Ci sono pochi libri capaci di raccontare realmente qualcosa di nuovo. ISIS Segreto, di Matteo Carnieletto e Andrea Indini, pubblicato dal “Il Giornale” per la collana “Gli occhi della guerra”, non è uno di questi. Non dice nulla di nuovo, il soggetto è un argomento ormai diventato talmente quotidiano da risultare scontato. E dunque perché ne consiglio la lettura a chiunque? Perché ritengo che chi voglia comprendere il fenomeno del terrorismo islamico degli ultimi quindici anni non si debba perdere l’occasione di sfogliare e divorare le pagine di questo saggio? Come ho detto, non racconta niente di nuovo, ma illumina con un chiarore che a poco a poco diventa bagliore argomenti, fatti, persone, ideologie di cui si sente spesso parlare senza cognizione di causa alcuna. Carnieletto e Indini, al contrario, se non sono fonti di luce propria brillano però come conduttori e quando scrivono lo fanno non solo con cognizione di causa, ma con cognizione di viva esperienza.

La struttura del saggio è semplice, lineare, ogni capitolo è un breve articolo di qualche pagina che condensa in una prosa asciutta, sintetica ma mai scadente le informazioni necessarie alla comprensione del fenomeno oggetto di studio. Gli autori non hanno ricercato, pur nella completezza delle fonti, la profondità delle singole problematiche che coinvolgono l’islam radicale, il terrorismo, le relazioni internazionali e le convulsioni ideologiche, quanto piuttosto l’essenzialità che permette di mettere a nudo origine, cause e conseguenze del fenomeno. Uno studio fatto con quella che io chiamo una “oggettiva soggettività”, dove all’avalutatività dell’analisi si unisce una più profonda visione soggettiva che non scardina le acute conclusioni ma piuttosto le rinforza, dando loro vigore. Non c’è scontro di civiltà, ma il riconoscimento di un problema che è tutto interno al mondo islamico e al suo rapporto con la modernità. Non c’è una manichea visione di Occidente tutto buono o tutto cattivo, ma una coraggiosa assunzione di responsabilità morale e politica per il disastro iracheno, libico e per non aver saputo creare quell’humus di cui si nutre lo spirito umano, soprattutto giovanile, che è l’identità. Questa assunzione di responsabilità non nega però che bersaglio del terrorismo islamico sono spesso i valori occidentali, intesi dai terroristi, tuttavia, nella loro componente puramente ideale, storica e ipostatizzata e non in quella ipocrita e reale a cui fingiamo ancora oggi di appellarci.

La prima parte del saggio è tesa ad un riepilogo storico dell’acuirsi della minaccia del terrorismo islamico, da quel terribile 11 settembre fino alla strage nella redazione di Charlie Hebdo del gennaio scorso. Prosegue poi toccando immediatamente una delle questioni più forti e dolorose per l’Occidente, quella dei cosiddetti foreign fighters; un argomento che gli autori trattano con il rispetto che merita sottolineando che il “salto” dei futuri combattenti non è un prodotto genuino unicamente della conversione all’islam o del suo rafforzamento, quanto piuttosto di una miscela esplosiva di carenza di identità e processi di rielaborazione deviante della marginalità sociale, reale o percepita, di numerosi giovanissimi. Intervistati su questo punto specifico, gli autori hanno risposto portando l’esempio delle banlieues parigine. Secondo Carnieletto, i quartieri-ghetto francesi sono l’emblema del fallimento delle politiche europee dove alla retorica dell’accoglienza si accompagna l’ipocrisia di una assenza reale di prospettive per queste comunità e per moltissimi giovani, che finiscono per divenire preda non solo di sedicenti reclutatori dell’islam radicale, ma anche della criminalità più comune come di quella organizzata.

