Fin dalle prime battute la conferenza stampa di Maria Saadeh appare immediatamente diversa da quelle alle quali siamo stati abituati in questi anni; sarà forse l’effetto più intimo della saletta dell’associazione stampa estera di Milano o dal numero di corrispondenti stranieri presenti, ma non c’è la solita selva di mani alzate pronte a domandare dettagli sull’ultimo (presunto) attacco con armi chimiche o sull’esistenza (poi smentita) dei forni crematori dove verrebbero eliminati gli oppositori. Del resto sul loro ruolo l’ex deputata indipendente siriana è intransigente: l’opposizione la si deve fare nel suo luogo preposto – il parlamento – per cambiare il Sistema dall’interno o, al limite, fuori da quel palazzo ma mai dall’estero. Quella – dice senza mezze misure – serve solo per attaccare il Paese e non aiuta in alcun modo il popolo.

Lei in quell’edificio ci è entrata nel 2012, proprio quando sembrava prossima la caduta di Damasco e, da cristiana di famiglia molto benestante, verrebbe spontaneo chiedersi come mai abbia deciso di entrare in politica proprio in quel drammatico momento, invece di fuggire all’estero molto più comodamente di molti suoi poveri concittadini. La spiegazione è disarmante per la sua semplicità: le manifestazioni di protesta non sono mai state – se non in un primissimo momento – unitarie ma, anzi, hanno fin da subito provocato una partizione della società siriana; inoltre lo sgomento per ciò che già da anni stava accadendo nel vicino Iraq e nella Libia degheddafizzata la terrorizzava. Lo stesso schema utilizzato per “esportare la democrazia” e per liberare i cittadini dal “giogo della dittatura” aveva reso quei posti un inferno a cielo aperto; distruggendo alle radici la società e le tradizioni di quelle nazioni che l’Occidente diceva di voler aiutare.

Maria Saadeh

Maria Saadeh

L’attacco diplomatico e mediatico, preparatore all’intervento bellico, si fondava su presupposti discutibili e oggettivamente difficili da appurare; come a piazza Maidan dove i primi a sparare furono proprio gruppi infiltrati tra i manifestanti. Di certo c’è solo che l’anno prima il sanguinario Assad era ricevuto con tutti gli onori dal presidente Napolitano e insignito pure della prestigiosa legion d’honneur francese, mentre sua moglie veniva incensata per la grazia e lo stile; l’anno dopo si trasformano in feroci assassini. Eppure la democrazia in Medio Oriente non è certo di casa tra dittature, monarchie e repubbliche più formali che fattuali – basti pensare anche alla recente svolta autoritaria turca – ma, secondo lei, è proprio il modello di democrazia occidentale a non funzionare a queste latitudini.

Nata in Paesi mono-confessionali si è sviluppata secondo i crismi di quei popoli (per lo più protestanti) ed è quindi inadatta a essere replicata ovunque secondo i medesimi parametri. Inoltre afferma sicura che esportarla:

non può mai funzionare perché il popolo viene scavalcato; non è interpellato. Imporla dall’alto non serve a nulla!

Infatti dall’alto cadono solo le bombe e i missili prodotti in Occidente, quelli che l’allora presidente francese Sarkozy spingeva per lanciare sull’esercito siriano per proteggere i cristiani, proprio mentre al-Qaeda li assediava a Maaloula per farne strage. Così lei, lontana dal partito Baath e naturalmente dal clan alauita, spiega pazientemente che era il governo a proteggere e garantire tutte le minoranze anche se è una parola che non mi piace, perché in Siria sono tutte minoranze ma tutti siriani e ogni etnia è ugualmente rappresentata a ogni livello dell’amministrazione statale. Infondo nulla di nuovo, perché già negli anni Venti per giustificare la spartizione di Sykes-Picot le potenze coloniali anglo-francesi si nascosero dietro il paravento della difesa dei cristiani d’oriente.

sebastiano caputo siria

Damasco, Siria – foto di Sebastiano Caputo

Il supporto del Vaticano invece è fondamentale non solo perché è anche grazie all’intervento del Papa che nel 2013 si è evitato l’intervento umanitario, ma anche perché la

Siria è la culla della cristianità, Damasco la prima capitale del Mediterraneo e Aleppo la più antica città abitata della Storia.

Simboli che i terroristi vogliono distruggere e cancellare per sempre come accaduto a Palmira. E così un giornalista brasiliano le domanda se proprio la distruzione delle rovine romane, patrimonio dell’Unesco, non sia stata una vera e propria debacle mediatica per l’Isis. Il loro sostegno è extra-statale – afferma tranchant in un ottimo francese – I terroristi che ci fanno guerra provengono da 180 diversi Paesi. È una vera e propria proxy-war. Far saltare in aria i monumenti è una potente arma propagandistica, serve per far vedere a tutti il loro potere (nichilista) armato. Un’ideologia distruttiva compiuta nel nome di un Islam promosso da alcuni Stati – Arabia Saudita in primis – che la utilizzano come strategia di guerra contro i loro avversari (geo)politici. Ma allora quali sono gli alleati della Siria nel mondo e non solo sul campo?

I siriani attraverso i social hanno avuto modo di capire quali Paesi siano loro amici e chi no; anche dentro l’Europa ci sono dei distinguo che però poi all’interno dell’Unione sono comunque obbligati a seguire una posizione obbligata.

Allora, dato che Maria Saadeh è arrivata a Milano proprio dalla conferenza di Sochi, mi azzardo a chiederle se nei colloqui di pace sia in discussione anche l’unità territoriale dello Stato o se invece questa non sia negoziabile. La risposta mi giunge assieme a uno sguardo fulminante:

l’unità della Siria è fuori discussione.

Resta solo da riflettere come si possa essere ottimisti sul loro esito dal momento che l’Occidente ne resta ovviamente escluso. Dopo sette anni di guerra non si può non essere ottimisti e come darle torto poiché, ora che il peggio è passato, s’intravede almeno la luce in fondo al tunnel e non sono più quelli scavati dagli jihadisti nei sobborghi di Damasco.