Le elezioni presidenziali argentine di domenica hanno visto il paese latinoamericano riservare alcune importanti sorprese. Per la prima volta nella sua lunga storia il paese vedrà l’elezione della massima carica dello Stato affidata a un ballottaggio, e come avevamo pronosticato in un precedente articolo a contendersi la Casa Rosada saranno i due grandi favoriti, Sergio Scioli del Frente para la Victoria e Mauricio Macri di Cambiemos, ma non è la notizia in sé a destare scalpore, quanto il fatto che i due candidati arriveranno al round decisivo del 22 novembre praticamente appaiati, avendo conquistato rispettivamente il 36,86% e il 34,33% dei suffragi.

Questo apre scenari impronosticabili alla vigilia del voto, dato che Scioli, primo candidato peronista della storia a definirsi “kirchnerista” e garante della continuità con la presidenza dei due illustri coniugi, era accreditato di consensi tali da dover rendere il ballottaggio una mera formalità. Sul risultato del partito di governo hanno inciso più delle aspettative le numerose defezioni avutesi per la scissione interna al fronte peronista: in opposizione a Scioli, infatti, ha corso anche il giustizialista Sergio Massa, oppositore della linea politica dei Kirchner, che è riuscito a classificarsi terzo conquistando oltre cinque milioni di voti e il 21,34% delle preferenze. Il risultato di Massa testimonia la forza tutt’altro che sopita del peronismo tradizionale, quello meno connoto come “di sinistra”. Tutto ciò a vantaggio di Macri, leader di un’opposizione finalmente saldatasi attorno al nome di un candidato condiviso e capace di capitalizzare le debolezze del sistema kirchnerista per conquistarsi un’ampia fetta dell’elettorato. Il sindaco della capitale Buenos Aires ha infatti avuto buon gioco nel colpire la costruzione socio-economica del FPV mettendone a nudo le principali lacune, che in alcuni casi come quello della scarsa lotta alla corruzione fanno riferimento a temi verso cui l’elettorato argentino è sensibile. Pronto a incassare l’appoggio dei peronisti “dissidenti”, Macrì, famoso imprenditore ed ex presidente del Boca Juniors, sogna il ribaltone, si prepara a diventare il “Berlusconi argentino”.

Sicuramente, nel FPV questa elezione apre a molti ripensamenti; se Scioli riuscirà a essere eletto, dovrà cercare di mediare con le anime della propria corrente politica. Il patrimonio politico costruito dalla coalizione negli anni rischia di disperdersi, e la maggiore conflittualità gioca solo a vantaggio di Macrì. Di certo c’è solo che il 22 novembre andrà in scena la giornata più incerta della storia politica argentina dai tempi del ritorno alla democrazia; le tante variabili in gioco rendono impossibili i pronostici, ma di sicuro fanno immaginare che colui che risulterà eletto dovrà parte del suo successo al comportamento che sceglieranno di prendere i milioni di argentini che nel primo turno si sono schierati con Massa.