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Dal 27 marzo fino al 9 aprile, all’incirca 1.400.000 cittadini turchi residenti in Germania potranno votare per la riforma costituzionale proposta dal Presidente Erdogan e dal governo. La giustificazione al divieto per i ministri turchi di svolgere comizi elettorali nelle principali città tedesche, sulla base di veri o presunti motivi di ordine pubblico (la comunità curda in Germania, così come in Olanda, è oltremodo numerosa), si è dimostrata una scelta palesemente politica nel momento in cui la Bild, a tutta pagina, ha titolato:

“Ataturk avrebbe votato No”.

Il contenzioso aperto tra Ankara e l’Unione Europea, negli ultimi tempi, ha raggiunto inediti picchi di violenza verbale. E nessuna delle due parti cerca di utilizzare un lessico che in qualche modo miri ad affievolire i toni. Di fatto, le reiterate accuse di fascismo da parte di Erdogan sono abbastanza ridicole e paradossali visto che il progetto egemonico dell’AKP si iscrive in una narrazione storica che ha non pochi punti di contatto con la tradizione della destra europea. Diversi esponenti dello stesso AKP hanno spesso e volentieri posto l’accento sull’influenza che la prospettiva della destra hegeliana (Stato prussiano come picco dello sviluppo storico) abbia esercitato nei confronti della progettualità politica dell’AKP volta alla realizzazione di una forma di Stato etico su base islamica e, prima di essa, nell’elaborazione ideologica del nazionalismo kemalista. Una prospettiva politica che idolatra lo Stato e la cultura turca come forma di civilizzazione imprescindibilmente superiore rispetto alle altre. Ed una prospettiva che ha determinato il fallimentare sogno neo-ottomano del Presidente turco.

Allo stesso tempo, l’UE dovrebbe risparmiarsi la continua interferenza nelle questioni di politica interna dei suoi vicini. Johannes Hahn, Commissario UE per la politica di vicinato, già famoso per le sue esternazioni in merito alla crisi macedone, ha affermato che le modificazioni costituzionali sono un evidente allontanamento dall’Europa che rende sempre più irrealistica l’adesione della Turchia all’UE. Appare quantomeno evidente la sostanziale ambiguità che contraddistingue i rapporti tra i due attori politici. L’UE, da un lato, versa più che generosi contributi alla Turchia per sostenere il suo sforzo di contenimento della massa migratoria pronta a sfruttare in modo massiccio, qualora liberata, la rotta balcanica; dall’altro, vedrebbe di buon occhio un governo turco ben più accomodante con la sua narrazione ipocritamente umanista e globalista. Dal canto suo, Erdogan, sempre pronto ad innescare e disinnescare la bomba migratoria in caso di necessità contingente, ha sostenuto che potrebbe rivedere le relazioni con l’UE a seguito di un eventuale esito positivo del referendum. Tuttavia, sembra tralasciare il fatto che, allo stato attuale, la Turchia intrattiene il 50% dei suoi scambi commerciali proprio con l’UE, a cui, tra le altre cose, deve anche il 70% di prestiti ed investimenti sul territorio nazionale.

Erdogan rispetto all’Olanda e all’UE

A questo punto appare necessario entrare nel merito del controverso e criticato disegno di riforma costituzionale.

L’obiettivo è chiaro e non è mai stato nascosto: trasformare la Turchia in una repubblica presidenziale in modo tale da rafforzare, di conseguenza, i provvedimenti presi in stato d’emergenza. Uno stato d’emergenza che, secondo il progetto di riforma, il Presidente può deliberare per un periodo di sei mesi con la possibilità di proroga per un periodo, di volta in volta, non superiore ai quattro mesi con la possibilità di revoca o abbreviazione da parte del parlamento. Con lo stato d’emergenza, Presidente e governo possono deliberare per decreto. Qualora dovesse vincere il Sì, da novembre 2019 andrebbe a scomparire la figura del Primo Ministro. Inoltre il Presidente otterrebbe il potere di nominare 6 membri su 13 (7 verrebbero nominati dal parlamento) del Consiglio Superiore della Magistratura. A ciò si aggiunge il potere di promulgare decreti esecutivi in materie non regolate dalla legge. Il progetto prevede inoltre la totale abolizione dei tribunali militari (altro duro colpo inferto al potere dell’esercito; istituzione storicamente garante dell’ordine costituzionale ma recentemente compromessa, almeno in parte, con il progetto sovversivo gulenista), l’aumento dei seggi in parlamento da 550 a 600 ed un abbassamento della soglia minima di eleggibilità da 25 a 18 anni. Per quanto il popolo turco abbia tutto il diritto di scegliere in assoluta libertà, e possibilmente senza ingerenze esterne per il suo futuro ed il sistema politico che si vuole dare, appare comunque evidente che la riforma non miri solo ad una esasperata centralizzazione del potere nelle mani di un solo uomo, ma anche alla quasi totale identificazione di quest’uomo con lo Stato in sé.

Quasi a dire che la Turchia è Erdogan ed Erdogan la Turchia.

Risposta di Juncker alle dichiarazioni del Presidente Turco

Questo è il più che comprensibile punto di vista di alcuni gruppi kemalisti (il Vatan Partisi su tutti) che, nonostante si siano sempre mostrati leali nei confronti del Presidente, sostenendolo anche in momenti di crisi (come nel caso del fallito coup d’etat gulenista), abbiano espresso diverse perplessità all’idea dell’uomo solo al comando, preferendo ad essa la creazione di una coalizione di forze autenticamente nazionali. Insomma: Erdogan non è Mustafa Kemal, e l’identificazione della sua persona con la Turchia stessa appare quantomeno perniciosa alla luce del totale fallimento, seppur mai ammesso, della sua politica estera. Erdogan è il primo responsabile dell’attuale situazione di instabilità in cui versa la nazione. Ed il suo principale errore è stato proprio l’essersi fidato dell’ipocrisia democratica dell’amministrazione Obama-Clinton che, assecondando falsamente la progettualità neo-imperiale turca, gli ha lasciato campo libero nella destabilizzazione della Siria. Un’operazione che ha fatto confluire sul suolo turco una moltitudine di militanti gihadisti armati e finanziati dalle monarchie del Golfo, alleate della NATO nella regione. Tuttavia, l’intervento russo, su diretta richiesta del legittimo governo siriano, ha sbriciolato i sogni di Erdogan, della NATO e delle monarchie wahhabite di costruire una spazio omogeneo sunnita nel Levante.

Nonostante il Presidente turco abbia parzialmente cercato di correggere il tiro di fronte all’evidenza, ancora una volta non ammessa, di essere stato utilizzato e tradito da quelli che si presumeva fossero i suoi alleati, in un recente viaggio diplomatico tra Arabia Saudita, Bahrein e le altre monarchie petrolifere, ancora una volta, non ha fatto mancare le inevitabili accuse a Teheran di nazionalismo persiano e di voler creare la cosiddetta mezzaluna sciita tra Iraq, Siria e Libano. Una strategia politica che paga sempre quando si tratta di racimolare i petroldollari wahhabiti. Tuttavia, al momento, sono proprio Russia ed Iran a tenere la situazione in pugno in Siria. E di fronte all’evidente doppio-gioco nordatlantico, di cui la stessa Turchia è stata vittima, Erdogan, qualora uscisse vittorioso dalla sfida referendaria, dovrebbe iniziare a porsi la domanda se abbia ancora senso l’appartenenza della nazione alla NATO.