Per quanto la sua fama arrivasse sempre un passo in anticipo, decantandone stabilità e forza militare, l’Egitto di oggi deve riconsiderare la sua realtà facendo i conti con atti di terrorismo che si trasformano in azioni di guerra vere e proprie. I guai per il generale al-Sisi – leader dell’Egitto dal 2013, quando praticamente l’intera comunità internazionale, da Mosca a Washington, decise che il legittimo presidente Morsi era troppo pericoloso e andava cacciato – arrivano oggi da ogni dove e lasciano intravedere sia un’inquietante vulnerabilità dello Stato, che un’impreparazione dell’esercito di fronte a ben coordinati attacchi di guerriglia. Come accade in Yemen per la macchina bellica saudita, anche in questo caso sembra che non bastino numeri e armamenti d’ogni genere ad aver ragione di truppe motivate e ben coordinate da esperti comandanti.

Nella penisola di biblica memoria che conduce ad Israele e ai valichi con Gaza, un attacco su larga scala dei miliziani di Velayat Sinai contro check-point e presidi dell’esercito ha causato più di 70 morti tra i militari. Ciò che più ha impressionato, oltre all’elevato numero di vittime, sono state l’ampiezza, la coordinazione, la tecnica e le armi utilizzate dai guerriglieri autoproclamatisi, lo scorso autunno, alleati dello “stato islamico”. E proprio l’apertura del valico con la Striscia di Gaza in occasione del Ramadan è finita al centro delle polemiche: nel dedalo di alleanze e rivalità all’interno del mondo sunnita, emerge il legame che unisce Hamas, Fratelli Musulmani e Qatar. Con l’Egitto etichettato come principale nemico dei Fratelli, e in rapporti di buon vicinato con Israele e di solida amicizia con l’Arabia Saudita (quest’ultima ai ferri corti, per alcuni aspetti, con Doha), ecco che i sospetti come dietro all’efficace azione nel Sinai vi fossero armi e uomini di Hamas si sono fatti prepotentemente largo.

Ma se il Sinai preoccupa per l’acuirsi degli attacchi e la sua vicinanza a quel Mar Rosso, già ampiamente militarizzato al fine di tutelare quel poco di turismo rimasto in Egitto, ad inquietare il generale al-Sisi ci sono anche le notizie che giungono dal Cairo. Una bomba installata sulla macchina del procuratore generale Barakat, è esplosa lunedì nella capitale egiziana, uccidendolo. Il procuratore era da due anni in prima linea contro i Fratelli Musulmani e aveva decretato centinaia di condanne a morte in seno all’organizzazione.

Viene spontaneo chiedersi cosa ci sia dietro a questa nuova ondata di tensione nel paese. Che si tratti della semplice, e perenne, vendetta dei Fratelli Mussulmani per l’estromissione del 2013? Che i terroristi alleati dell’IS vogliano colpire duramente, dopo la Tunisia, uno dei pochi stati capaci di combattere la galassia fondamentalista? O che questi eventi s’intreccino forse con la geopolitica, in quanto l’Egitto si lascia corteggiare dalla Russia con cui intrattiene sempre più proficui rapporti d’affari? L’unica certezza è che la sete di vendetta ed il clamore con cui il nuovo corso targato al-Sisi ha deciso di punire i Fratelli Musulmani, decretando e pubblicizzando oltremodo condanne a morte spesso esagerate, non ha certo contribuito al processo di pacificazione nazionale. Che avrebbe dovuto essere in ogni caso la priorità; per quello che resta, in ogni caso, il più importante paese africano e un attore fondamentale del Mediterraneo.