Anche la Spagna cade sotto la scure del multipartitismo. Quello che viene decantato come un momento di liberazione politica dopo un grigio periodo di bipartitismo, di due blocchi costanti che si alternano e si “scontrano” al governo, oggi assume però i connotati non tanto di una liberazione quanto di una condanna a una stagnazione politica dai rischi purtroppo molto chiari a noi italiani. Non è l’elogio del bipartitismo, ma è semplicemente la constatazione che il sistema post-ideologico che l’Europa sta vivendo in questo periodo non ha realmente portato a soppiantare l’antico per il nuovo, i vecchi partiti per nuovi movimenti di rottura del sistema, come ci si affretta a dire ultimamente. È in verità una realtà differente dove non esiste un’intelligenza collettiva che dica di no a un sistema per sostituirlo con un altro: semplicemente, quella parte di cittadini che è andata a votare non si è sentita rappresentata quasi totalmente da Partido Popular e PSOE, ma ha ritenuto conseguentemente di votare altri partiti (o di non votare), che attenzione, non sono così differenti dagli altri. Per il cittadino spagnolo, votare Ciudadanos equivale a votare un Partido Popular rinnovato, mentre al contrario, votare Podemos equivale semplicemente a esprimere una preferenza verso quelle esigenze socialisteggianti che si ritiene il Partito Socialista abbia abbandonato.

Ma non c’è stata rottura, e l’Europa questo lo sa e sostanzialmente lo apprezza. Forse anche più del più classico bipartitismo. Ed in effetti dove è che la tecnofinanza governa meglio? Dove i partiti sono due? La recente storia dell’Unione Europea, specialmente di quella monetaria, dice l’esatto l’opposto. L’Europa mediterranea anzi è l’emblema più nitido di cosa significhi la disintegrazione politica in tanti gruppi, prima due, poi quattro, poi sempre di più. E mentre la Grecia ha provato sulla sua pelle il tradimento della sinistra di Tsipras (che mentre approva le unione civili, cede sul Memorandum d’intesa proposto dalla Troika), e mentre l’Italia si crogiola in un sistema paludoso in cui governa formalmente il PD ma sostanzialmente l’Europa, prima con governi tecnici e ora con governi a tratti politici, ecco che è la Spagna a dover subire questo stesso futuro. Del resto l’Unione Europea ha capito che mentre prima era facile governare o con il centrodestra o con il centrosinistra, poiché entrambi forti e contrapposti ma entrambi saldamente europeisti, oggi questa divisione annacquata conduce a ritenere che sia meglio che centrodestra e centrosinistra governino insieme, mentre i partiti cosiddetti di rottura, vigilano in modo più o meno “feroce” sulla politica sociale. L’Europa oggi non è garantita dai governi monocolore, il curi rischio è quello di politicizzarsi o di ritenersi più forti della finanza. Oggi la garanzia migliore è la grande coalizione figlia del multipartitismo, la quale, scevra dalla politica, si barrica nella tecnica.

Il rischio oggi per la Spagna è quello che comunque vada a finire, se Rajoy governerà con il PSOE e C’s, o se il PSOE proverà a formare un governo stile Fronte Popolare con le forze di Podemos e degli indipendentisti, il risultato sarà sostanzialmente quello di lasciare il campo alle politiche europee oppure a un voto anticipato che si incastrerà nei meandri di improbabili raggruppamenti post-ideologici dalla vita difficile e breve. Una logica perversa che in Italia conosciamo bene e che la Spagna conoscerà a breve, a meno che la paralisi non conduca ad elezioni nel brevissimo termine, elezioni che ad oggi, in fondo, soltanto il Partido Popular vede di buon occhio, in quanto è ipotesi probabile che i voti dispersi in Ciudadanos e nell’astensione tornino all’ovile per evitare l’ingovernabilità. Gli altri, socialisti, Ciudadano e Podemos non possono fare altro che attendere, con motivazioni differenti, che il fallimento del bipartitismo conduca alla stagnazione, a un’opposizione di facciata o di sostanza, leccarsi le ferite o aumentare i consenso per poi tornare alle urne sperando che il governo precedente abbia fallito. In tutto questo, tra i due litiganti il terzo (l’Europa) gode.