di Lorenzo Vita

Mentre la spocchia isolata dei mirages francesi ci consegna un’Europa ormai tramortita dagli eventi, più attenta a come funziona lo smistamento dei profughi che a comprendere il proprio ruolo nella Storia, i mig russi ci ricordano ancora una volta che l’Orso è ancora vivo e pronto a graffiare nuovamente chiunque tenti di accerchiarlo. La Russia dunque torna in gioco, e torna prepotentemente in gioco in uno scacchiere che non può, geograficamente e storicamente lasciare libero al corso degli eventi. Prima di tutto perché la Russia ha al suo interno sessanta milioni di musulmani, e non può permettersi che questa comunità da sempre presente in territorio russo, possa avere ai suoi confini un movimento feroce e terroristico che metta in pericolo il secolare sistema di convivenza russo. Poi la mossa di Putin infrange l’isolazionismo russo in uno scacchiere come quello mediorientale che vede due grandi questioni aprirsi sotto i suoi occhi: da un lato l’inevitabile presa di coscienza di un espansionismo americano che va a danneggiare la Russia e i suoi alleati; dall’altro lato, una seconda presa di coscienza, che è quella di aver forse tardivamente compreso che l’Islam sta sostituendo nella percezione politica e sociale del pianeta quello che l’URSS fu per decenni, cioè il sistema alternativo al mondo americano. Perché in fondo oggi, le parole dell’ayatollah Khomeini, pronunciate in un gennaio di 26 anni fa sulle frequenze di radio Teheran, non appaiono più come le frasi volutamente profetizzanti di un guida sacra, ma come le parole di qualcuno che forse aveva osservato sicuramente con un occhio più inquieto e consapevole ciò che stava per accadere nel suo Medioriente, lo stesso che aveva condotto dal neoliberismo dello Scià alla prima e più importante rivoluzione a sfondo religioso del Novecento.

La frase era rivolta all’allora Presidente del Praesidium del Soviet supremo, Michail Gorbačëv, che aveva da pochi mesi assunto la carica. “Ti annuncio pubblicamente che la Repubblica islamica dell’Iran è in grado di aiutare facilmente a colmare il vuoto ideologico del tuo sistema”, e subito dopo, con un tono ancora più profetico, quasi ascetico: “È chiaro come il cristallo che l’Islam erediterà le Russie”. E quando la Russia cambia regime e l’URSS diventa Storia e non più attualità, in pochi anni ci si rende conto che è il Medioriente islamico, con tutte le sue contraddizioni e le sue grandi sfaccettature e divisioni a diventare per il mondo occidentale il contrappeso ideologico e la valvola di sfogo di un espansionismo mai sopito. La Russia viene dimenticata, lasciata al suo destino, sembra quasi non dover più dare problemi: la si lascia in mano alla grande mafia, ai rubli, all’obsolescenza delle forze armate e al leccarsi le ferite di un socialismo rinnegato. Poi qualcosa cambia: il 2015 ci mostra una Russia differente, attenta, quasi belligerante. Forse l’Orso si risveglia? E Perché in Siria? Certamente non è solo Assad il cruccio di Putin, né lo è soltanto la salvaguardia della popolazione siriana. La Russia come l’America interviene dove i suoi interessi sono lesi, e sbaglia chi ritiene che le motivazioni di uno siano più sante e giuste dell’altro. , si tratta solo di sapere da che parte stare. E qui gli interessi sono molteplici: non è semplicemente un braccio di ferro tra Obama e Putin, ma è forse il più grande cambiamento geopolitico degli ultimi venti anni e che sta ridisegnando non solo geograficamente ma anche ideologicamente il sistema mondiale. Tra le nuove tendenze ottomane della Turchia, le Primavere Arabe, l’Isis e gli Stati Uniti, la Russia non poteva non intervenire e non può non farlo. Perché nello scacchiere siriano non c’è in gioco solo la salvezza di un alleato o la stabilità regionale, non è soltanto il petrolio mediorientale o il porto di Tartus: c’è in gioco la stessa idea che il mondo ha della Russia. E Putin ha già deciso da tempo l’idea che il mondo deve farsi di lui, o dovrà dar ragione alla profezia dell’ayatollah.