Mentre il presidente Petro Poroshencko dialoga con il “Quartetto Normanno” – Francia, Germania, Russia e Ucraina – sul dispiegamento di una forza d’interposizione che vigili sul cessate il fuoco, il ministro degli esteri Lavrov ritiene invece che questa proposta sia in realtà semplicemente un modo di prendere tempo e distogliere l’attenzione dalla non completa applicazione degli accordi di Minsk. La sterile controversia su dove il gruppo di contatto dell’OSCE dovrebbe dislocarsi – non più sulla linea del fronte, ma lungo tutto il confine orientale – sembra uno stratagemma creato ad hoc da coloro che mal tollerano questa situazione di stallo. Nel frattempo si consuma lo scontro intestino tra il clan oligarchico della ricca regione di Dniepropetrosk in mano a Kolomonsky e quello di Kiev sotto la leadership di Poroshenko. Tra i due non è mai corso buon sangue ma, quando il presidente ucraino ha tentato di escludere il governatore di Dniepropetrosk (con passaporto israeliano) dai vertici delle due partecipate statali Ukrtransnafta e Ukrnafta silurando il suo protetto Oleksander Lazorko, Kolomonsky ha occupato militarmente con i suoi battaglioni di mercenari Dniepr 1 e Dniepr 2 le sedi delle due aziende. Poroshenko allora ha minacciato di togliergli il controllo dei suoi uomini, imponendo o lo scioglimento dei battaglioni o il loro assorbimento nelle forze armate regolari. Per tutta risposta ha ottenuto la minaccia di vederli marciare su Kiev dove governano politici “corrotti e furfanti”.

L’oligarca e il suo clan di ricchi finanzieri ebrei possiedono la Privatbank, Media Group – che ha partecipazioni in otto canali televisivi – e la Burisma Holding, la più grossa azienda privata nel settore del gas. Quando il gruppo Volia Naroda, vicino al presidente, ha presentato una proposta di legge per nazionalizzare la Privatbank, in tutta risposta Kolomonsky ha bloccato i conti di Poroshenko e ha minacciato di far saltare il già traballante sistema finanziario ucraino. La sua banca, infatti, raccoglie il 26% di tutti i depositi privati e il 15% del volume finanziario nazionale. Solo l’intervento dell’ambasciatore americano ha scongiurato uno scontro diretto, che però non ha risparmiato la sua rimozione da governatore della ricca regione industriale a ridosso del Donbass.

Kolomosky ha allora ritirato immediatamente le sue forze dalla missione ATO (operazione anti-terrorismo) e cessato di finanziare le milizie neo-naziste, come il Battaglione Azov. L’esercito ucraino, già duramente provato dalle recenti sconfitte e defezioni, si è ritrovato improvvisamente con una falla da colmare e ha accelerato l’integrazione del movimento ultra-nazista Pravy Sektor nelle sue fila. Il loro leader, Dmitri Yarosh, ha annunciato di avere trovato un “soddisfacente accordo” con il ministro della difesa secondo cui la loro struttura dipenderà dal Comando militare, rimanendo però una struttura separata. Il corpo si articolerà su 4 battaglioni: 3 di fanteria leggera e 1 di esplorazione e sabotaggio e segna la fine dello strano connubio tra l’oligarchia ebraica e il movimento di estrema destra. Di certo ogni giorno che passa l’Ucraina mostra la sua vera faccia: un Paese lacerato da gruppi di potere in costante lotta fra loro, in mano a bande armate di fatto legalizzate e dove gli interessi contrastanti di clan rivali sono sempre più difficilmente tenuti a bada dai padroni di Washington.