L’incombenza e le escalation di violenza prodotte nei mesi dalla crisi siriana hanno indubbiamente agevolato il rimescolamento delle carte in tavola sullo scacchiere mediorientale. Non si può imputare tale stravolgimento esclusivamente alla lotta portata avanti dal governo di Damasco contro i ribelli dello Stato Islamico, ben altri eventi hanno intasato l’agenda della politica internazionale nei tempi più o meno recenti. Certo è che una più concreta presa di posizione a livello militare sta accelerando alcuni meccanismi da lungo tempo fossilizzati. Ciò che ha innescato la resistenza di Bashar Al-Assad è un qualcosa difficilmente paventabile solo dieci anni fa. Il rafforzamento della posizione russa nel campo dei rapporti interstatali ed internazionali ha rivestito un ruolo importante nella destabilizzazione della posizione egemonica statunitense nell’area mediorientale, attualmente in un evidente momento di crisi. La pietra dello scandalo, come largamente ricordato dai rotocalchi negli ultimi venti giorni, è stata l’ufficializzazione della discesa in campo della Russia di Putin al fianco delle truppe siriane al servizio della repubblica araba, al fine di inferire il colpo di grazia alle milizie del Califfato che, a discapito di tutti gli allarmismi evocati recentemente, non ha guadagnato nessuna posizione territoriale di vantaggio rispetto all’ultimo mese.

Vista l’eco di risonanza indotta dalle decisioni del Consiglio della Federazione Russa, che ha provveduto all’invio in territorio siriano di 28 aerei da combattimento tra Su-25, Su-24 e supercaccia Su-30SM, di 15 elicotteri, nove carri armati T-90 e un totale di 500 uomini (oltre ad un discreto numero di specnaz), gli Stati dell’immediato vicinato hanno ritenuto opportuno guadagnare una posizione di vantaggio rispetto alle conseguenze di un eventuale confronto “accidentale”. Ecco che il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, si è recato a Mosca per incontrare Vladimir Putin in visita ufficiale, lo scorso 21 settembre. Rivendicare una posizione di evidente timore da parte di Tel-Aviv è divenuto quanto mai urgente, a causa dell’indigesto accordo sul programma nucleare iraniano, concluso in concerto dai P5+1 lo scorso luglio, interpretato da Israele come un tradimento da parte di Washington, oltre allo stretto rapporto di cooperazione militare tra la Siria e le frange armate del partito antisionista (non antisemita) libanese, Hezbollah. La colpevole neutralità occidentale rispetto all’intervento della Russia in Siria ha preoccupato Netanyahu, temendo che una consistente presenza russa nell’area possa provocare un incremento del passaggio d’armi dall’esercito siriano verso il Libano, appannaggio del partito nazionalista identitario facente capo ad Hassan Nasrallah che, secondo quanto dichiarato dai vertici di Tel-Aviv, sarebbe pronto a sferrare un attacco armato presso le alture del Golan, impensierendo non poco Israele. Per di più, un rafforzamento delle posizioni iraniane in Iraq contro i jihadisti e il sempre proficuo rapporto tra Mosca e Teheran, rendono i partner militari russi anti-Daesh una minaccia per l’egemonia regionale israelita. Le rassicurazioni domandate dal leader del Likud al capo del Cremlino consistono dunque nell’impedire che le tecnologie militari russe impiegate contro i ribelli passino sottobanco alle frange armate antisioniste. Putin ha giustamente ribattuto che, in questo momento, l’esercito regolare siriano ha problemi ben più gravi e necessità più importanti, tant’è che le dotazioni militari saranno totalmente impiegate contro il Califfato.

Sembra dunque che Russia e Israele non si pesteranno i piedi durante il conflitto siriano il che, di suo, rappresenta una conquista non indifferente. Mosca e Tel-Aviv non si sono mai amati, per via del latente antisemitismo da sempre aleggiante nella storia sovietica e per le ottime relazioni che intercorrono tra i vertici della Federazione Russa e le maggiori potenze a direzione sciita dell’area. Eppure, la chiave di lettura di questo accordo potrebbe, momentaneamente, ribaltare il gioco di alleanze nel calderone mediorientale. La politica estera attuata da Washington per mantenere la propria egemonia in Medioriente potrebbe ritorcersi contro Obama. Se dopo le profittevoli relazioni economiche in fieri con l’Arabia Saudita e le ben note cooperazioni su vari fronti con Siria, Iran e Libano, anche Israele dovesse giungere ad una “pace democratica” con Mosca, allora gli Stati Uniti si ritroverebbero a fronteggiare il dilemma dell’isolazionismo occidentale. Uno ad uno stanno cadendo i pilastri che sostenevano l’incontrastata leadership egemonica statunitense nell’area, sebbene alcuni di questi fossero di peso specifico quasi trascurabile. Una rinegoziazione delle posizioni di Israele a guida Netanyahu (tra lui e Obama non corre buon sangue, ndr) sarebbe l’ennesima stangata per una (già) discutibile azione diplomatica a stelle e strisce nella culla delle civiltà fluviali. Non si può di certo bilanciare un insieme di tensioni pluridecennali in mezza giornata di dialogo, lo stesso Putin non potrebbe pretenderlo. Fatto sta che, lo spostamento del conflitto lontano dall’Ucraina orientale sta facendo vacillare pericolosamente la potenza militare occidentale nella zona. Se il Cremlino riuscirà nel suo intento di essere riconosciuta nuovamente come una potenza militare mondiale, staremo a vedere; il credito di Obama, intanto, è in caduta libera.