Nella storia recente dell’Argentina si può leggere la caleidoscopica sequela di eventi che sta caratterizzando negli ultimi anni l’America Latina. Il paese più meridionale del Sud America, infatti, è stato teatro della prima, seria débâcle elettorale dei regimi politici aderenti all’ideologia del “socialismo del XXI secolo”, ma al tempo stesso vive oggi problemi di ampissima portata a causa della deficitaria gestione a cui è sottoposta ad opera dei nuovi governanti. La vittoria di Mauricio Macri alle elezioni presidenziali argentine del novembre 2015 è stata ottenuta dal leader della coalizione Cambiemos sulla scia delle tensioni e delle difficoltà che avevano caratterizzato l’ultimo biennio della presidenza di Cristina Fernandez de Kirchner, che succedendo al marito Nestor nel 2007 ha completato un dodicennio di governo denso di significati avvenimenti finendo poi per fallire proprio nella determinazione di un’adeguata successione politica.

Macri ha guidato una vera e propria “controrivoluzione” affermandosi sul candidato del Partido Jusiticalista Daniel Scioli sfruttando tutte le ambiguità che, in Argentina come nel resto del continente, hanno bloccato il completo dispiegamento delle politiche riformiste dei regimi del “socialismo del XXI secolo”: in primo luogo, Macri ha infatti conquistato le nuove classi medie di recente formazione, figlie della crescita economica seguita al drammatico default del 2001 e turbate dall’inizio di un periodo di recessione dopo l’esaurimento dell’intensa decade dorada di sviluppo economico e sociale intercorsa tra il 2003 e il 2013; di conseguenza, egli ha sfruttato ampiamente la difficoltà affrontata dal governo kirchnerista nello svincolare il sistema economico nazionale dalla dipendenza dal tradizionale dogma “estrattivista” e nell’operare una diversificazione generalizzata, cosa che in una fase di crollo dei prezzi delle commodities sui mercati internazionali ha pregiudicato l’azione di molti governi latinoamericani aggravandone la crisi. Altro punto da non sottovalutare è stata la presa di posizione compiuta da Macri contro la corruzione dilagante a tutti i livelli nel sistema governativo argentino, contro la quale entrambi i coniugi Kirchner hanno intrapreso azioni poco incisive. 

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Mauricio Macri con il Presidente messicano Enrique Peña Nieto alla Casa Rosada di Buenos Aires. Nel suo anno da Presidente dell’Argentina, Macri ha disfatto progressivamente il tessuto di alleanze regionali costruito dal paese nell’ultimo decennio, schierandosi ad esempio in maniera fortemente contrapposta al governo bolivariano del Venezuela

A un anno dall’insediamento alla presidenza, il grande bluff su cui si fondava l’ambizione politica dell’attuale inquilino della Casa Rosada, che puntava fortemente il dito contro le politiche di assistenza sociale dei Kirchner e propugnava mosse di chiaro stampo neoliberista e una netta deregolamentazione economica e finanziaria come chiave della ripresa del paese, è stato ampiamente svelato. Già a sei mesi dall’inizio della presidenza Macri, l’inefficacia della sua azione di governo si era palesata apertamente, tanto da spingere Miriam Lewin su L’Espresso a definire il magnate di Buenos Aires come:

«Il Presidente che ha fatto piangere l’Argentina»: «in pochi mesi Mauricio Macri», scriveva a giugno la Lewin, «[…] ha raso al suolo a suon di decreti l’intera costruzione politica del kirchnerismo incentrata sui Diritti Umani e Civili e sulla pratica economica keynesiana a sostegno del mercato interno e del salario. […] Macri, con i suoi slogan sulla “rivoluzione dell’allegria” e sulla “Povertà zero” aveva illuso di poter raddrizzare un’economia zoppicante. In realtà ha operato finora con l’obiettivo di reinserire l’Argentina all’interno del circuito finanziario internazionale, seguendo i dettami classici dell’ortodossia monetaria»

