome, in mano quaedista) dal 2012; tanto basta però per cercare di ‘impietosire’ il distratto pubblico occidentale e provare a far pressione affinché Siria e Russia vadano verso un cessate il fuoco. Se nel 2013, dopo l’avanzata di Assad, si è cercato di spingere l’opinione pubblica ad un intervento a stelle e strisce contro Damasco, adesso si cerca di far cessare l’operatività russa sui cieli della Siria, la quale sta fruttando al governo importanti avanzate su tutti i fronti.

E’ palese come gli attori più impauriti dal rovesciamento della situazione sul campo, siano gli stessi che hanno finanziato in questi anni jihadisti e miliziani; Turchia ed Arabia Saudita danno ampi segni di insofferenza all’avanzata siriana e soprattutto alla prospettiva sempre più concreta del mantenimento dello stato alawita in quel di Damasco. Se la famiglia Saud minaccia e si lascia andare a fantomatiche quanto velleitarie ipotesi di invasione via terra, Ankara invece bombarda postazioni dei curdi siriani e dello stesso esercito siriano; il nervosismo di questi due stati, alleati stretti degli USA, fa sì che adesso si prema per un cessate il fuoco il quale prenda tempo e permetta ad Obama di far ‘ragionare’ i suoi alleati. Ma è lo stesso presidente siriano a declamare l’infondatezza di un accordo come quello di Monaco; nel corso di una conferenza stampa a Damasco, Assad spiega per filo e per segno come un cessate il fuoco ad oggi è impraticabile, in quanto in lotta non vi sono due stati ma uno stato che cerca di liberarsi di gruppi terroristici che hanno saccheggiato il paese per conto terzi. Si sta cercando quindi, di demonizzare nuovamente il governo siriano e, con esso, l’intervento russo in Siria; la strategia è la stessa del presunto attacco chimico del 2013: immagini strazianti, in cui si attesta la distruzione e la sofferenza di innocenti, video che indubbiamente scuotono l’opinione pubblica ma che ad un occhio attento mostrano la loro vulnerabilità a livello probatorio, visto che nessuna immagine proveniente da Idlib attesta che a causare le stragi siano stati membri dell’aviazione russa o che i danni siano da attribuire a materiale appartenente all’esercito siriano.

Ma la campagna mediatica si è messa subito in moto, senza perdere altro tempo; per rimanere nel nostro paese, l’italiano medio tra Sanremo e gli ottavi di Champions League vede servita tra i titoli principali la guerra siriana, con le dovute menomazioni dei racconti del main streaming. Nessuno in questi mesi, ha parlato di quanto accade nello Yemen, dove i sauditi da mesi distruggono opere d’arte, bombardano quartieri residenziali ed uccidono civili nei loro raid; così come nessuno, o quasi, ha fatto riferimento alla inaudita repressione nei confronti dei militanti curdi ad opera della Turchia: quello stesso governo che vorrebbe definirsi appartenente all’UE e che proprio da Bruxelles ha ricevuto tre miliardi di Euro di ‘aiuti’ per fronteggiare l’immigrazione, ha messo a ferro e fuoco intere città, uccidendo non solo miliziani ma anche civili inermi. Fermo restando che il bombardamento di ospedali e scuole è da condannare anche in caso di ‘errore’ (e gli USA lo sanno bene, avendo con un raid demolito l’ospedale di Kunduz in Afghanistan nei mesi scorsi), vi è anche da dire che purtroppo la realtà quotidiana è fatta di questi episodi in Siria da cinque anni ed accorgersene adesso sa tanto di strumentale. C’è chi azzarda l’ipotesi di un ‘false flag’ non perfettamente riuscito, il quale doveva servire come scusa per attaccare la Russia, premere sul cessate il fuoco e giustificare l’eventuale avverarsi delle minacce turco – saudite. Il trucco però non sembra perfettamente riuscito; Russia ed USA si scambiano reciproche accuse sulla paternità del bombardamento in questione, con Mosca che afferma come l’aereo in quel momento sopra Idlib non fosse né russo e né siriano. Nella provincia in questione, l’operatività è totalmente russa almeno per quanto riguarda i cieli; USA, Francia ed altri stati della cosiddetta ‘coalizione anti ISIS’, bombardano più verso est nella zona di Raqqa e del deserto siriano, dove da più di un anno faticano a scovare nascondigli del califfato vedendo gli esigui risultati esercitati da queste incursioni nel contrasto a Daesh.

In poche parole, il bombardamento più mediatico dei cinque anni di guerra siriana, potrebbe essere stato effettuato da forze non russe appositamente in un territorio dove le attività sono svolte unicamente da russi e siriani proprio per potere esercitare la pressione che porti al cessate il fuoco. Questa misura poi, dovrebbe entrare in vigore giovedì ma molti gruppi di  opposizione siriana, per lo più islamisti affiliati in groppuscoli orbitanti attorno al Nusra, fanno già sapere di non volerla rispettare, più che logico quindi che Assad continui nella sua azione di riconquista territoriale. Sul campo, la situazione appare più fluida per l’esercito siriano; quasi ultimate le operazioni a Latakia, dove manca una sola località al confine turco da liberare per poter affermare che in questa provincia la guerra è finita, così come si avanza a Deraa e nei sobborghi del Ghouta est di Damasco. Certamente il fronte più caldo di queste ore riguarda quello di Aleppo; a nord della più grande città siriana, oramai i terroristi di Al Nusra non ci sono più ed hanno ceduto il passo a siriani e curdi del YPG, i quali adesso aspettano solo di prendere A’zaz, la più grande città di frontiera con la Turchia (giusto per rimanere in tema); a sud invece, l’esercito siriano si è riappropriato di parte dell’autostrada M5, la stessa che scende proprio verso la provincia di Idlib, prossimo obiettivo ad essere attaccato; ma anche ad est, lì dove sorge la base militare di Kwneires, la situazione si è definitivamente sbloccata con l’esercito siriano che sta liberando dall’assedio tutta la campagna orientale di Aleppo. Ma attenzione anche a quanto accade nella provincia di Raqqa; in quella che sembrava l’inespugnabile capitale dell’ISIS, adesso l’esercito siriano avanza, portandosi a 50 km dalla città ed avendo nel mirino l’importante base militare di Tabqah; infine, da segnalare anche le avanzate compiute a Palmyra e nel sud est della provincia di Homs. Quei raid così tanto bistrattati da USA e NATO, oggi stanno contribuendo a ripristinare la sovranità di un legittimo governo che è ancora in sella e che permette il funzionamento delle istituzioni; cercare di suscitare solo adesso emozione alla popolazione occidentale, è atto meramente strumentale da iscrivere in uno dei tanti tentativi di porre fine alla guerra in Siria prima che il presidente Assad possa vincerla.