Tutto è cominciato questo martedì, quando il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov – dopo aver incontrato l’inviato speciale delle Nazioni Unite Staffan de Mistura – aveva sottolineato durante una conferenza stampa l’importanza di coinvolgere nelle trattative in corso tutti i gruppi interessati, inclusa la minoranza curda che vive nel paese. Lavrov ha così riassunto la posizione di Mosca riguardo la questione dicendo che “in qualunque conflitto è necessario assicurarsi che tutte le parti in gioco si incontrino per tracciare, insieme, un percorso comune.” Durante la settimana, da oltralpe, sono arrivate parole di supporto verso la posizione della Russia e la sua teoria per una concreta e pacifica conciliazione in Siria. A parlare è stato il presidente del senato francese Gerard Larcher, che durante un incontro con la stampa ha affermato che “sia il governo siriano che le forze occidentali dovrebbero permettere ai Curdi di far parte delle trattative in corso.”

A pensarla diversamente sono i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che questa settimana hanno votato contro la partecipazione del popolo curdo alla tavola rotonda siriana. L’inviato speciale delle Nazioni Unite Vitaly Churkin ha espresso la sua preoccupazione dopo la scelta del Consiglio sottolineando come questa si scosti nettamente dal principio di “inclusione”, che rappresenta la prima lastra su cui costruire una solida base in grado di sostenere, stabilmente, il peso delle trattative. “Sono preoccupato che i curdi siriani, storicamente protagonisti della società del paese, non siano stati invitati ai colloqui di Ginevra, perché in questo modo gli sforzi internazionali per portare la pace nel paese potrebbero vanificarsi” ha concluso Churkin durante un’intervista. Il voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sorprende ancor di più – se possibile – se si confrontano le dichiarazioni di questo marzo di de Mistura, quando si era espresso al riguardo. “I curdi siriani rappresentano una componente principale del tessuto sociale del paese, quindi dobbiamo assolutamente trovare una formula che consenta loro di esprimersi riguardo le modalità di formazione e di stabilizzazione di un governo”, aveva detto l’inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria al giornale svizzero Le Temps.

Le divergenze di opinioni riguardo l’autorità del popolo curdo vanno contestualizzate nella cornice di ciò che è successo lo scorso mese. Infatti, più o meno quattro settimane fa, la minoranza etnica presente nel paese aveva dichiarato la formazione di una Regione Federale Curda nel nord della Siria. Questa notizia aveva fatto storcere il naso a molti. Mentre Idris Hassan, un funzionario del direttorato degli affari esteri di Kobane, una città nella provincia di Aleppo, esprimeva la sua felicità nel vedere “finalmente, dopo una storia scritta nel sangue, una possibilità per il riconoscimento dell’autonomia del popolo curdo”, da una parte la Turchia di Erdogan, dall’altra il regime legittimo di Assad, esprimevano il loro disaccordo e cominciavano a mettersi di traverso per interrompere la formazione di una realtà curda nel paese. Chiare e secche sono suonate le parole dell’Ambasciatore Siriano in Russia, Riyad Haddad, che ha detto: “Quando si parla della federalizzazione del nostro paese si sta minacciando direttamente l’integrità di quest’ultimo. Tale processo infatti andrebbe contro i principi della Costituzione e si scontrerebbe con la struttura nazionale.” A questo punto ai Curdi non resta che sperare che la presenza di una Regione Federale a loro guida favorisca in qualche modo una delle potenze che siede al tavolo delle trattative di Ginevra. In caso contrario il popolo curdo, nonostante si sia dimostrato l’unico e autentico alleato dell’Occidente nella lotta contro il terrorismo, e nonostante controlli un’area che si estende per 400km al confine tra Siria e Turchia – compresa la regione nord-ovest di Afrin – non riceverà, neanche questa volta, la minima considerazione da parte del mondo occidentale.