Incastonata tra i monti del Caucaso, in quel piccolo ma infinito mondo di culture, etnie e religioni che fanno di questa regione un piccolo cosmo, la repubblica autoproclamata dell’Ossezia del Sud continua a vivere e a combattere la sua strenua battaglia per la separazione ufficiale dallo Stato georgiano. Dopo le guerre degli ultimi anni, i continui e ripetuti messaggi di secessione verso Tbilisi e i sempre più stretti e inestricabili legami con la Federazione Russa, stanno, così sembra, conducendo a un quadro che potrebbe ridisegnare notevolmente le mappe mondiali, e specialmente di una zona che da secoli, ma soprattutto da decenni, ed ancor più negli ultimi anni, rappresenta uno snodo cruciale nell’Eurasia. L’Ossezia del Sud si prepara nuovamente a innalzarsi agli onori della cronaca e lo fa con un atto che, per certi versi, può veramente essere considerato un gesto rivoluzionario per una regione separatista che ha pagato sul proprio suolo numerosi scontri a fuoco e guerre vere e proprie con lo Stato georgiano. Quest’atto è un referendum. Sulla scia di quanto successo in Crimea, naturalmente mutatis mutandis, il presidente dell’autoproclamata repubblica dell’Ossezia del Sud ha diramato un comunicato ufficiale in cui si afferma: “Guidati dagli interessi a lungo termine della popolazione dell’Ossezia del Sud e per cercare la stabilità socio-politica della Repubblica, stiamo emettendo un comunicato congiunto a sostegno dell’opportunità di tenere un referendum sull’adesione alla Federazione russa nel 2017.” La notizia ha evidentemente destato subito enorme allerta in tutta la regione, ma, soprattutto, negli alleati dei Paesi chiave della regione. Nell’ultima guerra osseta, infatti, gli schieramenti non erano tanto diversi da quelli che anche oggi dipingono il quadro della geopolitica mondiale. Da un lato la Georgia, appoggiata da Stati Uniti, repubbliche baltiche e quindi, in buona sostanza, dalla NATO tutta, che ha tentato di sedare del tutto la ribellione osseta. Dall’altro lato, la Russia del presidente Medvedev, alleata fedele del separatismo locale che entrò con truppe più o meno regolari nel conflitto del 2008, giungendo ad occupare anche porzioni di territori da cui si ritirò solo nel 2010.

A sei anni dal conflitto, la situazione è notevolmente cambiata, e la stella polare degli Stati Uniti nella politica internazionale sembra lasciare sempre più il passo all’astro (non più) nascente della nuova Russia dell’ultimo Putin. La Russia, tra l’altro, non soltanto ha continuato a controllare e a direzionare la politica osseta, ma ha anche e soprattutto finanziato in maniera pesante le casse della piccola regione georgiana, nel cui bilancio, circa il 90% del fatturato indica la voce “Federazione Russa”. È chiaro dunque che siamo di fronte ad una regione che se giuridicamente è georgiana, de facto è una regione autoproclamatosi autonoma ed in netto contrasto con il proprio Stato centrale, tanto da sopravvivere economicamente grazie ai contributi di uno Stato estero. Stato estero, la Russia, che indubbiamente gioca una partita rischiosissima in una regione che può trasformarsi da miniera d’oro a pantano da cui difficilmente si può uscire indenni. Il Caucaso non è Mosca-centrico, e la Georgia non è l’Ucraina. Ma l’Ossezia non è la Crimea. Soprattutto dopo la Crimea, e con il Donbass ancora in sospeso, la mossa di Tskhinvali può rivelarsi una lama a doppio taglio per la sottile e astuta linea politica del Cremlino, che da anni non sbaglia una mossa. Certo è, che la partita sull’Ossezia rischia di rompere il sottile equilibrio che si è venuto a creare e a Mosca questo lo sanno. Sanno che ora sono sulla cresta dell’onda e sanno anche, certamente, che un loro intervento in Ossezia o un referendum che comporti un’annessione di una regione straniera rischia di mettere in allarme il resto del mondo e far piombare la Russia di nuovo nell’isolamento. Se è vero che gli ossetti vorranno diventare russi, bisognerà vedere se i russi vorranno accogliere gli osseti. E questo, certamente, un problema che non lascerà dormire tranquilli né il Cremlino, né la Casa Bianca.