Dopo i primi due capitoli lo sguardo degli autori si concentra sull’Italia, sulle reti di al-Qa’eda e sui reclutatori, sui primi casi di foreign fighters e di convertiti dirigendosi poi a descrivere nei capitoli successivi la complessa “galassia” del terrore islamista, dall’Africa (Nord Africa, Corno d’Africa, Nigeria) al fronte siriano e yemenita fino all’Afghanistan e al Pakistan. E’ un capitolo tra i più interessanti, forse per la limpidezza della ricerca, l’essenzialità e la qualità delle fonti, che permettono di tracciare un quadro di utilità immediata dei principali protagonisti, delle ideologie, delle fonti di finanziamento e degli obiettivi. Più una informativa per i servizi di sicurezza che non pedante saggio divulgativo. Il quinto capitolo entra poi nel cuore del saggio ed è dedicato unicamente alla spiegazione di come è nato lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante di Abu Bakr al-Baghdadi. Si tratta di un’altra di quelle lampadine presenti nel libro, che non è né nuova né vecchia, ma si illumina più di quelle simili a lei. E questa luce spegne il complottismo ridicolizzandolo mentre sottolinea chiaramente che l’errore, categoria tecnica, è stato peggiore del delitto, categoria morale. Con l’avvento delle primavere arabe, spiegano gli autori, in Siria scoppiano le rivolte di piazza che nel giro di un anno si accendono in una violenta guerra civile che finisce per coagulare gli Stati Uniti e l’Unione Europea contro la famiglia Assad, la quale però resta stoicamente alla guida del paese sostenuta dall’intransigenza della Russia, della Cina e dell’Iran di Khamenei. L’obiettivo degli Stati Uniti è la caduta di un regime filoiraniano e filorusso e l’instaurazione di un progressivo processo di democratizzazione; non potendo farlo boots on the ground, preferiscono ricorrere al finanziamento dei gruppi armati che si oppongono ad Assad. Una pratica vecchia quanto il mondo. Vengono così mandati in Siria addestratori, reclutatori, armi, soldi, informazioni che foraggiano anche quei gruppi che non dovrebbero essere foraggiati come il Fronte al-Nusra. L’errore si rivela uno dei peggiori, perché la congiuntura del fronte siriano e di quello iracheno diventa il terreno di coltura per le cellule di al-Qa’eda neocostituite sulle ceneri delle strutture di al-Zarqawi. Cellule che rapidamente sconfessano il nucleo storico in Pakistan e cambiano nome in ISIS, appropriandosi a piene mani di armi, mezzi, strumenti, uomini e conoscenze che l’Occidente aveva preparato contro Assad. In poco tempo, gli Stati Uniti e i loro Alleati perdono totalmente il controllo del fronte siriano quando ormai il drago si è schiuso dall’uovo. E qui gli autori, dopo aver ricordato la teoria non dimostrata in base alla quale caduto in dittatore dovrebbe nascere la democrazia, rispondono con una verità di per se evidente: “(…) bisogna chieder[si]: siamo sicuri che questi popoli vogliano la democrazia? Perché dobbiamo ergerci a esportatori della democrazia quando la nostra stessa democrazia è corrotta? L’Occidente, per prima cosa, dovrebbe tornare sui suoi passi e creare una via privilegiata con Assad, l’unico assieme all’esercito iracheno, agli Hezbollah e ad alcune truppe iraniane, che combatte realmente lo Stato islamico”. Già, combattere lo Stato Islamico. La coalizione occidentale, fino adesso, è parsa fare ben poco. Certamente i bombardamenti, il supporto aereo, le ricognizioni sono fondamentali per aiutare i combattenti peshmerga e siriani sul territorio, ma senza una azione più profonda ed incisiva lo Stato Islamico non potrà essere sradicato nel breve termine. La domanda spontanea sul perché l’Occidente stia pressoché immobile a fare da spettatore, porta Carnieletto e Indini a spostare la lente d’ingrandimento all’interno degli Stati Uniti e a spiegare che: “Gli Usa non attaccano l’Isis per motivi politici. Siamo in contatto con alcuni generali americani che sono parecchio sconfortati dalla politica di Obama, che ha paura a far tornare gli anfibi a stelle strisce sul suolo mediorientale. L’Iraq e l’Afghanistan del resto sono stati un fallimento. Chi glielo fa fare, con le elezioni dietro la porta, di portare un’altra guerra in Medio Oriente? Inoltre la tragica situazione mediorientale è stata senza dubbio creata dagli americani. Hanno provato in tutti i modi a far fuori Assad finanziando e addestrato i cosiddetti “ribelli moderati” che però poi sono finiti tra le fila dell’Isis.”.

Il corposo saggio (sono quasi 500 pagine), inizia finalmente a brillare di luce propria e a raccontare quel qualcosa di nuovo quando gli autori rivelano come si diventa foreign fighter. A loro è bastato un computer, scarse competenze informatiche, qualche foto esplicitamente pro-Assad sui social network e in dodici ore si sono trovati a chattare con chi li avrebbe potuti far arrivare in Siria. Non aggiungo altro per non togliere il gusto della lettura di questo viaggio inquietante ma l’occasione mi ha permesso di porgere un’altra domanda, ovvero quanto sia diffusa nelle comunità europee una certa fascinazione, se non passiva adesione, allo Stato Islamico o alle ideologie salafite. E per quale motivo spesso più che un positivo dialogo si incontri un muro di omertà e di disinganno.

“È abbastanza diffusa.” rispondono Carnieletto e Indino “In Francia, per esempio, ci sono oltre 80 moschee salafite. In Italia, soprattutto in quella del nord, ci sono centri parecchio a rischio: pensiamo a viale Jenner, alla moschea di Crema, dove è passato Bilal Bosnic (il reclutatore di foreign fighter bosniaco) o al centro islamico “Restelica” di Monteroni d’Arbia, da dove è passato Bosnic. E poi abbiamo il caos bosniaco alle porte, dove in seguito alla guerra degli anni ’90, si sono insediati parecchi mujaheddin afghani. Non è vero però che non ci sia un dialogo. Noi per esempio nel libro abbiamo intervistato l’imam Pallavicini, che ci ha spiegato come quello dell’Isis sia un pericolo innanzitutto per i musulmani stessi. È un momento cruciale per la religione islamica. Ora può davvero fare la differenza e prendere ufficialmente le distanze dall’Isis. Vedremo”. Come sempre, puntuali, chiari, asciutti, mai pedanti o supponenti.

Il saggio si conclude con una piccola perla, nove interviste a studiosi, giornalisti ed esperti vari che alternano visioni atlantiste e conservatrici (Luttwak, Nirenstein) ad esperienze dirette (Biloslavo, Bitani) fino ai soliti noti dell’ardimento (Fini, Foa, il generale Mini) e al gradevolissimo incontro con l’imam Pallavicini.
Questo lungo viaggio letterario termina lasciando nel lettore una acquisizione culturale importante rendendo la fatica di 500 pagine un autentico piacere intellettuale, come detto, non pedante, non supponente ma certamente brillante.