In questi giorni Emmanuel Macron, presidente della Francia, ha annunciato l’avvio dei lavori che porteranno nei prossimi mesi alla realizzazione di un piano governativo mirante ad una profonda e complessa riforma dell’islam nazionale, con l’obiettivo di ridurre la minaccia della radicalizzazione giovanile e nelle carceri; controllare i flussi di denaro provenienti da enti e governi esteri che finanziano la formazione di imam e la costruzione di moschee e, nel complesso, rendere maggiormente istituzionalizzata quella che oggi è la seconda religione del paese.

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Con circa 67 milioni di abitanti, la Francia è il secondo paese più popolato d’Europa ed il primo per presenza di musulmani – quasi 9 milioni nel 2017 secondo l’Istituto Nazionale di Studi Demografici, che rappresenterebbero circa il 13% della popolazione totale. Numeri che hanno messo in allarme i vari movimenti identitari del paese, come il Front National, e del continente, come Generazione Identitaria, riguardo il rischio dell’islamizzazione, ma che invece riflettono un corso storico di lunga data tra la civiltà francese e la dār al-Islām, il mondo musulmano, iniziato dapprima della nascita dell’impero carolingio, costellato di guerre e colonialismo, ma anche di ricchi scambi culturali e di conoscenze.

I francesi hanno iniziato a scoprire il reale volto dell’islam, inteso come religione abramitica con molti punti in comune con il cristianesimo e non come un nemico da combattere a oltranza perché associato al ricordo della minaccia ottomana, a inizio Novecento con la conversione del celebre pensatore e studioso delle religioni René Guenon, che dal 1910 assunse il nome di Abd al-Wāḥid Yaḥyá, e con la costruzione della prima moschea (da parte di un governo occidentale) d’Europa nel centro di Parigi nel 1926, inaugurata dall’allora presidente Gaston Doumergue, ancora oggi in attività e terza per dimensione dell’intero continente.

René Guenon (Bloir, 15 novembre 1886 – Il Cairo, 6 gennaio 1951), orientalista e pensatore, uno dei primi europei a convertirsi all'islam dell'epoca contemporanea.

René Guenon (Bloir, 15 novembre 1886 – Il Cairo, 6 gennaio 1951), orientalista e pensatore.

L’islam è lentamente cresciuto nel paese per via dei movimenti migratori dalle ex colonie, del maggiore tasso di natalità rispetto a quello degli autoctoni e delle conversioni, diventando la seconda religione nazionale ed attirando l’attenzione della classe politica dell’ultimo trentennio per via di un curioso evento: a differenza delle altre grandi religioni del paese, come cattolicesimo ed ebraismo, l’islam è riuscito a resistere ad ogni tentativo di assimilazione e francesizzazione, rimanendo un blocco sostanzialmente conservatore, identitario ed antisecolare.

È soprattutto nelle periferie dimenticate dallo Stato, afflitte dal dramma della segregazione sociospaziale e dell’esplosione della criminalità, che l’islam si è gradualmente imposto come  soluzione ai problemi economici, sociali e spirituali delle persone, anche dei francesi autoctoni, proponendo una sorta di integrazione al contrario, secondo l’orientalista Gilles Kepel, poiché offerente una sorta di primitivo welfare a disadattati ed emarginati, una scolarizzazione a giovani tentati dal fascino della vita di strada e facendo riscoprire il lato spirituale dell’essere umano e l’esperienza del contatto con il divino a migliaia di persone cresciute ed indottrinate al culto della repubblica, dell’ultralaicismo, dell’irreligiosità e della rigida separazione tra religione e vita pubblica. Sulla base dei dati forniti dalle moschee e dalle associazioni islamiche francesi, ogni anno tra le 3500 e le 7000 persone deciderebbero di convertirsi all’islam, per un totale di oltre 200mila ritornati nell’ultimo ventennio. Cifre confermate da inchieste del canale televisivo France 3, del quotidiano La Croix e dalle stime periodiche del ministero dell’interno.

La moschea Sahaba a Créteil (Parigi), nella quale ogni anno si celebrano circa 150 conversioni all'islam.

La moschea Sahaba a Créteil (Parigi), nella quale ogni anno si celebrano circa 150 conversioni all’islam.

