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Un risveglio amaro ha accompagnato i russi nel giorno del Natale Cattolico, una normale domenica di riposo prefestivo per Mosca: le televisioni di stato hanno annunciato una tragedia che ha scosso nel più profondo tutta la popolazione del Paese. Sessantaquattro membri della Alexandrov Ensemble, nota anche come il Coro dell’Armata Rossa, hanno perso la vita in un incidente aereo mentre si recavano in Siria per allietare i soldati russi di stanzia in Medio Oriente. A bordo di un Tupolev Tu-154 dell’aviazione militare russa, i 92 passeggeri sono morti in seguito ad uno schianto nelle acque del Mar Nero, a largo delle coste della località di vacanza di Sochi, nella regione di Krasnodar. Il velivolo era decollato dall’aeroporto militare di Chkalovsky, nel Nord Est della regione di Mosca e, diretto presso l’aeroporto di Latakia in Siria, si era fermato nel Sud del Paese per fare rifornimento. Il coro era stato inviato in Siria per esibirsi in tributo alle truppe collocate presso la base militare di Khmeimim e in azione nella Repubblica Araba in ossequio alle festività natalizie ortodosse imminenti, culminanti il 7 gennaio con il Natale. Il concerto, ovviamente, non si è più tenuto, anzi, il 26 dicembre il Presidente russo Vladimir Putin ha indetto una giornata di lutto nazionale per un pezzo di storia russa, che ora necessiterà di una dolorosa ricostruzione.

Inno Nazionale dell’Unione Sovietica intonato dal Coro dell’Armata Rossa

Il coro dell’Armata Rossa, infatti, ripercorre alcune delle tappe più rilevanti della storia sovietica e russa recente. Alla cultura canora era affidato il compito di riscaldare l’animo patriottico di un Paese dilaniato dalla Grande Guerra Patriottica, quella che nel 1945 condusse alla sconfitta della Wermacht hitleriana e alla vittoria contro il nazismo. L’Ensemble, secondo una delle storiografie più accreditate, era stato fortemente voluto da Stalin nel 1928, in ottemperanza con la sua volontà di militarizzazione della cultura, utile mezzo di diffusione ideologica e di propaganda. Così si ricorda Aleksandr Aleksandrov, fondatore e primo direttore del coro, cui si deve anche la melodia originale di Slav’sya, Otechestvo nashe svobodnoye (Sii gloriosa, Nostra Patria Libera!), meglio noto come l’Inno Nazionale dell’Unione Sovietica, oggi inno nazionale della Federazione Russa. Durante l’era di Boris Eltsin, nella confusione generale del post-comunismo, anche il coro seguì una sorte piuttosto magra, dovendosi dedicare a mansioni di carattere commerciale e promozionale, accantonando quell’austera e nobile immagine costruita nei decenni. Con l’avvento di Putin in qualità di Presidente della Russia, con la riscoperta di quel patriottismo e di quel sentimento nazionale smarrito durante il periodo della selvaggia occidentalizzazione del Paese, il coro ha ritrovato quella sua funzione di faro per il popolo russo. Nelle varie rappresentazioni che si sono viste del “Coro dell’Armata Rossa”, così come viene normalmente ribattezzato, non saranno sfuggite le performance sulle note dei Daft Punk o di Pharrell Williams, con delle famose cover. In realtà, in tali circostanze, le esibizioni hanno coinvolto il Coro del Ministero degli Affari Interni (il famoso MVD) che, insieme all’Ensemble Aleksandrov dell’esercito, è l’unica a potersi fregiare del titolo di Coro dell’Armata Rossa.

Documentario sul Coro Aleksandrov edito da Rossiya 24

In realtà il Coro Aleksandrov non si è mai speso in determinate occasioni, sempre mantenendo un rigore culturale di alto lignaggio, limitandosi a offrire esibizioni sul vasto repertorio della canzone militare/patriottica russa.  L’incidente del 25 dicembre 2016, in quest’ottica, costituisce senza dubbio un duro colpo per il soft power della Russia che, proprio pochi mesi fa, aveva regalato al mondo uno spettacolo senza precedenti, facendo esibire l’Orchestra Sinfonica del Teatro Marijnsky di San Pietroburgo nelle rovine del teatro di Palmyra, da poco liberata dall’occupazione di Daesh. In questo frangente, sebbene poco abbia a che fare con il propagandare una guerra che i russi sembrino vincere, al momento, l’opinione pubblica ha dato una forte scossa al tema della guerra in Siria in termini di consenso alla partecipazione a tale conflitto.  Sulle colonne di Vedomosti, principale quotidiano russo di economia e finanza frutto di una partnership tra Financial Times e Wall Street Journal, appare un articolo che condanna la partecipazione al conflitto siriano, sfruttando la tragedia del Tupolev ammarato nel giorno di Natale, denunciando come tale guerra stia mietendo anche vittime non militari – ricordiamo che sul volo in questione vi era anche la dottoressa Elizaveta Glinka, nota filantropa e attivista nel campo della medicina e dei diritti umani. Il rigurgito pacifista dell’opposizione politica conduce sul banco degli imputati la strategia militare russa nel contesto siriano, attribuendo all’efferatezza della pratica bellica un prezzo di vittime troppo alto per la natura del conflitto in corso.

Il rapporto del Cremlino con la musica lo avevano già potuto ammirare nello spettacolare concerto a Palmira

Ciò che Vedomosti sottolinea in termini di opposizione politica ad una guerra, il popolo russo lo ha avvertito in maniera estremamente intima e personale. Il peso morale di questa grave perdita per la cultura russa contemporanea avrà sicuramente una rilevanza sull’andamento del consenso a Putin, almeno per ciò che riguarda la guerra a supporto di Bashar al-Assad. Anche la stampa oltreoceano sfrutta questa tragedia in chiave anti-Putin, come ben si può leggere sulle pagine del New York Times. Zachary Woolfe intervista il professor Simon Morrison, che insegna musica a Princeton. La chiave di lettura di questo attacco alla Russia è sempre la stessa, mettendo in evidenza la guerra di Putin finalizzata alla difesa della presenza russa in Siria. Insomma, soft power che chiama in causa altro soft power.