Aperta lo scorso 18 febbraio e già prossima alla chiusura in vista delle elezioni di venerdì 26 febbraio, dura appena otto giorni la campagna elettorale in Iran; se per molti osservatori questo lasso di tempo molto breve è sintomo della volontà della classe dirigente di Teheran di evitare ‘fughe’ in avanti riformiste in seno all’elettorato, altri invece fanno notare che nella Repubblica Islamica generalmente i cittadini hanno spesso le idee chiare sugli orientamenti da dare alla politica e non sono necessari quindi mesi di urla, slogan e quant’altro di più folkloristico riescano a produrre le nostre democrazie occidentali. Venerdì si rinnova il parlamento iraniano (majles in persiano), composto da 290 membri e detentore del potere legislativo e consultivo all’interno della Repubblica Islamica; niente ‘promesse’, niente grida isteriche televisive alla caccia del voto, niente città tappezzate di manifesti con i volti di chi spera di entrare in parlamento, agli oltre seimila candidati in queste elezioni bastano otto giorni di confronto con i cittadini per spiegare le proprie argomentazioni e cercare di convincere l’elettorato.

Non vuol dire comunque, che in Iran in queste ore il dibattito non sia acceso e soprattutto che gli stessi cittadini iraniani stiano dando poco peso a questo giro di consultazioni; tutt’altro, il fermento politico a Teheran e nelle maggiori città del paese è molto elevato e la campagna elettorale è anche arricchita dagli appelli al voto di ‘big’ della politica iraniana, a partire dagli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, con quest’ultimo che si è rivolto ai cittadini tramite un video postato su YouTube in cui esorta a votare per i candidati riformisti. In queste ore che avvicinano il paese, giunto ad una fase importante dopo la fine delle sanzioni, alle elezioni legislative non mancano esempi di vivace ed intenso dibattito, oltre al video di Khatami risultano posti in essere anche diversi comizi sia nei centri urbani più importanti che nelle aree più periferiche e rurali; la campagna elettorale iraniana quindi è molto più breve di quelle a cui siamo (purtroppo) abituati dalle nostre parti, ma non meno intensa ed anzi, come è possibile notare facendo un giro sui tanti siti iraniani in lingua inglese e non solo, forse anche più ricca di contenuti.

Del resto, c’è in ballo un qualcosa di molto importante per tutto l’Iran; come detto, queste consultazioni arrivano proprio in una fase piuttosto delicata: il paese è uscito dall’isolamento internazionale, le sanzioni sono state tolte, la diplomazia ha riabilitato Teheran ed i cittadini si interrogano adesso sul futuro tra nuove speranze a livello economico e timori per ‘infiltrazioni’ esterne in seno alla società iraniana. Una spaccatura in ordine al pensiero dell’elettorato, che probabilmente venerdì sarà possibile notare anche nella ripartizione dei 290 seggi del majles, i quali potrebbero essere suddivisi a metà tra conservatori e riformisti. Ma proprio a tal proposito, è bene anche sfatare un mito sulla politica iraniana: il presunto ‘bipolarismo’ in salsa persiana tra formazioni conservatrici e riformiste è più che altro un costrutto dei media occidentali, affamati spesso di dare ai cittadini delle comode semplificazioni superficiali. In Iran non esistono partiti politici veri e propri, esistono associazioni, comitati e raggruppamenti i quali hanno, in linea di massima, orientamenti riformatori (come l’attuale presidente Rouhani) oppure conservatori. La candidatura è più personale che partitica e questo vale sia per le presidenziali che per le legislative; tanto è vero che ogni candidato viene sottoposto al vaglio del Consiglio dei Guardiani della Costituzione, i quali a seconda di determinate caratteristiche danno il via libera o meno alla facoltà del singolo soggetto esaminato di partecipare alle elezioni. I criteri con cui i dodici guardiani selezionano i candidati sono molteplici e vanno dal semplice stato di salute (in particolare, un candidato deve dimostrare di poter reggere fisicamente il lavoro da parlamentare e non può eccedere quindi i 75 anni di età), alla valutazione di fedeltà ai valori della Repubblica Islamica e delle conoscenze della storia e delle tradizioni del paese. Su dodicimila domande di candidatura, il 49% di esse risultano essere state scartate e quindi alla data di apertura della campagna elettorale sono poco più di seimila coloro che concorrono ai 290 posti del Parlamento.

Non solo nucleare e sanzioni, le elezioni legislative sono importanti anche per disegnare il nuovo quadro politico del paese; Rouhani infatti, ha fino a questo momento coabitato con un parlamento quasi esclusivamente conservatore: nelle ultime legislative infatti, tenute nel 2012 (il majles dura in carica quattro anni), lo scontro più importante era tra i fedeli alla linea della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, e l’allora presidente Ahmadinejad. Dunque, si è avuto un confronto tra due anime conservatrici, con quella più ‘moderata’ fedele alla Guida Suprema che ha prevalso rispetto a quella dell’ex presidente; i cosiddetti riformisti invece, erano assenti per via di quanto accaduto in occasione delle presidenziali del 2009, quando cioè sono esplosi scontri e proteste contro la vittoria di Ahmadinejad. Adesso invece, il parlamento torna comunque vada ad avere le due anime tradizionali della politica iraniana, anche se, come è giusto ribadire, la composizione non sarà bipolare ma frastagliata tra movimenti e deputati indipendenti che si rifanno all’uno od all’altro orientamento.Anche se non attivamente entrato a sostegno di un determinato candidato, appare chiaro come il presidente Rouhani auspica un parlamento con una maggioranza formata da riformisti; in quest’ala in particolare, potrebbero emergere figure politiche importanti come quella di Mohamed Reza Aref, ex vicepresidente all’epoca di Khatami, mentre tra i conservatori i riflettori sono puntati su Ali Motahari, noto per le sue posizioni più morbide all’interno del suo schieramento. La vittoria di candidati riformisti, vorrebbe dire il via libera definitivo non tanto all’accordo sul nucleare (ormai in vigore e generalmente accettato nella società, seppur con alcuni distinguo), ma ad una generale approvazione della linea politica del presidente Rouhani.

In caso contrario e cioè se il majles dovesse avere un orientamento più conservatore, la politica iraniana dovrà vivere un altro momento di coabitazione, fatto comunque non traumatico dalle parti di Teheran visto che, come detto, la polarizzazione del dibattito politico è più sulla carta (e sui media). E’ interessante infine valutare il risultato che avranno gli ultra conservatori, quelli più vicini all’ex presidente Ahmadinejad; in molti parlano della ‘tentazione’ che il professore di ingegneria dell’Università della capitale (questa l’occupazione attuale del predecessore di Rouhani) di sondare il terreno in vista delle presidenziali del 2017, raccogliendo il malcontento dei settori più conservatori della società, preoccupati da un eccessivo avvicinamento con l’occidente. Ancora pochi giorni, poi il nuovo quadro politico iraniano sarà messo nero su bianco; si vota con un semplice metodo maggioritario: chi prende più voti nel suo seggio, va tra i banchi del parlamento, se nessuno prende almeno il 25% allora è necessario un secondo turno.