È a dir poco raccapricciante il livello di imbastardimento raggiunto dai principali partiti politici europei che ancora oggi si proclamano rappresentanti della “Sinistra”, categoria oramai totalmente svuotata di significato dal modus operandi di quelli che dovrebbero essere i suoi maggiori esponenti e che invece quotidianamente accentuano la loro convergenza sul sentiero che porta al pensiero unico, al conformismo generale e alla degradazione definitiva di qualsiasi ideale politico. Dopo la deriva del Partito Democratico italiano, i continui buchi nell’acqua del Partito Socialista Operaio di Spagna, il voltafaccia di Alexis Tsipras e la sua conversione ai dogmi dell’austerità che sta soffocando la Grecia, è in Francia che va in scena l’ennesima, triste rappresentazione del livello di conformismo e omologazione raggiunto dai presunti sinistrorsi europei: il governo Hollande ha in questi giorni varato una riforma del mercato del lavoro decisamente improntata allo smantellamento delle tutele legali contro i licenziamenti, alo sdoganamento del precariato quale condizione permanente per la futura vita professionale di milioni di francesi e, in generale, all’esaltazione del mito della “flessibilità” come condizione necessaria affinché un sistema economico risulti competitivo ed efficiente. I legislatori di un governo che ha ancora la pretesa di autodefinirsi socialista hanno varato una riforma ancora più radicale del Jobs Act italiano, demolendo numerosi capisaldi dell’ordinamento lavorativo francese in vigore da decenni e in passato strenuamente difesi dai militanti del Partito Socialista, mettendo in discussione persino la settimana lavorativa da 35 ore e lo scatto, oltre tale soglia, di retribuzioni straordinarie sinora fissate tra il 25% e il 50% in più per ogni ora lavorata in più. Con la nuova legge, il governo vuole rendere possibile un’estensione dei turni lavorativi (che su base trimestrale non possono superare la media di 44 ore ogni sette giorni) e parallelamente colpire duramente le retribuzioni straordinarie, che per milioni di francesi rappresentano un implicito contributo di supporto al reddito rispetto alla busta paga regolare. La manovra propone inoltre forti agevolazioni per le possibilità di licenziamento ad opera dei datori di lavoro e un’estrema flessibilità per quanto concerne i contratti per i neo-assunti, che nei fatti rischia di tradursi in un’istituzione semilegale del precariato come legge dominante nel panorama francese.

Nuovamente l’Europa Occidentale conosce dunque un selvaggio attacco istituzionale nei confronti dei diritti dei cittadini e un’ulteriore manovra di svilimento del lavoro, sempre più depredato delle sue connotazioni di mezzo di formazione del cittadino e di suo attivo inserimento nella società. La Francia si uniforma al trend imperante che punta esclusivamente ad accrescere la produttività di un sistema attraverso il turnover sistematico del personale, l’avvio di una competizione sempre più serrata per i pochi posti disponibili e la definitiva consegna del futuro professionale di milioni di persone nelle mani di poche persone, in ossequio ai dettami dell’aziendalismo più sfrenato, rappresentante la manifestazione più minacciosa della nuova corrente del neoliberismo. Ma la connotazione più significativa della “Legge El Khomri” è rappresentata dall’inusuale maniera con cui Hollande e il primo ministro Valls hanno deciso di forzarne l’approvazione: lungi dalla prassi istituzionale francese, che prevede una presentazione sotto forma di decreto legge parlamentare delle proposte più scottanti dell’esecutivo al fine di favorire un dibattito costruttivo sui loro contenuti, Hollande ha spinto per l’emanazione della riforma del lavoro sotto forma di decreto governativo, troncando ogni possibilità di confronto in aula se non durante la mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni nei confronti della legge bocciata per mancato raggiungimento del numero minimo di aderenti.

