La vittoria di Mauricio Macrì nel recente ballottaggio delle elezioni presidenziali argentine ha scoperchiato il vaso di Pandora. Il continente latinoamericano assiste alla ritrovata baldanza della controrivoluzione, che forte del successo conseguito mira a capitalizzare il risultato colpendo altri due bastioni del riformismo populista, ovverosia due paesi già segnati negli ultimi mesi da turbolente vicende interne come Venezuela e Brasile. L’assalto concentrico sta venendo condotto al centro nevralgico delle due nazioni, nei confronti dei due leader Nicolas Maduro e Dilma Rousseff, che si trovano di fronte rispettivamente a un cruciale appuntamento elettorale e a un’insidiosissima richiesta di impeachment. Sono giorni importantissimi per il futuro del Sudamerica; se anche Partito Socialista Unito bolivariano e il Partito dei Lavoratori brasiliano fossero estromessi dal potere, l’offensiva reazionaria cavalcante le difficoltà del sistema che ha avuto nel decennio successivo il merito di rivitalizzare il continente assumerebbe proporzioni immani. E spiace nuovamente constatare il significativo contributo che stanno dando i nostri mezzi di informazione al dispiegarsi di tale offensiva, attraverso l’uso costante una becera e stucchevole retorica, che trova il suo trionfo quando l’oggetto della discussione è il presunto “regime dittatoriale di Caracas”.

Proprio Maduro vive la più imminente e dura delle due sfide; l’opposizione, dopo anni di violenze e boicottaggi, spera in una spallata al presidente che rappresenta l’eredità di Hugo Chávez. Secondo la maggior parte dei sondaggi, infatti, sarebbe quest’ultima a condurre nelle intenzioni di voto per le elezioni parlamentari previste per domenica. Un round elettorale che arriva alla fine di un anno e mezzo infuocato, in cui più e più volte le forze di sicurezza venezuelane si sono trovate dispiegate in gran numero sul terreno, pronte ad affrontare violentissime proteste nelle quali sono morte decine di persone. Nonostante sia innegabile la differente caratura di Maduro rispetto al suo illustre predecessore, nel cui mito egli continua a vivere e rispetto al quale stenta a creare una propria personalità politica autonoma, è palese agli occhi di qualsiasi osservatore che osservi la realtà venezuelana con sguardo imparziale come l’opposizione abbia costituito un retroterra rovente e violento per preparare il voto, tanto sul piano pratico quanto, soprattutto, su quello teorico. Essa opera infatti da alfiere portabandiera della guerra per procura che da anni gli USA stanno muovendo al Venezuela. La lunga opera di erosione nei confronti del governo bolivariano ha portato a forti fratture interne al paese. Quando Maduro parla della “guerra economica” condotta nei confronti del Venezuela, non parla, come si legge su buona parte della stampa mainstream, anche nostrana, spinto da vuoti pretesti demagogici o dal desiderio di trovare una giustificazione alle difficoltà del paese. Dai tempi del vergognoso golpe tentato nel 2002, infatti, l’opposizione ha condotto un lavoro di mina continuo e dannoso, esportando dal paese massicce quantità di capitali, manovrando all’interno numerose fonti di “informazione” per delegittimare il nuovo corso del paese, dando vita al disastroso fenomeno del mercato nero, oggigiorno fuori controllo, e destabilizzando la realtà politica interna fomentando le proteste di piazza, sanguinose e violente.

Il fronte degli oppositori di Maduro (riuniti dal 2008 in quella Mesa de la Unidad Democratica già perdente due volte alle presidenziali con il suo candidato Henrique Caprilles Redonski) è diventato infatti tristemente noto per le barricate di filo spinato e reticolati (chiamate guarimbas) posizionate durante le proteste nel bel mezzo di città affollatissime come Caracas al fine di combattere in maniera più efficace le forze di polizia, che si sono trovate più volte costrette a vere e proprie azioni militari per fermare esagitati cortei i cui partecipanti erano foraggiati corposamente dai maggiori oligarchi dell’alta borghesia venezuelana. Quando il potere legislativo ha deciso infine la condanna del leader delle opposizioni, Leopoldo Lopez, nel mondo la stampa ha gridato al regime, ha accusato Maduro di essersi comportato da tiranno consentendo l’imprigionamento di colui che maggiormente aveva sulla coscienza i morti nelle piazze e nelle strade. Lopez e i sodali condannati dopo un processo dibattutissimo sono stati definiti “prigionieri politici” o “oppositori democratici” nonostante il loro comportamento sia stato nei fatti banditesco.

Nella polveriera venezuelana, tuttavia, non sono da negare anche le dirette responsabilità di Maduro. Egli paga in primis il confronto diretto con Chàvez, rispetto al quale si è rivelato di acume assolutamente minore e di ridotta elasticità, riuscendo difficilmente a polarizzare nei suoi confronti il consenso che il fondatore del moderno Venezuela riusciva a conquistarsi con la forza della parola e il carisma ancor prima che con i (numerosi) fatti che davano a questi conferma. Di fatto, egli paga soprattutto le difficoltà riscontrate nel settore della valuta; se per anni il cambio fisso imposto con Chàvez ancora in vita è risultato sostenibile, il ridursi delle entrate petrolifere e l’esplosione del mercato nero hanno reso necessaria una manovra svalutativa, che tuttavia Maduro non si è mai azzardato a compiere, lasciando mano libera al galoppare dell’inflazione. Proprio battendo su questa nota dolente l’opposizione ha eroso i consensi verso il Partito Socialista Unito del Venezuela, le cui amplissime riforme sociali sembrano essere passate in secondo piano agli occhi di parte della popolazione.

Secondo i sondaggi, infatti, il PSUV sarebbe staccato di almeno dieci punti percentuali dal MUD, che mira a ottenere la maggioranza dei 167 seggi a disposizione per poter poi proporre, utilizzando l’articolo sicuramente più democratico della costituzione bolivariana (secondo la quale ogni carica pubblica è revocabile a seguito di un referendum), una consultazione popolare sulla permanenza di Maduro al potere. Il voto del 6 dicembre in Venezuela acquisisce dunque una portata storica, come è stato per la consultazione presidenziale in Argentina, e sarà cruciale capire se la sondaggistica diffusa corrisponda veramente ai reali risultati che si avranno nelle cabine elettorali, o se per il PSUV ci siano possibilità di recupero. In ogni caso, per Maduro è vicina l’ora della resa dei conti: al di là dei risultati del voto, per ridare slancio e continuità alla grandiosa opera del predecessore, dovrà prendere in mano le redini del paese e non essere in balia delle opposizioni e delle loro mosse. Il voto si configurerà come un referendum sulla sua persona: che sia solamente l’anteprima a quello sulla sua permanenza al potere o che si riveli essere l’unico, sarà necessaria un’azione decisa e profonda a ogni livello della società e dell’economia per preservare le conquiste dell’era bolivariana e difenderle dalla controffensiva delle oligarchie.