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E’ come un vento che, come spesso capita quando spira dal mare, inizialmente sembra quasi innocuo ed impercettibile ma che poco dopo inizia a travolgere tutto, ad avvolgere le città lungo il Mediterraneo con il tipico colore ‘rossastro’ dello scirocco. È iniziata così la primavera araba, sono passati sei anni e tante città e tanti paesi sono stati nel frattempo travolti e risucchiati da una spirale che ha macchiato di rosso le strade e che ha cambiato per sempre la storia del medio oriente.

E’ iniziato tutto sei anni fa, nel periodo tra Natale e Capodanno compreso tra dicembre 2010 e gennaio 2011; Ben Alì in Tunisia, Gheddafi in Libia, Mubarack in Egitto in quel periodo sembrano ben saldi alla guida dei loro paesi, la Siria appare ancora come uno dei rari esempi di stabilità politica del vicino Oriente, nel Mediterraneo si parla di ‘Unione Euro – Mediterranea’, di ‘Unione Africana’ ed anche di una moneta comune per i paesi più strategici del continente nero, nessuno sa ancora che da lì a breve il Mare Nostrum diventerà testimone di uno dei periodo più delicati della storia della regione che da sempre è ponte tra occidente ed oriente. Ma anche l’Europa, all’epoca, era molto diversa: l’austerità appare fino ad allora confinata alla sola povera Grecia, con i tg del vecchio continente che prendono sotto gamba l’inizio del dilagare della miseria ad Atene e preferiscono dare spazio ai danni arrecati alla capitale greca dagli scontri che dal maggio 2010 proseguono ininterrotti dopo i primi tagli di stipendi e sussidi alla sanità; al tempo stesso, in Italia nulla fa pensare che Silvio Berlusconi con la sua maggioranza ben salda da lì a qualche mese sarà costretto a cedere lo scettro al governo tecnico di Mario Monti, mentre in Gran Bretagna il dibattito è tra i favorevoli ed i contrari all’adesione alla moneta unica, parlare di Brexit appare ancora una lontana utopia.

Tutto è partito dall’Algeria, tra dicembre 2010 e marzo 2011 il paese è stato attraversato da vivaci proteste

Sei anni di differenza tra allora ed oggi, due epoche distinte e separate; forse per caso o forse perché, in fondo, le due sponde del Mediterraneo non hanno mai smesso di scrutarsi e studiarsi reciprocamente (nemmeno negli anni in cui ha iniziato ad essere introdotto il termine ‘scontro di civiltà’), fatto sta che tra il 2010 ed il 2011 avvengono nette cesure storiche manifestatesi in povertà, austerity e fine del bipartitismo tradizionale in molti paesi d’Europa, mentre sulla sponda africana e poi anche asiatica il tutto si è mostrato a suon di guerre e tragici spargimenti di sangue. Ma come detto, quel vento che ha travolto il nord Africa e gran parte del mondo arabo, in principio è partito molto lentamente e non a caso il primo paese ad esserne investito è quello in cui i segni di quella che è stata poi etichettata come ‘primavera araba’ sono ad oggi meno visibili. Tutto è iniziato infatti in Algeria, ufficialmente nel novembre 2010 con scontri tra manifestanti e Polizia per via dell’aumento del prezzo del pane e di altri generi di prima necessità. E’ bastato un nonnulla, è bastato un piccolo soffio ed il respiro del vento è aumentato ed ha iniziato a travolgere tutto ciò che sia riuscito ad incontrare nel cammino lungo la fascia mediterranea del mondo arabo: a gennaio, è la volta di Tunisia ed Egitto, a febbraio tocca alla Libia, mentre a marzo le proteste dilagano oltre il Maghreb investendo Siria e Yemen, dando vita a quelle guerre balorde e cruenti che mietono vittime anche in queste ore. La prima notizia che si ha in Italia sulla primavera araba, è un flash dell’ANSA di fine 2010:

«La federcalcio algerina ha deciso di annullare le partite del campionato nazionale previste in questa settimana per motivi di ordine pubblico, a seguito delle proteste scoppiate in molte città del paese»

E’ solo l’inizio di quella maledetta primavera: già a gennaio le notizie assumono altro tenore, si vedono strade invase da manifestanti, gigantografie di Mohamed Bouazizi (il giovane tunisino che si è suicidato nel dicembre 2010 a Sidi Bouzid diventato simbolo della protesta in Tunisia), social network invasi da messaggi inneggianti a rivolte e sommosse, il vento inizia a diventare più forte ed il 14 gennaio cade il governo di Ben Alì, l’11 febbraio la stessa sorte tocca a Mubarak mentre in Libia, Siria e Yemen si inizia a parlare di guerra civile.

Il 14 gennaio 2011 cade il primo governo a seguito della ‘primavera araba’, è quello di Ben Alì

Tutto il resto è storia, tristemente, ben nota; c’è da chiedersi quindi, a sei anni di distanza dall’inizio dei primi focolari di protesta, cosa resta oggi di quella maledetta primavera: maledetta perché ha frantumato uno Stato come quello libico, maledetta perché ha dato un impulso pericoloso ed irresponsabile alla fratellanza musulmana in tutto il mondo arabo, maledetta perché da quando i media occidentali l’hanno iniziata a benedire gli abitanti di Aleppo ed Homs hanno cominciato a vedere le proprie città ridotte in cumuli di macerie. L’impressione, dopo sei lunghi anni, è che le rivendicazioni economiche di popolazioni stanche di economie in affanno abbiano da subito lasciato il posto a rivendicazioni di stampo etnico se non addirittura tribale, come nel caso della Libia, fino al 2011 secondo paese africano per reddito pro capite; partite da un paese da sempre dinamico ma allo stesso tempo turbolento, come l’Algeria, le proteste sono subito state cavalcate da attori esterni e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Gheddafi intuisce le strumentalizzazioni attorno alle proteste in Libia e parla a Tripoli il 22 febbraio 2011

La maledetta primavera, in futuro, potrebbe essere studiata come evento spartiacque non solo per il mondo arabo; le evoluzioni nei paesi coinvolti, hanno per sempre cambiato la geopolitica internazionale con il primo intervento di Mosca fuori dai propri confini dalla caduta dell’URSS, la penetrazione dell’estremismo islamico dai territori devastati dalle guerre fin dentro il cuore dell’Europa, l’incapacità degli USA e la perdita della scommessa del ‘regime change’ a Damasco da parte di Washington, fino all’allontanamento progressivo della Turchia dall’occidente ed il suo sguardo più proiettato, adesso, verso oriente, per non parlare poi del nuovo ruolo della Cina che, specie in Siria, sarà vitale a guerra finita. Gran parte di quel mondo che, forse, già fra pochi anni si potrà definire ‘post 2010’ nasce proprio da qui, da quel venticello trasformato poi in tempesta di sabbia che dal Nord Africa si è allargata fino a tutto il medio oriente. Una primavera maledetta, il cui vento però inizia a girare al contrario con conseguenze storiche che potrebbero diventare di portata secolare.

homs-siria

Dalle prime proteste alla devastazione della guerra, gli effetti della primavera araba in Siria