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Lo Stato Islamico minaccia la Cina. In un video di mezz’ora pubblicato su uno dei suoi canali ufficiali, il Califfato si impegna a “versare sangue a fiumi” in attacchi contro obiettivi cinesi. Si tratta della prima minaccia diretta contro la Cina da parte di jihadisti di al Baghdadi.

“Oh, voi cinesi non capite quello che la gente dice. Noi siamo i soldati del Califfato, e noi verremo a voi per chiarirvelo con la forze delle nostre armi, spargeremo sangue e vendicheremo gli oppressi”

Affermazione di un jihadista nel video analizzato dal sito di monitoraggio del terrorismo SITE. A prima vista la Cina può sembrare fuori dai radar dell’ISIS, ma, in realtà, Pechino è uno dei principali nemici dell’autoproclamato Califfato. Nonostante il basso profilo nelle questioni mediorientali, la Cina sta investendo in numerosi progetti economico-commerciali nell’area, tra tutti la cosiddetta nuova via della seta, vero e proprio fiore all’occhiello del presidente Xi Jinping. Interessi economici ed energetici sembrano quindi guidare l’interesse di Pechino nell’area, anche se nell’ultimo anno e mezzo nuova rilevanza è stata data anche alle relazioni politico-militari, soprattutto con la Siria di Bashar al Assad. Il supporto cinese per la causa del governo siriano è dimostrato non solo dall’atteggiamento tenuto da Pechino nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ma anche dall’invio di esperti e consiglieri militari a supporto di Damasco.

Le ragioni che hanno spinto la Cina, inizialmente cauta, a perorare la causa di Assad sono direttamente riconducibili alla crescita esponenziale del fenomeno jihadista nella provincia dello Xinjiang, regione montuosa all’estremo confine occidentale della Cina, abitata principalmente dal uiguri e a forte maggioranza musulmana. Secondo uno studio del 2016 prodotto dal think tank “New America”, sarebbero circa 115 i terroristi di etnia uigura in Siria. Una presenza ingombrante per Pechino che da anni è sotto la minaccia del terrorismo uiguro che unisce jihadismo e indipendentismo. Nella regione dello Xinjiang la violenza è all’ordine del giorno. Frequenti sono gli attacchi contro poliziotti, personale dell’esercito o semplici cittadini han, etnia principale della Cina. Lo scorso febbraio, cinque persone sono morte e altrettante sono rimaste ferite in un assalto all’arma bianca, mentre a dicembre un’auto carica di esplosivo si è schiantata negli uffici del Partito comunista di Karakax, uccidendo una persona.

Episodi di violenza che hanno raggiunto anche la capitale cinese, Pechino, dove nel 2013 un’auto con a bordo tre terroristi è finita sulla folla ferendo diverse persone. Attacchi continui e di vasta portata come quello che nel maggio del 2014 uccise 43 persone e ne ferì 90 a Urumqi, capitale dello Xinjiang. La risposta del governo di Pechino è stata dura. Il livello di sicurezza è stato innalzato in tutte le principali città del paese, mentre centinaia di terroristi o sospetti sono stati arrestati e interrogati. Una strategia che punta alla stabilizzazione della regione, fortemente voluta dal presidente Xi Jinping. Il cambio ai vertici nella sezione del PCC locale ha dato vita a un nuovo approccio alle problematiche legate al terrorismo. Il nuovo segretario, Chen Quanquo, ha promosso il rafforzamento del controllo sugli elementi a rischio, incentivando i cittadini a denunciare sospetti terroristi, anche attraverso alcuni incentivi economici. Misure già sperimentate nel 2009 dopo il massacro di circa 200 cittadini di etnia han da parte di estremisti uiguri. Un programma, quello della nuova amministrazione, che punta anche a una maggior controllo sulle attività religiose di moschee e scuole coraniche, principali centri per l’indottrinamento di potenziali jihadisti. Ma la vera sfida che la leadership di Pechino è pronta a fronteggiare è quella dello sviluppo economico.

Secondo i dati raccolti da “New America” riguardo i profili dei terroristi uiguri presenti in Siria, la maggior parte di questi provengono da famiglie povere e socialmente emarginate. Una problematica, quella del sottosviluppo, tra le principali cause di arruolamento nelle file del Califfato. Combattere la povertà è il mantra dell’amministrazione di Xi Jinping e per farlo sono stati destinati numerosi investimenti nella regione dello Xinjiang, portando nel 2016 a una crescita del Pil del 7,6%, rispetto ai dati dell’anno precedente. La regione è inoltre uno dei tasselli chiave del progetto One Belt One Road, la nuova via della seta che proietterà la Cina verso occidente. Incentivi economici e aiuti all’istruzione sono la chiave per migliorare la condizione dei cittadini uiguri, che spesso vivono in condizioni di povertà e analfabetismo. Anche se le reali capacità dello Stato Islamico di colpire in Cina sono piuttosto remote, visto il forte livello di controllo e coordinamento tra le diverse agenzie di polizia, la strategia del Califfato di ispirare lupi solitari e azioni isolate non è da sottovalutare. Di certo Pechino non ignorerà la minaccia, anche se un solo video potrebbe non essere sufficiente per giustificare un’eventuale partecipazione alla coalizione internazionale anti Isis.