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In un recente intervento all’Assemblea degli Esperti l’ayatollah Khamenei ha dichiarato:

 

Gli americani, coloro i quali sono in stretta collaborazione con alcuni dei regimi più malvagi ed inumani della regione, e coloro i quali hanno provocato enorme scandalo con le loro recenti elezioni, stanno ora puntando il dito verso l’Iran e criticando il suo processo elettorale”.

La Guida Suprema si riferiva essenzialmente ad un rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato USA il quale esprimeva profonde criticità sulle elezioni parlamentari iraniane del 2016, considerate non libere e regolari in quanto larga parte delle candidature non sono state accettate proprio dal Consiglio dei Guardiani e perché i leader del cosiddetto “Movimento verde”, Mir Hosein Mousavi e Mehdi Karroubi, sono ancora sotto stretta sorveglianza agli arresti domiciliari. Khamenei, in alcune dichiarazioni successive, anticipando quelli che saranno i temi della prossima campagna elettorale presidenziale, ha anche paventato il tentativo occidentale di minare le fondamenta della Repubblica Islamica attraverso una subdola e perniciosa invasione culturale attuata soprattutto per mano di quello che lui stesso ha definito “l’impero mediatico sionista”. Ora, alcune considerazioni sono inevitabili. Il Dipartimento di Stato USA sembra non aver ancora capito non solo che l’Iran non è una democrazia nel senso compiuto del termine, ma che non ha neanche mai ambito ad esserlo. Di conseguenza ha poco senso criticare il sistema iraniano sotto questo profilo. L’ayatollah Khomeini fu chiaro nell’affermare che:

Il governo dell’Islam è il governo della Legge. Esso non è né democratico né assolutista; è un governo costituzionale nel senso che i governanti, nell’esecuzione delle leggi e nell’amministrazione dello Stato, sono vincolati a una serie di condizioni rese esplicite dal nobile Corano e dalla Sunna del nobile Messaggero. Nell’Islam il potere legislativo e la facoltà di legiferare sono prerogative esclusive di Dio”.

La rivoluzione khomeinista, nonostante il sistema che ne è scaturito abbia una natura ibrida a causa dell’eterogeneità dello stesso movimento rivoluzionario, si è sviluppata in totale antitesi rispetto all’imposizione della modernità occidentale propugnata dalla dinastia Pahlavi. Ed il rigetto dell’assolutismo dello Shah e del suo processo di occidentalizzazione, ha prodotto anche il rifiuto dei principi democratici europei, considerati come estranei all’Islam. Il khomeinismo ha rappresentato un’inedita fusione tra rivoluzione e tradizione quasi senza precedenti nella storia. La paura dell’attuale Guida Suprema Khamenei consiste proprio nel fatto che una nuova invasione culturale occidentale possa comportare la perdita di quell’identità culturale e di quella dignità iraniana tanto difficilmente riconquistate grazie alla rivoluzione e, di conseguenza, l’indebolimento stesso del processo rivoluzionario. Il concetto di Gharbzadegi (traducibile come intossicazione da Occidente – westoxification) venne elaborato e concepito da Ahmad Fardid e Jalal Al-e-Ahmad nella seconda metà del XX secolo. Le loro elaborazioni teoriche hanno avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo successivo del processo rivoluzionario. Entrambi si sono posti in una prospettiva di pensiero “heideggeriana” attraverso la quale, comprendendo l’essenza stessa della modernità occidentale, potessero, in contrasto, riscoprire il valore dell’Islam e la dimensione sacrale della cultura iraniana. E dunque, distruggere gli effetti tossici della modernità attraverso il ritorno ad un’unità spirituale tra uomo e divino. Una prospettiva non dissimile da quella di Ali Shariati che considerava la liberazione nazionale come strettamente connessa alla rifondazione spirituale stessa della nazione.

Ali Shariati sulle differenze tra ruolo della leadership in occidente e nell’Islam Sciita

Appare dunque evidente il motivo per cui, nell’ottica della corrente politica conservatrice, ogni forma di compromesso, come ad esempio l’accordo sul nucleare, possa essere concepita come una forma di capitolazione di fronte all’Occidente. Un pericolo a cui recentemente hanno fatto riferimento i pasdaran (da sempre scettici nei confronti dell’approccio del governo Rouhani) per voce del Comandante delle forze aeree, il Brigadiere Generale Amir Ali Hajizadeh, che, in riferimento all’episodio in cui il lancio di un missile all’interno di una manifestazione in ricordo dei caduti di guerra iraniani è stato bloccato a seguito di una precisa minaccia americana, ha etichettato l’atteggiamento del governo come “comportamento umiliante”. I pasdaran sono ben consci che l’amministrazione Obama non abbia favorito il JCPOA perché desideroso di garantire un roseo futuro energetico all’Iran ma semplicemente perché, resasi conto della saldezza del Nizam/Sistema iraniano di fronte all’onda del movimento verde, ha cercato di aggirarlo attraverso le lusinghe della crescita economica, della rimozione delle sanzioni e degli investimenti stranieri. Un progetto che, a lungo termine, avrebbe portato, attraverso la pervasiva penetrazione economica, allo sfaldamento del sistema dall’interno. In questo senso l’Iran non potrebbe che essere grato per l’elezione di Donald Trump che, sotto certi aspetti, ha mostrato il vero volto dell’America. Tuttavia, tanto Rouhani, quanto la stessa Guida Suprema, in un primo momento, non sembravano aver capito il trabocchetto entro il quale si stavano infilando.

