Nei quotidiani e in televisione viene utilizzata sempre più spesso la parola geopolitica, molte volte a sproposito. Brevemente, ci vuole spiegare l’origine e l’evoluzione storica di questa disciplina?

Già nell’Antichità la geografia e la storia erano studiate in maniera strettamente interconnessa (è una convenzione che Erodoto sia il padre della storiografia, essendo non meno geografo, così come è convenzionale intitolare “Geografia” l’opera di Strabone). Tuttavia, è nell’Ottocento, con la nuova rivoluzione conoscitiva indotta dalla teoria evoluzionista, che si cominciano ad applicare i moderni criteri scientifici e un’ottica naturalistica alla vicenda dell’uomo in società, ossia alla politica. Nella geopolitica, termine che dobbiamo a Rudolf Kjellén, ma più in generale nella geografia politica di stampo ratzeliano troviamo una replica alle teorie giuridiche della politica, diffuse dall’Illuminismo ma già radicate nella visione trascendente medievale. La geopolitica – la cui nascita forse non casualmente data poco dopo l’attività di Nietzsche e sempre nell’ambito culturale germanofono – riporta la politica all’immanente e al concreto. Tramite la geopolitica, la politica cessa di essere costruzione dottrinaria per ritornare fatto di natura. Se i giuristi cercano di fossilizzare la politica, incatenando in leggi e norme i mutamenti all’interno della società e nei rapporti tra società umane, i geopolitici la riconducono al divenire storico e naturale, quello dello “Stato organico” che vibra e pulsa, non ultimo nei suoi confini. Se la scienza giuridica costruisce un quadro “apollineo” della realtà, dando all’uomo la rassicurante sensazione di fissità dello status quo, la geopolitica disvela la dimensione “dionisiaca”, naturale, in cui tutto scorre e in cui, per dirla con Eraclito, nulla è permanente tranne il cambiamento e la guerra è madre di tutte le cose.

 Quali gli insegnamenti ancora attuali della cosiddetta geopolitica classica?

Si potrebbero spendere molte parole su quanto pensatori come Ratzel, Mahan, Mackinder o Haushofer abbiano offerto previsioni o interpretazioni originali. Ma il principale insegnamento della geopolitica classica è di natura etica, come sottolinea spesso nei suoi scritti lo studioso Matteo Marconi. Innanzi tutto abbiamo la predetta visione “dionisiaca” della politica – e il richiamo alla terminologia nicciana è ancora una volta non casuale, dato che il messaggio di Nietzsche era sì “immorale”, ma solo nella misura in cui era etico. Il secondo insegnamento, consegnatoci dai geopolitici classici talvolta con la penna e tal altra con l’azione, è che scienza e politica non possono rimanere separati. Lo scienziato scende, o “sale”, in politica, ma non per partecipare a spartizioni di potere o beghe ideologiche, bensì per rendere servizio alla società col suo sapere. Il geopolitico non è perciò “neutrale”, ma proprio perché partigiano mira all’oggettività, per rendere miglior servigio alla società. E’ una lezione che anticipa, ma in qualche modo vi dà pure risposta, la critica epistemologica novecentesca, che nega la neutralità della scienza.

Una rivista dal nome “Geopolitica”, diretta dal giovane Ernesto Massi, uscì in Italia tra il 1939 e 1942. Quale il bilancio di quella esperienza?

Alcune brillanti menti italiane cercarono di portare in Italia dottrine che erano sorte altrove, ma non come pedissequa imitazione, bensì apportandovi contributo originale e cercando una “via italiana alla geopolitica”. Il tempo dell’esperimento fu però breve e non diede grossi frutti. Troppo compromessa col regime fascista, la scuola geopolitica fu accantonata, malgrado molti dei suoi animatori (come lo stesso Massi) o fiancheggiatori (ad esempio Fanfani) fossero destinati a una brillante carriera post-bellica – ma tenendosi lontani dalla geopolitica.

