Come da pronostico, chiuse le urne negli USA e chiuso lo ‘spettacolo’ offerto dalla democrazia d’oltreoceano, Mosul è tornata in secondo piano. L’attenzione mediatica sulla terza città irachena (in tanti continuano a parlare di ‘seconda città’, ma in realtà è bene ribadire che dopo Baghdad vi è la ‘dimenticata’ Bassora come numero di abitanti) è calata drasticamente dopo che la sua eventuale conquista poco o nulla inciderebbe sulla rappresentazione della ‘guerra perfetta’, visto che oramai il fallimento della candidatura della democratica Clinton è consegnata ai libri di storia. Ma su Mosul c’è ancora molto da dire, molto da raccontare. In questo spicchio di Iraq, schiacciato tra le rovine dell’antica Ninive ed il Kurdistan, a dispetto dello spegnimento di molte telecamere le novità sulla battaglia sono numerose e forse anche questo sta scoraggiando diversi network ad interessarsi dell’avanzata dell’esercito iracheno contro l’ISIS. In primo luogo, già dalla prima decade di novembre è in atto un’offensiva che assomiglia molto ad un vero e proprio ‘scacco matto’ contro l’iniziale progetto di riconquista da parte della coalizione a guida USA; infatti, le milizie popolari irachene, molte delle quali composte da gruppi sciiti, avanzano verso Tal Afar e questa è una circostanza determinante per le sorti del conflitto: infatti, la città sopra citata si trova tra Mosul ed il confine siriano, il suo accerchiamento isola il capoluogo della provincia di Ninive e per gli uomini di Al Baghdadi adesso è quasi impossibile riparare in Siria.

Lo spostamento di intere fazioni fedeli alla bandiera nera del califfato verso il deserto siriano, è una delle principali preoccupazioni del governo di Damasco e dei suoi alleati dall’inizio dell’offensiva; l’avanzamento da est verso Mosul, di fatto per diverse settimane ha lasciato sguarnita la via di fuga di molti jihadisti verso la provincia siriana di Deir Ezzour, con gli aerei USA che spesso non sono intervenuti nel bombardare le colonne di terroristi diretti verso quella parte dell’autoproclamato califfato che occupa il territorio della Siria. Adesso invece, Mosul di fatto è accerchiata da ogni lato; proprio nello scorso fine settimana, le milizie sciite coadiuvate da alcuni reparti dell’esercito iracheno hanno catturato l’aeroporto militare di Tal Afar, adesso avanzano verso il centro della cittadina: prima di fuggire, l’ISIS ha distrutto le piste e le infrastrutture, cercando di fare terra bruciata durante l’improvvisata ritirata, gli uomini di Al Baghdadi scappano via da un territorio in cui due anni fa sono penetrati senza quasi resistenza. Ora che Mosul è accerchiata, pur se non del tutto assediata, l’offensiva vera e propria potrebbe ricevere grande impulso, ma questa volta le redini della battaglia sono tutte in mano alle forze irachene in campo; evitare la fuga di massa dei terroristi ancora non fuggiti dalla città, serve ai militari di Baghdad per dare un colpo decisivo al califfato nel paese mesopotamico, aiutando anche il governo siriano il quale ha adesso meno timore di una nuova invasione jihadista nelle province di Deir Ezzour e Raqqa.

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In prima persona nel campo di battaglia iracheno con Gian Micalessin

I raid USA nel frattempo continuano, in accordo con i vertici militari di Baghdad, ma essi si concentrano maggiormente sul centro cittadino e non su Tal Afar; proprio nel cuore di Mosul, la battaglia va avanti nei quartieri ad est del Tigri con l’esercito iracheno che, nel corso della sua avanzata, trova fosse comuni e segni di altre razzie compiute dall’ISIS nei confronti di presunti disertori, di poliziotti iracheni ma anche contro donne e bambini innocenti. La conquista dell’edificio che prima della guerra ospitava la tv di Stato, il più alto della zona orientale, avvenuto pochi giorni dopo l’avvio dell’offensiva, sta permettendo all’esercito regolare, così come anche alle milizie in suo supporto, di avere il controllo del fuoco su una vasta area della città. Pur tuttavia, l’impressione è che la battaglia per riprendere Mosul sarà ancora molto lunga. Sarà l’esercito iracheno ad issare le proprie bandiere in centro, i peshmerga curdi dovrebbero invece rimanere nelle zone e nei villaggi più a nord, le milizie sciite e gli altri gruppi popolari prenderanno in consegna le retrovie ad ovest del centro; un quadro quindi che appare delineato, una situazione che si prospetta ben diversa da quella preventivata dagli USA così come anche dalla Turchia, la quale non ha mai fatto mistero di avanzare pretese nell’area della terza città irachena. Mosul quindi tornerà ad appartenere ad un paese che, pur tra mille difficoltà, non ci sta ad essere smembrato e liquidato dalla storia, l’Iraq sembra avere le carte in regola per riprendere nelle proprie mani il proprio futuro, con buona pace di chi da oltreoceano e da altre cancellerie occidentali ha lavorato per ridisegnare la mappa del medio oriente.