Hollande prosegue con l’ultimo provvedimento la sua convergenza sulle posizioni della “destra finanziaria” oggi imperante in Europa, e certifica una volta di più il completo spaesamento in cui è precipitato il panorama politico francese, incapace di trovare alcun punto di riferimento stabile e duraturo. Accolto con grandi speranze ed innalzato a emblema della sinistra europea nel 2012 dopo la vittoria alle presidenziali e l’avvicendamento con lo sconfitto Sarkozy all’Eliseo, Hollande ha progressivamente disatteso qualsivoglia aspettativa nei suoi confronti, e dimostrato una perenne debolezza alla quale ha cercato di sopperire con continue prove di forza nei confronti della nazione, che oltre a risultare deleterie per la stabilità della Francia rischiano seriamente di compromettere definitivamente le già flebili speranze di una sua rielezione nel 2017. Cinque anni dopo, la fine del bipartitismo e l’immobilismo interno ai due schieramenti storicamente egemoni della politica francese, testimoniato dalla possibilità di assistere nuovamente allo scontro tra Hollande e Sarkozy nella prossima tornata presidenziale, rappresentano forti incognite per l’evoluzione del paese negli anni a venire. Tra socialisti e repubblicani si è incuneato oramai in pianta stabile un Front National in continua ascesa nei sondaggi, confermatosi in più tornate come una forza politica rodata e in grado di convogliare su di sé forti consensi: a tale risultato, a contribuito senza dubbio l’amministrazione Hollande-Valls. Essi potrebbero passare alla storia come i leader socialisti che hanno regalato le classi lavoratrici alla destra radicale: non è un mistero che la crescita imprevedibile del partito della Le Pen sia almeno in parte imputabile alla continua disaffezione verso il Partito Socialista da parte del suo storico zoccolo duro di votanti. In tal campo, il governo ha realizzato un clamoroso autogol e oggi si trova ad assistere a un vertiginoso incremento della conflittualità sociale interna a una popolazione nella quale le disuguaglianze continuano ad aumentare, in particolar modo nelle grandi città coronate da periferie degradate, dimenticate e ogni giorno sempre più povere. Ancor più dei tafferugli esplosi nelle principali città del paese, a partire dalla stessa Parigi, dopo l’annuncio del Jobs Act di Hollande, a testimoniare il livello di esasperazione e tensione a cui una porzione consistente di lavoratori è giunta in questi mesi è stato eloquente il maxi sciopero indetto a partire dal 17 maggio da parte delle categorie professionali che rischiano di vedere maggiormente compromesse le loro prospettive dalla nuova legge: in particolar modo, fortemente vulnerabili sono i dipendenti dei settori del trasporto ferroviario ed aereo, usi a percepire una quota consistente delle retribuzioni sotto forma di straordinari, che hanno aderito in maniera massiccia all’agitazione, paralizzando per quarantotto ore consecutive le linee di collegamento interne alla Francia, portando a un dimezzamento del numero di treni ad alta velocità in circolazione e a un calo del 60% dei vettori regionali. Altrettanto consistenti le adesioni di camionisti ed autotrasportatori, mentre dal punto di vista istituzionale ben poche sono le forze politiche capaci di avviare un dibattito serio sulla Loi Travail e di spiegare a mente fredda le modalità con cui una sistematica sottrazione di diritti ai cittadini rischia di pregiudicarne il futuro ruolo di membri attivi della società. Mentre tale sottrazione di diritti continua imperterrita in tutta Europa, a esserne l’alfiere è nella maggior parte dei casi la parodia di Sinistra che in diversi paesi governa, sfruttando il suo posizionamento politico storico per meri vantaggi elettorali ma portando avanti di fatto politiche antitetiche rispetto al passato. Hollande come Renzi, mentre al garofano socialista si sostituisce il giunco, simbolo di quella mitica “flessibilità” che appare agli occhi dei miopi governanti europei come la panacea per buona parte dei mali dell’economia continentale. Essi cercano di favorirla passando senza rimorsi sugli stessi Statui dei Lavoratori per la cui approvazione i loro predecessori si erano così tanto spesi, e che ora sono visti come un retaggio del passato da eliminare per dar libero sfogo alla corsa in campo aperto dell’aziendalismo più integrale.