 Nella recente crisi ucraina, l’Unione Europea ha messo in mostra per l’ennesima volta timidezza, difetti e divisioni. Quali sono stati gli errori del processo di integrazione? Riuscirà l’UE a guadagnare un peso diverso in futuro?

L’esperimento di unificazione europea è sorto in un ben preciso momento storico e da una ben precisa esigenza: evitare una nuova disastrosa guerra totale sul continente. Questa motivazione era sufficiente ad attivare il processo ma non a condurlo a compimento. Per questo servono ben altre e più ardenti motivazioni, se pensiamo agli scogli che vanno superati. L’Europa unita può sorgere sciogliendo moderni Stati nazionali. In politica come in chimica, quanto più è saldo il legame molecolare da sciogliere tanto maggiore è l’energia necessaria. Non basta la paura di una guerra, non basta la creazione di istituzioni funzionali, non bastano gli editti di grigi burocrati per generare una nazione. Servono più elevati fattori morali o ideali, ma qui l’Europa contemporanea incappa nella sua contraddizione congenita: com’è possibile trovare un’anelito unificante tra società che seguono un modello pluralista, non ideologico e volutamente amorale? E’ facile parlare di “Stati Uniti d’Europa”: ma non bisogna dimenticare che quelli “d’America”, pur potendo contare su una lingua comune, hanno necessitato di una sanguinosa guerra civile per restare uniti…

Come giudica il principale attore europeo, la Germania, nel suo rapporto con gli altri paesi dell’Unione e con la Russia?

Con la Russia ha un rapporto contraddittorio. Da un lato la Germania è stuzzicata dall’idea di un rapporto privilegiato con Mosca, dall’altro sente la competizione per l’influenza sull’Europa Centro-Orientale e le pressioni in senso avverso degli USA. Rispetto all’Europa, Berlino è forse il paese che più di tutti ha beneficiato dell’unione. Con una moneta sottovalutata rispetto al marco tedesco, l’impossibilità di svalutazioni competitive da parte degli altri produttori europei, un libero mercato continentale, ha incrementato la sua forza commerciale all’interno del continente. Proprio perché così sproporzionatamente favorita dall’unità europea, la Germania dovrebbe essere meno egoista quando si tratta di sostenere i paesi della periferia. Anche perché se quelli smettessero, causa impoverimento, di importare i suoi beni, per la Germania sarebbe un danno non secondario.

Putin ha saputo rilanciare l’economia e il prestigio di Mosca, ma il caos ucraino e l’abbassamento dei prezzi del petrolio, oltre a diverse problematiche sociali, lo stanno mettendo duramente alla prova. Quali sono le prospettive? E quali le incognite del dopo – Putin?

Considerando che Putin deve ancora compiere 63 anni, ha costruito una solida “verticale del potere”, gode di grande popolarità in Russia, forse è prematuro cominciare a pensare al “dopo-Putin”. Certo, basandosi sull’aspettativa di vita maschile nella Federazione Russa che è di 65 anni qualche preoccupazione sarebbe legittima, ma Putin appare in ottima forma fisica, pratica sport, non fuma ed è molto parco anche nel consumare alcol. Da Presidente della Federazione Russa ha già avuto un ruolo storico: ha invertito, in politica internazionale come in economia, la china discendente che il paese aveva preso dopo la disgregazione dell’URSS. Potrebbe cogliere un ulteriore successo epocale se riuscisse anche ad affrancare l’economia russa dalla dipendenza dal petrolio, rilanciandone l’apparato produttivo industriale e avviando servizi avanzati.

Gli USA vengono considerati da più parti come “Impero in declino”. Quanto c’è di vero?

