Entrambi le parti dichiarano vittoria ma c’è qualcosa che non torna nelle dichiarazioni provenienti da Riyadh: fonti dell’esercito comunicano come gli obiettivi annunciati all’inizio dell’operazione “Decisive Storm” siano stati distrutti e che le operazioni siano andate anche oltre le più rosee previsioni – vantando anche congratulazioni provenienti dai generali statunitensi, rimasti, parrebbe, piacevolmente stupiti dalla capacità bellica del loro principale alleato mediorientale.

A far sorgere i dubbi, in primis, è proprio l’apparato militare saudita: macchina discreta e roboante ma che non ha mai lasciato il segno nella storia, potendo sempre contare sulla relativa neutralità dei vicini e mai apertamente impegnatasi in un conflitto vero e proprio. Nonostante le dichiarazioni di vittoria, infatti, i ribelli Houthi occupano ancora la parte più strategica del Paese e godono dell’appoggio di gran parte della popolazione: i quasi mille morti causati dalle bombe saudite non sembrano, insomma, averli più di tanto colpiti nell’animo. Ad ulteriore riprova della poca veridicità delle dichiarazioni saudite, la Guardia Nazionale, ritenuto il corpo d’élite agli ordini di re Salman, pare essersi ammassata lungo i confini in comune con lo Yemen: in ballo ci sono ricchi giacimenti petroliferi arabi situati proprio a ridosso del confine e che Riyadh deve tutelare da possibili incursioni dei ribelli; ma se gli attacchi aerei sono andati così bene, quale sarebbe il motivo di temere addirittura un’incursione nel proprio territorio? Infine, navi iraniane e americane si sono avvicinate allo stretto di Bab el Mandeb, crocevia fondamentale per il passaggio di merci e petrolio verso Suez: imperativo per tutto l’Occidente mantenerne il regolare flusso, impensabile per Teheran porvi la pur minima minaccia in un delicato momento storico come quello attuale in cui una simile mossa azzererebbe, con gli interessi, l’intenso lavoro diplomatico degli ultimi anni. Ben più probabile vogliano invece lanciare un segnale di presenza sulle coste yemenite.

Re Salman, tenace oppositore dell’Iran ben più che del suo predecessore Abdullah, vuole usare il pugno di ferro nella situazione ma sa che un’operazione di terra potrebbe costare a lui ed al suo esercito molti patimenti, attirandosi poi l’aperta (e temuta) ostilità iraniana e, forse, il non rinnovato favore delle Nazioni Unite che, anche in sede di Consiglio di Sicurezza, avevano voluto chiudere un occhio nei confronti di Riyadh. Come spesso accade quando i contendenti in campo hanno dimensioni e forza sproporzionati, com’è il caso tra Arabia Saudita e ribelli, nel caso in cui lo schieramento minore mantenga le sue posizioni, questo è sinonimo di vittoria. Se, poi, come voci filtrano dai palazzi del potere saudita, dopo aver “portato a compimento tutti gli obiettivi” ora si volesse trovare una “soluzione politica”, questa sarebbe un’ulteriore conferma della vittoria degli sciiti: e in quel caso gli Ansar Allah avrebbero più di qualcosa da mettere sul piatto per ottenere ciò che chiedevano al presidente Hadi, sempre nascosto presso la corte di re Salman. Nel caso non fosse così e fossimo alla vigilia di una seconda fase di attacchi, dati i Paesi coinvolti, un’altra polveriera scoppierebbe nella regione: converrà veramente al nuovo re saudita fare una simile mossa?