Lo Yemen non crolla, anzi, resiste e contrattacca. L’Arabia Saudita, a capo di una svogliata coalizione che raggruppa però quasi per intero il Medio Oriente, e forte nel detenere la quarta spesa più alta al mondo negli armamenti con un esercito di oltre 200.000 uomini – pronti ad essere schierati in quella che guerra aperta ancora non è ma che rischia sempre più di esserlo – soffre evidentemente del complesso del gigante dai piedi d’argilla. Un esercito imponente ed egregiamente equipaggiato dai suoi munifici alleati americani, ma che è carente quanto a motivazione e fedeltà alla Casa regnante (si vociferano numerose defezioni tra le fila dell’esercito saudita); e che si contrappone ad una ben più motivata armata composta da ribelli sciiti – gli Ansar Allah (o Houthi, dal nome del loro capo) – e dall’esercito (circa 140.000 uomini inclusi i riservisti), immediatamente schieratosi a fianco dei rivoltosi così come gran parte della popolazione – sciita e sunnita, bene tenerlo sempre a mente onde evitare di cadere nel tranello della guerra di religione.

I risultati si vedono. Pur sfiancate dai bombardamenti sauditi, alcuni attuati anche mediante le famigerate bombe a grappolo, le forze ribelli sopportano e hanno anche la forza di reagire: riescono infatti a penetrare in territorio arabo e colpiscono installazioni e basi militari. Solo nei giorni appena trascorsi questo è avvenuto a Jizan – città che si affaccia sul Mar Rosso – e a Dhahran al-Janoub – cittadina nel sud-ovest del Paese. L’Iran sostiene con tutte le sue forze gli Houthi; e, almeno direttamente, è l’unico che può farlo a causa dell’embargo sulle armi attuato dall’ONU contro lo strategico paese arabo. In questo suo sostegno, di ampio respiro geopolitico, si inseriscono lo sgarbo fatto al re saudita Salman – che soffre così l’inattesa apertura di un fronte caldo fin dentro il suo territorio, e deve sprecare armi e denari che avrebbero potuto essere destinati alle milizie islamiste in azione in Siria – e la volontà iraniana di arrivare ai definitivi colloqui sul nucleare con i “5+1” con l’autorevolezza di chi può essere, sempre di più, l’ago della bilancia nelle questioni regionali. La risposta saudita su quest’ultimo argomento non si è fatta attendere: Riyadh è stata infatti uno dei principali sponsor della costruzione della bomba atomica del Pakistan al quale è legata da una solida alleanza, e per voce del suo giovane ministro della Difesa, Mohammad al Saud, ha dichiarato che qualora l’Iran arrivasse ad essere in grado di sviluppare un ordigno atomico, tutte le opzioni sarebbero sul tavolo.

Una pericolosa escalation atomica in un prossimo futuro? Se ne dubita. Resta il fatto che lo Yemen fa gola a tutti i contendenti e che nessuno vuole perdere questa guerra: relativamente piccola, per il momento, ma dai grandi significati. Un’ulteriore riprova verrebbe dal ritrovamento di alcuni documenti all’interno dell’ambasciata saudita occupata dagli Houthi: stando a questi incartamenti, gli Stati Uniti erano in procinto di iniziare la costruzione di una base che sorvegliasse il passaggio nello stretto di Bab-el-Mandeb. Deliri anti-americani in salsa iraniana? Fabbricati ad hoc per screditare il precedente regime yemenita e il suo indiretto alleato a stelle e strisce – fautore della presenza di al-Qaeda nel Paese e autore negli anni di oltre 600 morti a causa dei raid compiuti dai suoi droni? Forse, anche se l’andamento della guerra in Siria proverebbe il contrario: una base in prossimità dell’importantissimo stretto, a guida americana, in un Paese vassallo dell’Arabia, avrebbe infatti potuto ostacolare i fondamentali rifornimenti iraniani diretti, via mare, verso la Siria e il Libano. Di armi e anche di uomini, vista la recente svolta adottata dagli ayatollah. Se quindi salvaguardare la navigabilità sui mari era l’obiettivo a breve termine di Teheran, può dirsi raggiunto. Per l’Arabia, invece, lo Yemen va a costituire sempre di più una fastidiosissima distrazione ed una bella gatta da pelare. Persiana, in questo caso, dal pelo lungo e molto, molto incline ai nodi.