Oggi i musulmani rappresentano circa un ottavo della popolazione totale francese ma, secondo alcuni scenari elaborati l’anno scorso dal PewResearch Center, potrebbero crescere sino a raggiungere quota 13 milioni entro il 2050, diventando un quinto della popolazione. Diversamente, il Gatestone Institute ha invece previsto il superamento della soglia dei 17 milioni in un periodo ancora più breve. Quelli sopraelencati sono numeri importanti, soprattutto se a leggerli è un politico dotato di una visione di lungo termine non legata ad esigenze elettorali passeggere. Non deve quindi sorprendere l’intenzione di Macron, colui che sta dando nuovo smalto al patriottismo francese a proiezione universale, trascurato dalle precedenti presidenze Hollande e Sarkozy, di rendere l’islam definitivamente parte integrante dell’identità nazionale francese. Il piano di Macron è ancora avvolto nel più stretto riserbo, sebbene siano emersi alcuni interessanti dettagli. Innanzitutto è stato avviato un sistema di consultazioni con esperti di questioni islamiche, studiosi delle religioni ed esponenti della comunità musulmana nazionale che entro la metà dell’anno dovrebbe rendere note le linee guida principali del progetto, confidando specialmente nella collaborazione delle associazioni islamiche del paese, che invitarono i fedeli a votare En Marche! in occasione del ballottaggio finale con il Front National alle scorse elezioni presidenziali.

Due sono i punti focali del piano di Macron per l’islam: un maggiore controllo circa provenienza e reale utilizzo dei capitali provenienti da filantropi, enti e governi esteri ufficialmente indirizzati alla costruzione di moschee, promozione della cultura islamica, formazione di imam e prevenzione della radicalizzazione, in modo tale da scoprire se contribuiscano o meno a diffondere visioni fondamentaliste dell’islam come il salafismo, e l’ambizioso progetto di laicizzare i musulmani francesi ed attenuarne le posizioni conservatrici per mezzo di un maggiore indottrinamento ai valori secolari, liberali e repubblicani su cui poggia la Francia contemporanea. Se Macron riuscirà laddove i suoi predecessori hanno fallito dipenderà dal modo in cui il piano verrà attuato e se studiato per agire sul lungo termine, ma è bene ricordare la presenza di alcuni ostacoli che potrebbero complicare la riuscita di questa strategia neo-assimilazionista. La legge sulla separazione tra Stato e Chiesa del 1905 ha introdotto il secolarismo di Stato in Francia, dando luogo ad una rigidissima divisione tra la sfera pubblica e quella religiosa, ristretta all’ambito privato. Tra le molte cose previste dalla legge, il divieto di finanziare con fondi pubblici la costruzione ed il mantenimento di edifici di culto; un paragrafo che sia Nicolas Sarkozy che François Hollande tentarono senza successo di modificare per lo stesso motivo che oggi guida Macron: la lotta al radicalismo islamico finanziato dall’estero.

L'allontanamento forzato del parroco e dei fedeli della chiesa di Santa Rita (Parigi) nel 2016, inserita in un piano di demolizione per far spazio ad alloggi popolari e parcheggi.

L’allontanamento forzato del parroco e dei fedeli della chiesa di Santa Rita (Parigi) nel 2016, inserita in un piano di demolizione per far spazio ad alloggi popolari e parcheggi.

I primi importanti passi verso il controllo governativo sulla comunità islamica francese furono fatti durante il secondo governo Chirac, messi a punto dall’allora ministro dell’interno, Sarkozy. Innanzitutto fu proposto (senza successo) di introdurre finanziamenti pubblici per la costruzione di moschee e centri culturali islamici, cercando un cavillo legale nella legge del 1905 che potesse giustificare la misura. In secondo luogo furono accelerati ed ultimati i lavori per l’istituzione del Consiglio francese del culto musulmano, iniziati durante il governo Jospin, inaugurato nel 2003 ed inteso per essere organo di rappresentanza per i musulmani del paese. Sorto sotto i migliori auspici, il Consiglio si è però rivelato inefficace nel dare una forma organizzativa efficace alle varie comunità del paese, nel promuovere campagne antiradicalizzazione e nel fornire suggerimenti ai vari governi o condurre iniziative proprie tese a ridurre la minaccia dell’estremismo. Se ne accorse Hollande dopo l’ondata di attentati che scossero il paese tra il 2015 ed il 2016, che decise di chiudere 20 moschee per predicazione di odio e restringere i movimenti di capitali dall’estero diretti alla costruzione di moschee. D’altra parte è vero che in assenza di aiuto pubblico ed immobilismo governativo sul tema, la comunità musulmana ha dovuto finanziare di tasca propria l’edificazione di moschee e accettato volentieri i milioni di euro offerti da paesi nordafricani e del golfo.

