Chavez è morto troppo presto; questo lo si sapeva già nel marzo 2013, quando il leader della rivoluzione bolivariana ha perso la vita a soli 58 anni al culmine di una lunga malattia, ma adesso le conseguenze di quella morte prematura si notano giorno dopo giorno nel frastagliato quadro del Sudamerica.
Era il primo maggio del 1998 quando dal Venezuela partiva il primo sussulto di quella che poi, nel corso degli anni 2000, sarà destinata a diventare come la rivolta dell’ex giardino di casa degli USA al potere imperialista. La vittoria di Chavez nelle elezioni presidenziali tenute in quella storica giornata, davano una forte battuta d’arresto a chi in quegli anni, posti tra la caduta del muro di Berlino e l’entrata in vigore dell’Euro, riteneva che oramai la via verso regimi e forme di governo sociali ed antiliberali fosse stata per sempre sbarrata. E Chavez ha iniziato da subito a fare paura; nemmeno quattro anni dopo, la gente di Caracas è stata costretta a scendere per le strade per costringere golpisti finanziati dalla Spagna di Josè Maria Aznar a liberare Chavez ed a ricondurlo presso la residenza presidenziale.
Ben presto poi, il Chavismo andrà ad espandersi in tutto il continente: Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Paraguay ed Uruguay sono stati contaminati quasi da subito dalla rivoluzione bolivariana in atto a Caracas, Argentina e Brasile hanno invece visto tra il 2002 ed il 2003 le vittorie di partiti più moderati ma schierati a favore del ripristino di forti interventi statali sull’economia e sul welfare e propensi ad un affrancamento dagli USA in politica estera. Nel breve volgere di un decennio, il continente è diventato un grande esempio di reciproca solidarietà tra paesi che condividono spazi e problematiche comuni, con i vari governi impegnati nella difesa delle conquiste sociali e politiche, seppur con qualche defezione interna.
Il chavismo insomma, è andato ben oltre i confini del Venezuela; nel giro di pochi anni, un sistema politico in grado di coniugare i valori della patria con quelli dell’apertura critica agli eventi internazionali contemporanei, condito a livello interno da massicci interventi su welfare, istruzione e sanità, è stato d’esempio tanto per il Sudamerica quanto per quella parte del pianeta che non vuole arrendersi al dominio neoliberale e ad un sistema dominato da banche e finanza. Nell’America Latina, l’impatto del chavismo ha innescato una reazione a catena, la quale però adesso sembra essersi inceppata: Maduro, successore di Chavez, ha perso la maggioranza in parlamento; in Argentina è finita l’epoca del kircherismo ed il nuovo presidente Macri sembra voler consegnare la chiavi della ‘Casa Rosada’ di Buenos Aires a quegli stessi attori economici internazionali che nel 2002 hanno determinato il collasso dell’economia del paese; in Brasile, Dilma Rousseff traballa e per mantenere vivo il suo governo è costretta a fare enormi compromessi nelle sue mosse di politica interna. La domanda sorge allora spontanea: cosa è mancato? Nel cuore di quel continente che ha mostrato al mondo come sia possibile affrancarsi da ogni tipo di imperialismo, a discapito di tanti decenni di dominazioni effettuate a suon di colpi di stato ed aerei che scaricavano prigionieri nell’oceano, come mai adesso la delicata trama intessuta dal chavismo adesso rischia di sfaldarsi?
E’ proprio qui che ritorna la frase enunciata ad inizio articolo: Chavez è morto troppo presto. Assieme alle sue tante conquiste politiche e sociali, il chavismo porta con se un peccato originale che il leader venezuelano non ha forse fatto in tempo a dirimere. Infatti, se il suo governo assieme a quello dei ‘cugini’ sudamericani ha avuto il merito di incidere direttamente sui problemi economici e sociali del continente, sul fronte istituzionale e su quello delle rispettive forme di governo però ad oggi, a livello di eredità, rimane ben poco; ogni rivoluzione, a prescindere se sfrutti o meno i mezzi ad essa contemporanei per installarsi al potere (Gheddafi prese Tripoli con un golpe, Chavez giurò come presidente a Caracas dopo le elezioni), cerca sempre poi di accomunare alle riforme sociali anche quelle inerenti al funzionamento del ‘nuovo’ Stato o della nuova forma di governo che viene ad attuarsi.
A poco più di un anno dalla sua elezione, Chavez ha scritto una nuova costituzione, ma non ha intaccato il sistema multipartitico; in poche parole, il chavismo si è servito della democrazia partitica per arrivare al potere, ma una volta in sella ha continuato a giocare con le stesse regole di prima e sono state proprio queste regole, a distanza di anni, a poter dare il via allo sfaldamento del chavismo stesso e, di riflesso, dell’intero movimento portato avanti in tutto il Sudamerica in questi rigogliosi ed importanti anni. Tutto il continente, a fronte di grandi mutamenti economici e sociali, è rimasto avvinghiato alle vecchie democrazie multipartitiche, le quali alla lunga stanno dimostrando il loro valore permettendo a chi è maggiormente sostenuto dall’estero di poter contare su un decisivo appoggio mediatico ed economico.
Non è dato sapere se Chavez aveva in mente, qualora non fosse intervenuta la malattia, di intervenire anche in questo settore della vita politica del suo paese e, di riflesso, dell’intero Sudamerica; nella sua rivoluzione è mancata una decisiva riforma istituzionale, in grado di poter far sopravvivere il chavismo agli attacchi provenienti dall’estero. Certo che parlare di mettere in discussione la democrazia multipartitica, in anni in cui a Washington si professava l’esportazione della democrazia a suon di bombardamenti su Baghdad e Kabul e sanzioni all’Iran, poteva avere effetti controproducenti per l’immagine all’estero di un governo, quale quello di Caracas, già additato dai media occidentali come ‘dispotico’; dunque forse, Chavez aspettava un altro momento o comunque, non prevedendo la sua prematura scomparsa, aveva rinviato la questione della sopravvivenza del chavismo oltre Chavez ad un secondo momento. Fatto sta però, che adesso all’interno di società molto divise e frastagliate (e perciò maggiormente corruttibili) come quelle sudamericane, chi vuole il collasso sia del chavismo che degli altri governi nati sulla scia dell’azione venezuelana, sta avendo vita facile.
Pur tuttavia però, questo non deve far cessare di far guardare al Sudamerica come grande esempio di affrancamento dall’imperialismo finanziario: infatti, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador restano saldamente al potere ed in questi anni nemmeno la propaganda internazionale è riuscita a ‘colorare’ le piazze di questi paesi, ma anche lì dove a breve il chavismo e le sue varie correnti sudamericane si apprestano a passare all’opposizione (o dove ci sono già passate), la speranza di veder continuare la lotta per l’emancipazione di questo grande continente resterà molto alta.
Pur se, secondo le logiche imposte dalla democrazia multipartitica, questi movimenti non saranno più al potere, resteranno comunque molto radicati nella popolazione e nella società; non appena le politiche dei nuovi od eventuali governi neoliberali metteranno in discussione anni di conquiste e battaglie, le popolazioni sudamericane non esiteranno un secondo a riprendere in mano il proprio destino.