L’incontro tra Xi Jinping e il suo omologo taiwanese Ma Ying-jeuo è il primo incontro tra i presidenti della Cina e della Repubblica (ribelle) di Taiwan dal 1949. Lo storico faccia a faccia, avvenuto a Singapore in “territorio neutro”, ha un incredibile effetto simbolico: i leader delle due nazioni non hanno mai avuto contatti diretti dalla fine della lunga guerra civile e sono sempre state ai lati opposti della cortina di ferro. Anzi, per lunghi anni, Pechino si è sempre posta l’obiettivo di riannettere la provincia secessionista, minacciandola d’invasione. Il processo di riavvicinamento tra la Repubblica Popolare Cinese e la Repubblica di Cina (nome ufficiale di Taipei) è iniziato alcuni anni fa proprio con l’elezione di Ma Ying-jeuo e la svolta filo-cinese del Kuomintang, che nel 2008 hanno ottenuto il favore delle urne. L’impronta riformista che Xi Jingping ha dato alla Cina ha impresso un’accelerazione al miglioramento dei rapporti tra i due Paesi, ma anche gli oltre 200 miliardi di dollari in scambi commerciali hanno avuto il loro innegabile peso.

Quest’abboccamento è frutto di un intenso lavoro diplomatico che, già lo scorso anno, aveva portato a un primo colloquio a livello governativo tra Zhang Zhiung, capo dell’Ufficio per gli affari con Taipei e Wang Yu-chi, suo omologo taiwanese. L’apertura di un regolare canale diplomatico con Pechino – che neppure gli eventi di Hong Kong hanno bloccato – ha reso possibile il meeting di Singapore, dove ovviamente non si è parlato di riunificazione, ma di un deciso passo avanti verso la stipulazione di nuove relazioni bilaterali. “Siamo una famiglia” ha ribadito il presidente cinese, mentre a Taiwan alcune centinaia di manifestanti protestavano contro questo “tradimento”. In effetti dopo 66 anni di rigida separazione, con lo spettro di un’invasione mai avvenuta solo per l’appoggio militare americano, è difficile per molti taiwanesi accettare un rapido riavvicinamento al continente. Fin da quando le forze nazionaliste di Chiang Kai-shek si sono ritirate sull’isola, la difesa della loro indipendenza è stata minacciata e il loro stesso Stato non è riconosciuto ufficialmente neppure dagli Stati Uniti. La formula usata da entrambi le parti dello stretto di Formosa è che esiste una sola Cina, mentre ci sono due governi. Nonostante le proteste del leader dell’opposizione Tsai Ing-wen e del Partito Progressista Democratico, che accusano il presidente Ma di fare propaganda in vista delle elezioni di gennaio; sono diverse le motivazioni che spingono i due Paesi al dialogo. Innanzitutto i sondaggi danno il Kuomintang sicuramente sconfitto e Ma impossibilitato dalla Costituzione a presentarsi per il terzo mandato; quindi è meglio capitalizzare al massimo gli sforzi per ricostruire il dialogo tra i due Paesi prima che l’opposizione prenda il potere.

Dal punto di vista cinese inoltre un dialogo pacifico e costruttivo con la provincia ribelle aiuterebbe a tranquillizzare i vicini, preoccupati della potenza di Pechino, in un momento di gravi tensioni per le rivendicazioni nel Mare Cinese. L’occupazione delle isole Spratly e la sfida lanciata dall’amministrazione statunitense, unite al riarmo giapponese stanno esacerbando le relazioni nel sud-est asiatico. Normalizzare i rapporti con Taiwan sarebbe un grande passo avanti per Pechino. Ma c’è anche un terzo aspetto – probabilmente il più importante – che spinge i due governi ad accelerare sull’intesa: la recentissima firma del TPP (Trattato sul libero scambio nel Pacifico) dal quale sono esclusi entrambi. Taiwan non può sottoscriverlo perché non è ufficialmente riconosciuto come Stato, mentre la Cina lo vede come l’ennesima manovra per arginare la sua ascesa a potenza. Una maggiore integrazione delle loro due economie può essere una reciproca mossa vincente in una fase di stagnazione. Non a caso Xi Jinping ha parlato di “carne e ossa” di una stessa nazione e un pivot in meno nelle mani di Washington.