Sicuramente non possiedono più quel predominio vasto e a pieno spettro di cui godevano negli anni ’90, perché nel frattempo la Russia ha bloccato il declino, la Cina è emersa e gli USA stessi hanno avuto qualche problema. Malgrado ciò, mantengono diversi atout: continuano ad attirare le migliori menti del mondo e così sono riusciti a controbilanciare la deindustrializzazione con lo sviluppo dei settori d’avanguardia; hanno una potenza militare che ancora fa impallidire i rivali (vedi capacità di proiezione della forza o dell’industria bellica di produrre in numerosi esemplari gli ultimi ritrovati); conservano una rete d’alleanze globale; il loro soft power è decisamente impareggiato. Non ultimo, mantengono quel grande vantaggio geopolitico offerto dalla “insularità” del paese rispetto all’Euroasia, laddove competono le grandi potenze. Certo la Cina, che ha ai suoi confini paesi come Russia, India e Giappone, non può avere la serenità a lungo termine di cui invece godono gli USA avendo a nord il Canada e a sud il Messico, e due oceani a est e a ovest.

 “America Latina: tentativi di unità” era il titolo di un numero di «Geopolitica» di diversi anni fa. Stanno arrivando i frutti sperati?

L’America Latina ha fatto tanti passi avanti, come la costituzione della CELAC e dell’UNASUR o la solidarietà democratica internazionale di fronte ai colpi di Stato nella regione. Il salto di qualità sarebbe dato da uno stretto coordinamento strategico. In ciò la forte influenza che gli USA hanno su tutto il Centroamerica e su alcuni paesi sudamericani come Colombia e Cile non agevola, poiché è chiaro come il progetto di integrazione latinoamericana sia concorrenziale col grande spazio panamericano cui mira Washington.

Da dove nasce l’attuale affermazione della Cina su scala globale e dove pensa si fermerà la sua crescita?

Nasce da una posizione che la Cina ha sempre avuto storicamente, salvo una breve parentesi recente. Grazie alla sua cultura millenaria, al clima favorevole e all’enorme estensione territoriale e demografica la Cina è sempre stata all’avanguardia nel mondo, per sapere, tecnologia, arti, ricchezza nazionale (meno individuale a causa della densità di popolamento) e potenza. Spesso si tende a ignorare questo fatto perché, a dipendenza dell’Europa, la Cina non ha sfruttato la sua forza in chiave espansionista, se non in maniera molto limitata. Stante la sua culla nelle valli del Fiume Giallo e del Fiume Azzurro, in secoli di potenza ha incorporato Manciuria, Xinjiang e Tibet, fermandosi a quei confini naturali che sono la steppa, l’oceano e l’Himalaya. L’ascesa cinese sarà ancora una volta pacifica? Le dispute marittime coi paesi confinanti non dimostrano ancora il contrario, perché si tratta tutto sommato di beghe minori e in cui Pechino è mossa più da spirito conservativo (assicurarsi le vitali linee di comunicazione marittime) che non aggressivo. Certo la nuova Cina ha incorporato molto di quello che è lo spirito occidentale moderno e non possiamo escludere che prima o poi manifesterà pure quell’espansionismo politico-culturale che ci è proprio. La Cina tradizionale, proprio perché si considerava il centro del mondo, trascurava i “barbari” circostanti. La Cina del futuro, potendo tornare a considerarsi il centro del mondo, potrebbe invece sentirsi investita di una “missione civilizzatrice”. Il futuro ce lo dirà. Allo stato attuale, la Cina ha ancora un enorme potenziale di crescita e due sole incognite: la prima è la capacità della sua dirigenza di controllare il paese mentre manovra a livello socio-economico per portarlo al vertice mondiale; la seconda è la presenza ai suoi confini di paesi ostili o quanto meno non accondiscendenti.

Che giudizio possiamo dare delle Primavere arabe a quattro anni di distanza? Come si potrebbe risolvere il caos libico e mediterraneo, che danneggia in primis l’Italia?