Macron vorrebbe raggiungere un concordato con la comunità islamica, una volta riorganizzata, basato sull’ambiguo principio del protezionismo religioso, che dovrebbe garantire un maggiore controllo del governo su moschee, imam e fedeli. Sul presidente pesa di dover trovare una rapida soluzione all’urgenza moschee: secondo le stime dell’istituto Montaigne la crescente comunità islamica avrebbe bisogno di circa 700mila metri quadrati in più, ossia 200 milioni di euro di lavori. Se Macron non dovesse trovare un modo per aggirare il divieto ai finanziamenti pubblici imposto dalla legge del 1905, i capitali probabilmente arriveranno dall’estero e, con essi, il rischio di predicazioni fondamentaliste. Altro tema dibattuto è l’educazione all’islam moderato da parte degli imam che predicano nel paese. Diverse le opzioni al banco della presidenza: un approfondimento del partenariato bilaterale tra governo e istituto Mohammed VI di Rabat siglato da Hollande nel 2015 e riguardante la possibilità di ricevere un’educazione teologica di stampo moderato in Marocco per quei francesi musulmani che volessero diventare imam, la concessione di uno statuto ufficiale per i rappresentanti religiosi musulmani e la creazione di un’università pubblica per la formazione degli imam francesi, quest’ultima auspicata sia dal ministro dell’interno Gèrard Collomb che da Jean-Pierre Chevènement, presidente della Fondazione per l’islam di Francia.

Una donna in burkini, l'indumento da mare divenuto oggetto di un acceso dibattito politico e pubblico in Francia perché accusato di essere costume legato ad una visione radicale dell'islam.

Una donna in burkini, l’indumento da mare divenuto oggetto di un acceso dibattito politico e pubblico in Francia perché accusato di essere costume legato ad una visione radicale dell’islam.

Nell’attesa che inizi la prima tavola ufficiale di incontri tra esponenti governativi e i circa 3mila rappresentanti religiosi musulmano, il clima si prefigura già teso. Ahmet Ogras, attuale presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha spiegato che lo Stato non dovrebbe interferire negli affari delle religioni come un guardiano, lasciando ai fedeli quella libertà di culto tanto proclamata dalla costituzione. Ma perché tutta questa ostilità verso colui che è stato il politico più votato, secondo i sondaggi, dai francesi musulmani? A far discutere e suscitare proteste sono state le proposte studiate per Macron dal suo consigliere per l’islam, Hakim El Karoui, per dare all’islam francese una struttura organizzativa di tipo gerarchico e dipendente dal governo, partendo dall’istituzione di un Grande Imam di Francia e dalla fondazione di un ente pubblico che si occupi del finanziamento delle moschee e dell’educazione e pagamento degli imam (attualmente pagati dai paesi di provenienza e formazione, soprattutto paesi del golfo). In questo modo si arriverebbe ad avere il totale controllo sugli edifici di culto e sui predicatori, creando un vero e proprio islam di Stato.

Nel piano di Macron sarebbe anche previsto un superamento o una profonda revisione del Consiglio francese del culto musulmano, improduttivo, costoso e mai divenuto un organismo di intermediazione tra governo e autorità islamiche. Il secolarismo di Stato francese è noto per la sua durezza ed è riuscito nell’intento di scristianizzare uno dei paesi europei storicamente più cattolici. Soltanto un anno fa il Consiglio di Stato si pronunciò su due questioni importanti legate all’applicazione della legge del 1905: la rimozione di una croce da una statua di Giovanni Paolo II nella Bretagna e la messa al bando del burkini, nel primo caso votando a favore e nel secondo votando contro, probabilmente perché da parte cattolica non si levò nessuna voce di protesta, mentre da parte musulmana furono organizzate manifestazioni in Francia e diversi paesi europei e ci si appellò ad organizzazioni per i diritti umani come la Lega dei diritti dell’uomo. Fra Macron ed il sogno di un islam di Stato c’è quindi un solo ostacolo: la compattezza della umma, che non sarà così facile da piegare come i cristiani secolarizzati, disposti a tutto pur di non andare contro le leggi dello Stato, anche a non vedere più croci in giro per le strade.