La notizia del giorno non è certo quella di Vladimir Putin che, “nervosissimo”, spezza una matita durante le diciassette ore di incontro avvenuto a Minsk insieme ai rappresentanti di Francia, Germania e Ucraina. Piacerebbe a molti che Putin fosse sull’orlo di una crisi di nervi, e piacerebbe a molti che compisse qualche mossa avventata – spinto dalle molteplici provocazioni a cui è stato sottoposto negli ultimi mesi – per poterlo definitivamente accusare di essere l’incarnazione di tutti i mali di cui soffre il mondo.

Ma il presidente-scacchista è al contrario calmo e riflessivo, continua ad agire ponderando le sue scelte, che sembrano dagli ragione nonostante si fosse già, con troppa fretta, decretata l’Ucraina come definitivamente “libera” dall’influenza russa: sprovvedutezza di chi pensa di leggere la storia sulle settimane invece che sugli anni. Il repentino cambio di atteggiamento di Francia e Germania dimostra infatti che in Ucraina le cose procedono in modo opposto a quanto auspicato ad occidente. Hollande e la Merkel volano a Mosca a capo chino implorando lo “Zar” di salvare le porte dell’Europa dalla catastrofe in cui gli Stati Uniti ci hanno cacciato, con la grave responsabilità di chi scatena il pandemonio “forte” di risiedere dall’altra parte del mondo. Ravvedimento? Si spera, ma più probabilmente a giocare in modo fondamentale e a spingere per convocare un nuovo incontro nella capitale bielorussa è l’inversione di tendenza sul campo di battaglia; con l’esercito ucraino che soffre l’urto della controffensiva di gennaio ed il serio rischio che le milizie delle auto-proclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk marcino senza ostacoli verso Ovest. Tanto per tenere sempre a mente che il dialogo è sacrosanto, ma che nelle relazioni internazionali, piaccia o non piaccia, nulla vale e varrà mai come la forza militare.

Tre considerazioni sull’operato di Francia e Germania, due positive, una imbarazzante: 1) ora che la situazione si fa tesa e rischia di sfuggire veramente di mano, gli Stati Uniti sono esclusi dai colloqui; 2) quando vuole, l’Europa, intesa come continente e culla di alcune tra le maggiori e storiche Potenze mondiali, c’è e sa compiere il suo dovere senza intromissioni esterne; 3) l’UE e con essa la povera Mogherini si rivelano essere, nelle questioni importanti, fondamentalmente inutili.

Dagli accordi di Minsk, ieri, esce un documento non ratificato dai filorussi (colpevolmente esclusi dai negoziati) e che fonda gran parte delle tematiche più importanti (status dei territori occupati dalle milizie del Donbass, ripristino dell’erogazione dei servizi da parte di Kiev e controllo sul confine russo) su negoziazioni che si dovranno risolvere al massimo entro la fine dell’anno. Stante la situazione nella capitale ucraina, con Poroshenko a fare, per assurdo, la parte della “colomba” e tenuto in pugno dalla sanguinaria e sempre più ostile ala oltranzista che sostiene lui e la sua coalizione, di certo vi è quindi gran poco. Per contro, di positivo vi è un “cessate il fuoco” che entrerà in vigore tra il 14 e il 15 di febbraio, uno scambio di prigionieri tra le parti e il ritiro delle “armi pesanti” dalla linea del fronte. Considerando il precipitare degli eventi nell’ultimo mese, Hollande e la Merkel possono già ritenersi soddisfatti, per quanto il loro moderato entusiasmo per il risultato la dica lunghissima su una vicenda che di certo non si concluderà con i 13 punti dell’accordo stilati ieri in mattinata. Se per il momento si vuole intravedere un vincitore uscente da Minsk, guardiamo al Cremlino. Casomai si avessero avuti dubbi, la soluzione più semplice, pacifica e, non ultima, anche più economica, passa sempre di più per le decisioni di Putin.