Procedendo verso il finire del 2016, il bilancio si è ulteriormente aggravato, come dimostrato da un recente rapporto della dottoressa Angélica Rotondaro, del Saint Gallen Institute of Management in Latin America (GIMLA), nel quale è stato particolarmente forte l’accenno alla presenza di un elevato tasso di disoccupazione (9,4%) associato a un parallelo incremento continuo del tasso di inflazione (giunto al 43,4 su base annua), dati negativi che TeleSur ricorda essere al loro apice da quattordici anni a questa parte. Oltre alla negativa congiuntura macroeconomica, Macri è accusato anche delle crescenti fratture che stanno significativamente contraddistinguendo la società e la politica argentina: se infatti nel corso dei primi mesi del suo governo egli è riuscito più volte a costituire un asse con la componente antikirchnerista del Partido Justicialista guidata da Sergio Massa, che ha consentito l’implementazione di diverse riforme in Parlamento, la luna di miele tra Cambiemos e gli “alleati di complemento” si è rapidamente esaurita, vista la volontà di Massa di dettare un’agenda meno squilibrata in vista del voto per il rinnovo dell’assemblea legislativa previsto nel 2017. Al tempo stesso, la persecuzione giudiziaria contro Milagro Sala, attivista fondatrice del movimento Tupac Amaru che si batte per i diritti delle popolazioni native e delle fasce meno abbienti della popolazione, e la battaglia delle popolazioni mapuche contro le politiche energetiche di Macri, aperto fautore del fracking, sono paradigmatiche degli squilibri interni della nuova Argentina che, in poco meno di un anno, si trova in una situazione pericolosamente simile a quella sperimentata nei disastrosi anni Novanta.

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Milagro Sala e Papa Francesco. Anche il Pontefice argentino ha usato a più riprese parole dure per denunciare la condizione precaria in cui l’attivista è mantenuta a seguito del processo che la vede imputata per il presunto coinvolgimento in atti di vandalismo che avrebbero contraddistinto una protesta contro il Senatore Gerardo Morales, oggigiorno governatore di Jujuy, Stato natale della Sala. Come riportato dall’Almanacco Latinoamericano di dicembre: «nel corso del processo è stato provato che la Sala non era in quella protesta e solo un testimone (che peraltro cercò di occultare di lavorare per il governatore di Jujuy), la segnalò come l’organizzatrice»; tuttavia, a fine dicembre 2016, la Sala è stata colpita da una doppia condanna in sede civile (una multa e l’interdizione per tre anni dai pubblici uffici), mentre dal 16 gennaio 2016 risulta detenuta nel carcere di Alto Comedero, secondo molti attivisti in maniera illegale

La condizione in cui si trova l’Argentina ha chiarito apertamente all’America Latina come la risposta alla crisi dei governi populisti maggioritari dall’inizio del XXI secolo non passi affatto per un completo ritorno al passato, con lo slittamento all’indietro delle lancette della Storia verso la condizione, vista col senno di poi a dir poco deplorevole, in cui il continente aveva affrontato gli Anni Novanta. Se l’Argentina, in ogni caso, ha aperto la crisi dei populismi latinoamericani, l’Ecuador potrebbe certificare tanto il suo decisivo aggravamento quanto l’esistenza di spiragli di riscatto: nelle imminenti elezioni presidenziali, infatti, le forze del “socialismo del XXI secolo” puntano a conquistare la loro prima importante affermazione elettorale da due anni a questa parte in un clima a dir poco complesso. Esperienze come quelle della Bolivia e del Nicaragua insegnano che la parabola storica del “socialismo del XXI secolo” non è affatto conclusa.

I governi ad esso aderenti, in ogni caso, dovranno essere in grado di riqualificare i loro obiettivi, mentre al contempo le forze politiche estromesse dal potere dovranno dimostrare originalità e profondità di visione al fine di presentare piattaforme progressiste che sappiano portare a una riconquista dei consensi in sede elettorale. In Argentina, questa strada passerà inevitabilmente per il prossimo, cruciale, appuntamento elettorale: il prossimo ottobre (precedute da primarie in agosto) si terranno infatti le lezioni legislative con cui verrà rinnovato un terzo del Senato per il periodo 2017-2023 e la metà della Camera per il periodo 2017-2021. Questo test sarà decisivo per conoscere le possibilità di riscatto del Partido Justicialista e, soprattutto, le capacità di reazione della sua leadership dopo l’uscita della sua principale rappresentante dalla Casa Rosada e il flop alle presidenziali del 2015, nonché la capacità di costituzione di una piattaforma alternativa a quella di un Presidente che, scegliendo ottusamente la via del conformismo neoliberista, ha avviato il suo mandato in maniera fallimentare e ora appare più che mai in balia degli eventi.