Ormai la stampa ordinaria ha dato in pasto all’opinione pubblica ore ed ore di cronaca sulle vicissitudini riguardanti l’intervento russo in Siria, di cui vengono fornite le solite versioni instancabilmente adattate alle esigenze direttive. L’Arabia Saudita preoccupata per le sorti dei civili siriani, così come in fila tutti i Paesi che vorrebbero gettarci un ordigno sopra ma fingono che gliene importi – dopo anni di cieco e bieco bombardamento a tappeto nelle immediate vicinanze -, Israele che continua a rivendicare il proprio diritto alla “sopravvivenza” ed integrità territoriale – dopo aver per 70 anni compiuto i crimini più disumani sui palestinesi -, e i vari leader occidentali che, con la solita voce grossa e rauca dell’ipocrisia, continuano ad additare Assad come unica canaglia e capro espiatorio del complicato intrigo siriano.

Nel 2012, come ricordato in un’intervista al Guardian dall’ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, anche premio Nobel per la Pace 2008 – forse un po’ più meritato rispetto al suo successore –, vi furono delle consultazioni tra i delegati dei Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. La proposta avanzata da Vitaly Churkin, capomissione per la Russia al Palazzo di Vetro, prevedeva la risoluzione diplomatica della crisi siriana secondo tre linee direttive, una delle quali prevedeva l’accantonamento di Assad dal suo ruolo una volta intraprese le trattative per il processo di pace tra regime e oppositori. In tale frangente Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno rigettato tale opzione, sicuri e convinti che di lì a pochi mesi il presidente siriano sarebbe stato deposto dai protestanti; insomma, senza che si sporcassero le mani. È evidente come il precipitare degli eventi, dopo quattro anni e mezzo di conflitti, facesse giungere ad una presa di posizione russa differente rispetto alla questione. Questa volta, pentiti, gli Stati guida dell’Occidente avanzano le pretese di un tavolo negoziale, speculare a quello che fu proposto da Mosca tre anni fa. Ora, tuttavia, Damasco ha degli alleati di peso: l’orso russo, che fornisce un consistente aiuto militare alle forze armate siriane, il riabilitato Iran che, in seguito all’accordo sul nucleare e al sollevamento delle sanzioni a suo carico, può tornare ad imporsi come contendente dell’egemonia della regione (spaventando Netanyahu), e la Cina, che ha inviato una portaerei a sostegno delle forze russe, ancora più motivata dopo la sottoscrizione del TPP da parte dei suoi stakeholder nell’area del Pacifico. Il presidente siriano ha inoltre sottolineato come lo stato attuale dei fatti sia solo il risultato del fallimento di una cospirazione occidentale ai danni della Siria, così come ripreso da RBC sulle dichiarazioni rilasciate da Assad all’emittente televisiva iraniana Irinn. Le azioni della coalizione internazionale contro il terrorismo sono state controproducenti, decretando il fallimento che si prospetta sotto gli occhi di tutti. Se lo scopo vero della lotta deve essere l’estirpazione di un male che nuoce a tutti, in questo momento la palla è nel campo di chi combatte al fianco della Siria.

Qualcuno potrà giustamente obiettare, dicendo che una coalizione presumibilmente forte come quella che ha condotto le operazioni in Kosovo, in Afghanistan, in Iraq deve, per così dire, tirare il freno a mano e non dispiegare tutto il potenziale a sua disposizione. È pur vero che, in 14 anni di acuta crisi mediorientale, il risultato è stato solo il calpestamento delle norme di diritto internazionale, le stesse che ora vengono invocate al fine di contrastare però un regime che combatte contro il nemico dell’intero sistema. Una logica perversa che altro non fa che gettare benzina su un fuoco che nessuno ha avuto, fino ad ora, voglia di estinguere, consegnando alla storia l’Occidente come detrattore di se stesso. Inutile ora fare la corsa a chi si schiera contro il nemico, se fino ad ora di tutto si è fatto per “agevolarlo”. Lasciate Assad lì dov’è, per ora, a tempo debito, tutti seduti attorno allo stesso tavolo, prederete le decisioni – si spera, questa volta – corrette.