Queste settimane saranno teatro di molteplici incontri tra i leader europei che dovranno accordarsi su come affrontare l’inarrestabile flusso migratorio proveniente dal Medio Oriente e dal nord Africa. Già questo lunedì, a Bruxelles, si sono incontrati i ministri degli interni internazionali, e questa volta alla fine del loro meeting un messaggio è risuonato forte e cristallino senza lasciare spazio alle interpretazioni: “Tutti gli stati membri che hanno deciso di partecipare in questo progetto devono assolutamente accelerare il processo di ricollocamento”, aggiungendo poi che “Italia e Grecia dovranno essere i primi a completare con celerità gli step necessari per il ricollocamento”. Come detto, il processo di smistamento dei migranti sta andando a rilento e nelle più importanti sedi istituzionali europee si è presa coscienza di come questo ostacolo abbia le potenzialità per scardinare non solo il progetto in sé, ma l’Unione Europea stessa. L’incontro di lunedì è avvenuto all’inizio di una settimana che sarà testimone di altri due importanti incontri con tema il fenomeno migratorio. Il primo vedrà sedersi al tavolo delle trattative i maggiori leader europei e africani che si incontreranno sia mercoledì che giovedì a Malta. Il secondo avverrà di giovedì e come sfondo avrà sempre la piccola isola mediterranea, ma ad incontrarsi questa volta saranno tutti i primi ministri europei. Durante l’incontro di lunedì si è semplicemente riconfermato quello che da settimane si continua a ripetere: c’è bisogno più che mai di accelerare lo smistamento dei migranti, anche e soprattutto attraverso centri che andranno collocati – la geografia questo richiede – lungo il percorso dei profughi, in altre parole lungo i paesi dei Balcani occidentali. In questo modo si raggiungerebbero due obiettivi.

Innanzitutto si alleggerirebbe il carico dei paesi che sono stati designati come “hotspot”, tra tutti Grecia e Italia, che da soli non possono certo affrontare un fenomeno di questa portata, anche perché già claudicanti per problemi interni a tutti noti. Il secondo invece viene di pari passo con il primo, e in questo modo la mole di lavoro sarebbe giustamente distribuita tra più stati, quindi più uniformemente. Jean Asselborn, ministro degli Affari Europei e ministro degli Affari Esteri del Lussemburgo, in questo momento anche in testa alla presidenza del Consiglio che segue un meccanismo di rotazione, ha commentato dopo l’incontro di lunedì che uno dei motivi per il quale è necessario allestire centri di identificazione è che la Grecia, da tempo accusata di non riuscire ad identificare i migranti permettendogli così di lasciare il paese senza i dovuti controlli, non è in grado di gestire da sola questo fenomeno inarrestabile. “In ottobre sono arrivate più persone nell’isola di Lesbo rispetto a tutte quelle che sono giunte lì l’anno scorso” ha commentato Asselborn, che successivamente in preda ad un raptus di lucidità ha aggiunto: “Non possiamo chiedere ad un solo paese di confrontarsi con tale numero di esseri umani.” Il piano, che si discute da settimane ma che dovrebbe essere definito durante i prossimi incontri, mira a identificare le regioni più strategicamente adatte dove costruire i centri di smistamento, e queste regioni saranno europee come extra-europee, ma l’unica certezza è che la Turchia non è neanche presa in considerazione per ospitare i suddetti centri. Si vede che l’Ue ha altri piani per il rinnovato sultano Erdogan ed il suo paese. Per ora la preoccupazione più grande è che Germania ed Austria seguano la scia di paesi come la Svezia, che di tutta risposta al programma ideato dai funzionari dell’Ue, la scorsa settimana ha chiesto alla Commissione Europea di trovare un modo per far uscire i migranti dal paese nordico. Dimitri Avramopoulos, commissario per l’immigrazione, ha però rassicurato: “Quest’oggi ci siamo confrontati in un’atmosfera assai più rilassata rispetto ai precedenti incontri.”

Come se non fossero bastate le dichiarazioni allarmistiche se non apocalittiche (a ragion veduta, per carità) di Tusk delle settimane precedenti, anche Asselborn ha avvertito: “L’Unione Europea potrebbe implodere… abbiamo solo pochi mesi per trovare una soluzione.” Nel discorso di lunedì a Berlino Tusk ha voluto definire quella che per lui è la giusta concezione di “confini esterni” e di “protezione” di questi ultimi: “I confini esterni non comportano necessariamente la costruzione di muri. Piuttosto dovrebbero costituire una combinazione di infrastrutture e procedimenti complessi e organici così da permetterci di esercitare le nostre regole e le nostre leggi.” Ci auguriamo vivamente che il progetto andrà in porto. Per ora però, ci sono solo parole, parole, parole.