Proprio su questo tema, l’accesa rivalità tra riformatori e conservatori promette di fare scintille nel contesto della campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali. E questa volta, Rouhani, dovrà fare anche a meno delle capacità di mediazione e compromesso dell’hojjatoleslam Ali Akbar Hashemi Rafsanjani (uomo del cerchio stretto di Khomeini, ex presidente, promotore della candidatura di Rouhani nel 2013, e colui che diresse dietro le quinte lo scontro istituzionale tra le frange ultraconservatrici e la stessa Guida Suprema durante la presidenza Ahmadinejad) venuto a mancare a seguito di un arresto cardiaco l’8 gennaio. Se la ricandidatura di Rouhani, nonostante l’attuale situazione di stallo del JCPOA e la riconferma delle sanzioni unilaterali statunitensi (novembre 2016), non è in discussione (bisogna ammettere che la performance economica iraniana è stata indubbiamente superiore durante il suo mandato rispetto alla precedente presidenza Ahmadinejad); il fronte conservatore appare abbastanza frastagliato. La ricandidatura di Ahmadinejad, nonostante l’ex presidente abbia cercato di rilanciare la sua immagine con una lettera aperta al nuovo presidente USA dai toni abbastanza concilianti, è stata apertamente sconsigliata dalla Guida Suprema. Di conseguenza l’area “populista” facente riferimento all’ex presidente dovrebbe puntare su Hamid Baghaei.

Pietrangelo Buttafuoco sulla rivoluzione Khomeinista
Originario del Ghilan, laureato in Geografia Politica, Baghaei ha svolto diversi incarichi amministrativi durante il secondo mandato di Ahmadinejad (2009 – 2013) ed è uscito indenne da un processo per corruzione. Mentre il Fronte della Resistenza del chierico Mesbah Yazdi, anch’esso riconducibile all’area del populismo radicale, dovrebbe presentare come candidato Said Jalili; ex capo per la negoziazione nucleare sempre sotto Ahmadinejad. Rouhani, sapendo bene che nei prossimi mesi verrà aspramente attaccato, ha cercato di agire preventivamente lanciando delle velate accuse di corruzione al potere militare ed economico dei pasdaran. Il Presidente Rouhani ha posto nuovamente l’attenzione sul controverso caso del miliardario Babak Morteza Zanjani, accusato di aver sottratto, durante l’era Ahmadinejad, 3 miliardi di proventi pubblici attraverso la vendita di petrolio iraniano ed eludendo il sistema delle sanzioni tramite la sua organizzazione, con sede a Dubai, Sorinet Group. Il presidente iraniano ha apertamente affermato la sua incredulità di fronte al fatto che Zanjani abbia frodato lo Stato in completa solitudine e senza nessun aggancio al suo interno. Tuttavia, il potere giudiziario, sotto stretto controllo della Guida Suprema, ha subitaneamente fatto rimbalzare l’accusa visto che lo stesso Zanjani, già condannato a morte nel marzo 2016, ha ammesso di aver utilizzato i fondi pubblici sottratti anche per finanziare la campagna elettorale del 2013; finanziamenti di cui lo stesso Rouhani avrebbe potuto godere.

Il contesto internazionale è altresì problematico. L’Iran, anche se la narrazione ufficiale evita di ammetterlo, è un paese in guerra e non può permettersi di mostrare segni di debolezza (fattore di cui i candidati dovranno tenere conto durante la campagna elettorale). Consiglieri militari iraniani sono presenti in Siria ed Iraq, e le stesse forze armate dei pasdaran sono attive nelle aree di conflitto al fianco delle milizie sciite. Nonostante la provocatoria aggressione dell’inedito (ma non sorprendente) connubio wahhabismo – sionismo, e nonostante la politica troppo disponibile al compromesso dell’attuale governo, l’Iran, grazie all’intrinseca forza della sua millenaria identità culturale e del suo sistema politico-ideologico, continua ad avanzare ed a procedere nella sua “esportazione” della Rivoluzione.