Quando nel 2011 scrissi, assieme all’arabista Pietro Longo, un libretto che voleva fare un primo punto su quanto stava accadendo, tra i tre possibili scenari c’era anche quello di un “Quarantotto arabo”. Come nell’omologa “Primavera” europea del 1848, le tante rivoluzioni si sono alla fine spente nell’ondata controrivoluzionaria. Ciò non esclude che, sempre come nei successivi anni di storia europea, l’onda lunga politico-culturale del Quarantotto torni a farsi sentire, portando al fine al trionfo di quella visione. Per quanto concerne la Libia, era evidente come il conflitto andasse contro l’interesse italiano, che con quel paese aveva ottimi rapporti, e fosse difficilmente giustificabile anche dal punto di vista morale. Nessuno vuole santificare Gheddafi, che rimaneva un dittatore con tutti i suoi ben noti limiti. Ma difficilmente qualcun altro avrebbe potuto governare un paese frammentato come la Libia con metodi meno autoritari e garantendo la medesima prosperità alla popolazione. Questo discorso all’epoca era tabù: a furor di popolo l’Italia mise il suo apparato bellico a piena disposizione della triade franco-britannica-statunitense che guidò l’intervento. Oggi, le stesse persone per cui all’epoca non c’erano dubbi sulla necessità di intervenire militarmente in Libia, quando si accenna al paese scuotono sconsolati il capo e biasimano Sarkozy. La modernità ha la memoria corta e chiunque può rifarsi una verginità pubblica. Basta vedere quanti pochi anni fa sbraitavano contro Assad salvo oggi strizzare l’occhio all’idea di sostenerlo contro ISIS (come se i radicali wahhabiti non ci fossero già nel 2011).

Nella storia unitaria italiana, quali reputa i migliori esempi di politica estera? Quali potrebbero essere le strategie per ritagliarsi un ruolo rilevante nello scacchiere internazionale in futuro?

Intanto bisogna capire che politica interna e politica estera non sono due cose separate: non lo sono mai state e tanto meno lo sono nell’epoca della globalizzazione. I più abili diplomatici, i più lungimiranti strateghi, i più scaltri condottieri, possono fare poco più di ciò ch’è consentito loro dalla base di potenza dello Stato che servono. Se l’Italia non riesce a mantenersi al vertice dello sviluppo, e purtroppo tutto lascia supporre che sarà così, quell’idea di essere una “media potenza”, che qualche decennio fa era più indice di timidezza che di realismo, in un futuro prossimo potrebbe diventare utopia. D’altro canto, senza una politica estera che difenda gl’interessi nazionali nel mondo, lo sviluppo interno è reso ancora più arduo. Sarebbe ora che in Italia partisse un serio e informato dibattito su una strategia nazionale da perseguire a lungo termine: strategia che dovrebbe riguardare non solo la postura internazionale ma anche la pianificazione dello sviluppo interno, abbandonando certi triti e ritriti miti ultraliberisti. Non ultimo, non va dimenticato il già citato fattore morale. La sconfitta del fascismo recò con sé il ripudio non solo del fascismo stesso o del nazionalismo sciovinista, ma di tutto ciò che fosse in odore di patriottismo, soprattutto dopo il Sessantotto. Malgrado certi timidi passi indietro, enfatizzati ad esempio durante la Presidenza della Repubblica da parte di Ciampi, questo spirito continua a permeare tutta la società italiana. Mancano il senso di comunità, il senso di appartenenza, un sistema valoriale che includa la dimensione collettiva e non solo quella individuale o strettamente famigliare. Senza tutto questo un popolo non è tale, è solo un ammasso di individui governato più o meno bene da personaggi che non esprimono alcune “élite”.

Come spiegare il fenomeno ISIS e come arginarlo senza cadere nella trappola dello “scontro di civiltà”?

Nell’immediato ISIS si argina combattendolo. Se non abbiamo il fegato per farlo direttamente, si possono semplicemente appoggiare coloro che già lo combattono sul terreno. Nel medio-lungo periodo però non si possono ignorare i fattori che sono alla sua origine, così come lo sono stati di Al Qaida e così come lo saranno di qualche altro spiacevole fenomeno se non li si affronta di petto. Tra questi fattori possiamo citare il propagandarsi del wahhabismo, l’autoritarismo assolutista e cleptocratico che al potere sotto varie forme annichilisce le speranze civili dei popoli musulmani, la discriminazione islamofoba.